Bernhardiana

Finalmente (per noi lettori Italiani) l’Adelphi pubblica Camminare, testo datato 1971 ma mai apparso in Italia fino ad ora. Così il folgorante incipit del romanzo di Thomas Bernhard: “Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche il lunedì. Poiché Karrer veniva a camminare di lunedì, ora che Karrer non viene più a camminare con me di Lunedì, lei venga a camminare con me anche di Lunedì, dice Oehler, ora che Karrer è impazzito ed è subito finito allo Steinhof”. E subito si viene risucchiati nella vertiginosa e sincopata melodia della prosa Bernhardiana.

La storia è quella comune a molti dei personaggi Bernhardiani. Karrer intellettuale solitario, nevrotico e misantropo, dopo il suicidio dell’amico chimico Hollensteir, letteralmente perde la testa mentre è in una merceria per acquistare un paio di pantaloni e finirà rinchiuso nell’ospedale psichiatrico dello Steinhof. Sarà Oheler il suo migliore amico a raccontare la sua storia mentre passeggia con l’anonimo ascoltatore, nonché voce narrante, ma soprattutto ascoltante.

Sono presenti tutti temi cari allo scrittore di capolavori come Perturbamento o il Soccombente: quella precisa attitudine del pensare contro sé stessi; la ricerca intellettuale vissuta come missione sempre vana e malata; la nevrosi quasi metafisica che impedisce a qualsiasi dei suoi personaggi di vivere una vita integrata e sana; la testarda determinazione di vivere e la lucida consapevolezza della sua assurdità; il suicidio che come più volte l’autore ha messo in bocca ai sui personaggi è forse l’unico vero pensiero che si può pensare.

Eppure in questo romanzo, che in una celebre intervista l’autore definiva il suo più riuscito, tutto viene esasperato.  Esasperato è innanzitutto il suo stile che sembra raggiungere qui la sua forma più vertiginosa e espressionista. Sebbene l’uso della ripetizione in Bernhard sia sempre stata funzionale ad un preciso procedimento logico-letterario, in quanto ad ogni ripetizione di una frase, di un pensiero, segue un lento ma costante ampliamento dello spettro del significato, qui se ne fa un uso quasi isterico. Così come l’intrecciarsi dei livelli del discorso è più caotico – Oehler racconta la storia di Karrer, poi racconta il raccontare di Karrer -, e la narrazione ne risulta completamente destrutturata.

Se si fa eccezione per la scena nella merceria dove il vecchio Karrer rimprovera all’indifeso commesso la pessima fattura dei pantaloni che gli mostra – scena che è , come sempre in Bernhard,  al tempo stesso estremamente tragica, perché sarà il luogo dove Karrer perderà definitivamente il lume della ragione, ma anche straordinariamente grottesca e comica -, tutto il romanzo è un monologo feroce e furibondo, contro lo stato austriaco, contro la condizione degli uomini, che vivono in uno stato di totale incoscienza e imbecillità, e come sempre contro la vita stessa.

Forse si potrebbe dire che questo è il vero romanzo Wittgensteiano di Thomas Bernhard. Se nella produzione del grande scrittore  la figura del logico austriaco  aveva già fatto la sua comparsa sia come personaggio principale, in  Correzione, sia come comprimario ne il Nipote Wittgenstein –  non si può evitare qui di menzionare il folgorante aforisma con cui,  come con un preciso colpo d’ascia, Bernhard  liquidava in questo romanzo la filosofia di Wittgenstein : “la differenza tra Wittgenstein nonno e Wittgenstein nipote è il fatto che il primo abbia reso pubblica la sua filosofia e ne abbia fatto un sistema mentre il secondo l’abbia tenuta strettamente privata e ne sia stato sopraffatto” -, sia nel recente Goethe muore, in questo romanzo è come se la  presenza del logico austriaco agisse a monte.

Il più Wittgensteiniano dei suoi romanzi perché quello dove ad essere messa in scena è l’assoluta impossibilità del pensiero. “Tutto il pensare che si pensa è un pensare surrogato, perché un pensare vero è proprio non è possibile, perché un pensare vero e proprio non esiste, perché la natura esclude il pensare vero e proprio, perché deve escludere il pensare vero e proprio “(pag.19).

 

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