Apocalittici integrati

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Lo scrittore cinquantenne Nino C., moderatamente sovrappeso, capelli nero corvino alla cui radice si poteva già intravedere il bianco della ricrescita che riprendeva possesso della sua bella chioma, figlio di un avvocato penalista, oramai quasi ottuagenario, che aveva scelto di spendere i suoi ultimi anni di vita e la sua pensione a fare sesso con minorenni strafatte nel più grande postribolo d’occidente, la Thailandia, e di una insegnante di latino e greco severa e inflessibile, già da tempo passata a miglior vita, era steso su di una sedia sdraio Ikea, parzialmente inclinata, sul terrazzo  del suo attico che dava sul Tevere. Indossava un costume Speedo e una maglietta un po’ lacera e scambiata di cui la sua seconda moglie (con cui era già da tempo separato) aveva più volte tentato di disfarsene. Ma lui era troppo legato a quella maglietta, gli ricordava i tempi in cui era uno sconosciuto aspirante scrittore che non aveva ancora imboccato la strada giusta, era a corto di soldi, viveva in una stanza umida e senza riscaldamento e aveva una forma di psoriasi di origine somatica. Questo scrittore cinquantenne, con un naso imponente e una mascella squadrata ( qualcuno gli aveva detto che aveva l’aria di quegli attori di una volta), che non si era ancora rassegnato ad accettare l’inevitabile invecchiamento del suo corpo e delle sue cellule,  che più di una volta era stato definito “La voce più eloquente della sua generazione” ( La Repubblica),  che aveva vinto il premio Volponi per il suo secondo romanzo ( I cieli non sono umani: un noir metafisico che aveva diviso la critica), il Bagutta per il suo terzo romanzo (Via Degli Ulivi: una saga familiare che tentava di coniugare, fallendo, la storia individuale della sua famiglia con la storia socio – culturale del suo paese) e aveva mancato lo Strega per un pelo ( era arrivato secondo: ma si sa, lì è tutta questione di politica),  sfogliava svogliatamente il giornale sul suo Tablet e ogni tanto si massaggiava il suo membro. Oramai l’unica pagina che gli destava un vago e blando interesse era la pagina dello spettacolo: la nuova Pop-star del momento era finita di nuovo in riabilitazione, Jennifer Lawerence era candidata ai Golden Globes, Tom Ham era secondo la rivista Forbes l’uomo più sexy del mondo, l’attore Italiano Gustavo Rodini aveva di nuovo tentato di ammazzarsi …

Nei brevi intervalli tra un articolo e l’altro, riprendeva a massaggiarsi il membro e, ogni tanto, sollevava con discrezione la parte superiore del costume e dava una piccola sbirciatina al suo pene. Giusto un’occhiatina, niente di più. Gesto all’apparenza insignificante, non fosse altro per il fatto che dietro di esso si celasse la sua oramai tenace convinzione che il suo cazzo si stesse lentamente restringendo. Proprio così: guardava là giù, nella semi oscurità del costume e gli appariva sempre più piccolo, innocente e indifeso del solito. Ciò che aveva dato la stura alla sua magnifica ossessione era stato il fatto che la sua moglie circa un anno fa si era scopata il suo pupillo, o protegé: trentadue anni, un fisico scolpito e già due romanzi di successo al suo attivo.

