Quando uno scrittore muore

 

Ieri tutti i più grandi quotidiani del mondo annunciavano la triste notizia della morte del grande scrittore ebreo americano Philip Roth. Il più inviso all’accademia svedese, tanto è vero che una volta, con la sua consueta ironia lo scrittore lamentò il fatto che probabilmente se invece di scrivere Lamento di Portnoy avesse scritto, Lamento sul capitalismo avrebbe ottenuto l’ambito premio per cui era stato candidato un numero considerevole di volte.  Lo scrittore si è spento nella sua casa di New York per un arresto cardiaco ha annunciato ieri il suo agente Andrew Wylie. Ma è davvero morto ieri?

Credo di no. Ieri è morto l’uomo Philip Roth e il suo involucro corporeo. La sua morte va datata a cinque anni prima, quando, nel 2012 con la sua consueta ironia annunciava in una intervista al magazine francese Les Inrockuptibles   che avrebbe smesso di scrivere, citando le parole di un pugile diceva “ho fatto il meglio che potevo, con quello che avevo”, ora non ho più niente da raccontare. È stato allora che lo scrittore Philp Roth è morto.

Uno scrittore se ne va all’altro mondo, quando il desiderio di raccontare si spegne e il resto diventa solo musica di sottofondo. Roth diceva di essere felice di essersi affrancato dall’imperativo categorico di scrivere ogni santo giorno, per i suoi malanni alla schiena e ovviamente per l’età. Diceva che così avrebbe avuto più tempo per leggere e per nuotare. Ma si sa che gli scrittori mentono. E lo scrittore Philip Roth se n’è andato davvero quando quella pratica quotidiana di incontrare il foglio bianco e di aspettare che qualcosa arrivi (come diceva lui stesso), o di fare in modo che due aggettivi ed un avverbio siano infilati in un certo modo, secondo un certo ordine, ecco quando davvero uno scrittore muore. Perché la scrittura è una pratica, che può essere il risultato di una ossessione, ma è sempre e soltanto una pratica quotidiana. L’ispirazione è un concetto inventato per il pubblico, per rivestire di una aura metafisica un lavoro, quello dello scrivere, che di metafisico non ha niente, anzi forse quello di scrivere lo si può considerare il più antimetafisico e ateo dei gesti. Guardare ogni santo giorno nel fondo oscuro dell’abisso (il proprio) per cercare di cavarne qualcosa. Lo stesso Philip Roth raccontava quanto faticoso fosse per lui scrivere. Quando uno scrittore come Roth, che ha passato più di trequarti della sua vita a fare questo, decide di smettere, poi cosa gli resta. Quasi più niente. E dunque l’uomo Philip Roth se n’è andato all’altro mondo ieri, pace all’anima sua, lo scrittore se n’era già andato via da un pezzo.

Molta gente resta scettica dinanzi alle coincidenze. Io no. E penso che per un curioso e grottesco scherzo del destino questo poteva essere l’anno giusto, ovvero l’anno in cui lo scrittore Philip Roth, il più inviso all’accademia svedese, avrebbe potuto vincere il Nobel. E invece no. L’accademia travolta dagli scandali quest’anno ha dato forfait, non c’è Nobel in letteratura per nessuno.

Certamente se ne va uno dei più grandi scrittori contemporanei. Inutile e futile, perdersi in esegesi critiche sulla sua opera che è vasta, eclettica, sconfinata. Ci sono i capolavori della sua giovinezza, da Il lamento di Portnoy, alla famosa trilogia (Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato, La lezione di Anatomia) in cui entra in scena il suo più famoso alter ego Nathan Zuckerman che sarà protagonista o semplice voce narrante di molti dei suoi capolavori.  E poi c’è il secondo Roth quello della maturità, quello risorto dalle ceneri come una fenice, quello che, quando sembrava che non avesse più niente da dire, ha sfornato gioielli come Il Teatro di Sabbath (a mio avviso il suo capolavoro assoluto) e poi la seconda trilogia di Zuckerman, che include il libro che forse l’ha reso più celebre al grande pubblico, ovvero Pastorale Americana.

Oggi si parla tanto di auto-fiction: ecco uno scrittore che ha saputo abilmente mescolare le carte, gettando un magnifico ponte tra il privato, la biografia e la finzione lettera. Tra la vita e la sua rappresentazione.