Può davvero un pene diminuire di dimensioni? Secondo alcuni, si. L’invecchiamento può esserne una delle cause. Ce ne sono anche di molto più gravi.  Ovviamente, non appena questo fiore del male era sbocciato nel suo cervello bacato, Nino non aveva perso tempo e attraverso i suoi contatti che, nonostante tutto – nonostante il fatto che i suoi corsivi sul corriere si erano fatti sempre più infuocati, nonostante avesse una volta esclamato che tutto ciò fosse scritto dai giovani d’oggi ( categoria di cui aveva cominciato a fare un largo uso da quando i suoi problemini erano cominciati)  potesse andare dritto nella spazzatura –   restavano ancora abbastanza. D’altronde chi è un uomo senza i suoi contatti? Così aveva avuto accesso, senza le attese chilometriche proprie dell’uomo medio, ai migliori specialisti del settore.  Aveva oramai perso il conto del numero di andrologi e di urologi che si erano avvicendati e dell’ammontare di denaro che aveva buttato direttamente nello sciacquone. Oh Gesù, una vera odissea: palpazione della prostata (ovvero un perfetto sconosciuto in camice bianco che ti infila dito medio guantato e ben oliato dritto nel culo), palpazione dei testicoli, esame del seme (non necessario, ma comunque non faceva differenza), contemplazione estasiata del suo pene, contemplazione corrucciata del suo pene, misurazione perplessa del suo pene e via di seguito. Tutto inutile. Tutto futile. La medicina falliva. Il verdetto, sempre il medesimo: tutto in ordine nelle parti basse. Il suo pene è in perfetta salute. La sua prostata è in perfetta salute. I suoi testicoli sono in perfetta salute. Faccia un po’ di esercizio fisico e beva molta acqua. Eppure, questo non aveva placato la sua ossessione. Anzi oramai, da un anno a questa parte, ci era piombato dentro così a picco, che persino il termine ossessione, pareva inefficace eufemismo: il suo cazzo era diventato il suo lavoro quotidiano, la sua nuova amante, la sua unica patria, il suo migliore amico. In somma per dirlo con la precisione chirurgica che l’attualità richiede aveva varcato quella soglia, soglia che aimé lui conosceva benissimo, dove il confine tra ciò che è reale e ciò che è immaginato si fa sempre più labile.  E la faccenda si era ridotta (si è proprio il caso di dirlo!) ai minimi termini: il mio cazzo si sta davvero restringendo o sono io che lo vedo restringersi di giorno in giorno, ma è tutto dentro la mia capoccia bacata? Avendo Nino una certa familiarità con la psicoanalisi (ci era stato due volte: la prima a venticinque anni, prima di prendere il largo dalla famiglia, dalla sua città provinciale, dai suoi maledetti studi di giurisprudenza ma soprattutto dalla sua tirannica madre; la seconda volta a trentacinque, quando il suo primo romanzo non si decideva a imboccare la sua strada e la psoriasi lo stava divorando), di certo non sottovalutava gli scherzi che può farti la tua testa. Eppure, come diavolo si fa, quando ci sei dentro fino al collo e sei diventato spettatore, attore protagonista, pubblico e regista della tua stessa caduta? Fu così che, in una notte mesta e bassa di statura, come tante altre sul pianeta terra partorì la sua geniale idea.

Il citofono squillò all’ora prevista. Lui  preso alla sprovvista, perché ancora totalmente immerso nella contemplazione amareggiata, stupefatta e inebetita del suo cazzo (unico dio splendente nel suo assai prosaico firmamento stellato), con una rapidità che non ti saresti aspettato da uno come lui, si alzò in un baleno dalla sedia, scattò veloce in soggiorno, indossò la sua elegante camicia da camera,  assunse la sua postura da “scrittore di razza che ha visto il buio fondo della vita e poi è risalito”, si lisciò i suoi piccoli baffetti alla messicana,  ingollò  la sua saporita pasticca  blu  e lasciò la porta d’ingresso socchiusa, sua inveterata abitudine. Poi cercando di sembrare il più naturale possibile, andò a sedersi al suo scrittoio e si mise a fingere di lavorare. La ragazza entrò e chiuse la porta. Aveva la carnagione olivastra, un corpo slanciato dalle forme flessuose e due occhi color nocciola che le conferivano un’aria gentile e persino amichevole.  Dopo aver chiuso la porta la ragazza si recò in cucina e si versò da bere un chinotto. Unica bevanda che lo scrittore beveva. Poi con il bicchiere in mano ritornò in soggiorno.

  • Ah, sei qui – esclamò
  • Stai lavorando?
  • Ci provo.
  • Ora però è tempo di rilassarsi. Disse lei. E poi si avvicinò al vecchio giradischi e mise su Wagner. La cavalcata delle Valchirie.