Pace.

Portnoy_s_Complaint

Bernhardiana

Finalmente (per noi lettori Italiani) l’Adelphi pubblica Camminare, testo datato 1971 ma mai apparso in Italia fino ad ora. Così il folgorante incipit del romanzo di Thomas Bernhard: “Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche il lunedì. Poiché Karrer veniva a camminare di lunedì, ora che Karrer non viene più a camminare con me di Lunedì, lei venga a camminare con me anche di Lunedì, dice Oehler, ora che Karrer è impazzito ed è subito finito allo Steinhof”. E subito si viene risucchiati nella vertiginosa e sincopata melodia della prosa Bernhardiana.

La storia è quella comune a molti dei personaggi Bernhardiani. Karrer intellettuale solitario, nevrotico e misantropo, dopo il suicidio dell’amico chimico Hollensteir, letteralmente perde la testa mentre è in una merceria per acquistare un paio di pantaloni e finirà rinchiuso nell’ospedale psichiatrico dello Steinhof. Sarà Oheler il suo migliore amico a raccontare la sua storia mentre passeggia con l’anonimo ascoltatore, nonché voce narrante, ma soprattutto ascoltante.

Sono presenti tutti temi cari allo scrittore di capolavori come Perturbamento o il Soccombente: quella precisa attitudine del pensare contro sé stessi; la ricerca intellettuale vissuta come missione sempre vana e malata; la nevrosi quasi metafisica che impedisce a qualsiasi dei suoi personaggi di vivere una vita integrata e sana; la testarda determinazione di vivere e la lucida consapevolezza della sua assurdità; il suicidio che come più volte l’autore ha messo in bocca ai sui personaggi è forse l’unico vero pensiero che si può pensare.

Eppure in questo romanzo, che in una celebre intervista l’autore definiva il suo più riuscito, tutto viene esasperato.  Esasperato è innanzitutto il suo stile che sembra raggiungere qui la sua forma più vertiginosa e espressionista. Sebbene l’uso della ripetizione in Bernhard sia sempre stata funzionale ad un preciso procedimento logico-letterario, in quanto ad ogni ripetizione di una frase, di un pensiero, segue un lento ma costante ampliamento dello spettro del significato, qui se ne fa un uso quasi isterico. Così come l’intrecciarsi dei livelli del discorso è più caotico – Oehler racconta la storia di Karrer, poi racconta il raccontare di Karrer -, e la narrazione ne risulta completamente destrutturata.

Se si fa eccezione per la scena nella merceria dove il vecchio Karrer rimprovera all’indifeso commesso la pessima fattura dei pantaloni che gli mostra – scena che è , come sempre in Bernhard,  al tempo stesso estremamente tragica, perché sarà il luogo dove Karrer perderà definitivamente il lume della ragione, ma anche straordinariamente grottesca e comica -, tutto il romanzo è un monologo feroce e furibondo, contro lo stato austriaco, contro la condizione degli uomini, che vivono in uno stato di totale incoscienza e imbecillità, e come sempre contro la vita stessa.

Forse si potrebbe dire che questo è il vero romanzo Wittgensteiano di Thomas Bernhard. Se nella produzione del grande scrittore  la figura del logico austriaco  aveva già fatto la sua comparsa sia come personaggio principale, in  Correzione, sia come comprimario ne il Nipote Wittgenstein –  non si può evitare qui di menzionare il folgorante aforisma con cui,  come con un preciso colpo d’ascia, Bernhard  liquidava in questo romanzo la filosofia di Wittgenstein : “la differenza tra Wittgenstein nonno e Wittgenstein nipote è il fatto che il primo abbia reso pubblica la sua filosofia e ne abbia fatto un sistema mentre il secondo l’abbia tenuta strettamente privata e ne sia stato sopraffatto” -, sia nel recente Goethe muore, in questo romanzo è come se la  presenza del logico austriaco agisse a monte.

Il più Wittgensteiniano dei suoi romanzi perché quello dove ad essere messa in scena è l’assoluta impossibilità del pensiero. “Tutto il pensare che si pensa è un pensare surrogato, perché un pensare vero è proprio non è possibile, perché un pensare vero e proprio non esiste, perché la natura esclude il pensare vero e proprio, perché deve escludere il pensare vero e proprio “(pag.19).