La musica del grande compositore tedesco si diffondeva ad altissimo volume nel soggiorno, mentre la ragazza sorseggiava lentamente il suo chinotto e lo guardava con un’aria un po’ gattamortesca che, però, sembrava molto di più il risultato di uno sforzo espressivo che non il senso della sua reale disposizione interiore. Una bella statuina insomma. Ogni tanto sfiorava con il dito i libri di Mitologia  (Terza grande passione dello scrittore. La prima era la letteratura. La seconda la musica classica), posati sulla mensola sopra il giradischi ma poi subito si voltava e ritornava alla stessa espressione di prima. Il destino condanna molte specie: una sola si insidia da sé. Erano le parole di William H. Auden, il poeta preferito di Nino.  La ragazza lo guardava con il suo bicchiere in mano, mentre lui riprendeva a digitare parole sul suo Mac. Poi lentamente e pacatamente iniziò a spogliarsi. Gli indumenti venivano piegati e poi riposti con estrema cura sulla sedia messa a sua disposizione, come secondando un canovaccio già prestabilito. Una volta rimasta solo con gli slip e i seni scoperti, bei seni, sodi al punto giusto, indossò una maschera d’ebano di origine a lei ignota che raffigurava un dio cornuto e che le ricopriva l’intera faccia. Poi incominciò lentamente a mettere in scena una danza tribale, mentre Nino continuava a lavorare o a fingere di farlo. Era eccitato? Manco per sogno. La pillola non aveva ancora fatto effetto. D’altronde non era quello poi lo scopo. E poi c’erano i pensieri che, come tutti sanno, vanno e vengono e nonostante il vertiginoso progresso della scienza abbia concepito persino strumenti (vedi alla voce antidepressivi) capaci di controllare pure quelli brutti, ciò non era affatto sufficiente. E così  Nino C., impeccabile nella sua vestaglia da camera, magnifico sia nella sua ascesa che nella sua disfatta, mentre digitava parole senza senso sul suo Mac Pro ultima generazione e una ragazza semi nuda e mascherata danzava per lui, non riuscì a schivare la Grande Ondata e la sua inesorabile corrente di risacca che lo riportò indietro, molto indietro,  al tempo dei ricordi: l’incontro con la sua seconda moglie, avvenuto in una libreria torinese quando ancora si prestava al giro di giostra ( imposto severamente dalla sua casa editrice) di presentazione entusiasta e benedizione dei romanzi dei suoi colleghi. Quando la vide, lì seduta tra la folla sparuta di poveri diavoli che ancora popolavano queste presentazioni, fu colto da un ardore e da una passione   che non aveva  provato prima, nemmeno per il suo primo amore ( quello che non si scorda mai); la volta in cui ritirò il premio Bagutta davanti una platea festante e lui, per la prima volta, si sentì davvero uno scrittore; il giorno in cui aveva  scritto quel corsivo infuocato contro l’affermazione di Eco su internet e il branco di imbecilli che lo popolavano e si guadagnò il plauso di tutte le  giovani generazioni; il suo presunto amico e pupillo, Francesco D., trentatré anni e già due romanzi di successo alle spalle, che aveva accolto a casa sua come fosse il figlio che non aveva mai avuto il coraggio di concepire e poi, senza pensarci due volte, si era scopato sua moglie; la sua solitudine che un tempo era popolata da una moltitudine eterogenea di facce, voci, colori, suoni;  la foga e il suo ardore per lo scrivere  che era sempre venuto prima di tutto. Una volta aveva detto alla sua seconda moglie, ancora una volta inferocita per il fatto che lui stava rinchiuso per giorni nel suo studio, e non le rivolgeva una parola: la letteratura è la mia unica religione, la scrittura l’unico rituale che posseggo. E adesso invece: soltanto suo il cazzo. La sua minchia. Il suo pesce. Il suo pisello. Il suo batacchio.

La ragazza continuava la sua danza che intanto si era fatta più nervosa, più convulsa, faceva improvvisi movimenti rotatori con la testa, alternati a piccoli balzi precisi e cadenzati, mentre lentamente si avvicinava verso di lui.  Nino aveva intanto aperto la sua vestaglia e aveva cominciato a massaggiarsi il pene. Lenti movimenti che partivano dalla sacca dei testicoli fino a risalire al suo prepuzio. Adesso incominciava a sentire gli effetti della pietà chimica e il suo membro si stava lentamente inturgidendo.

L’idea gli si presentò tra capo e collo in una delle sue innumerevoli nottate insonni passate sul web. Ironia della sorte: le affermazioni sul web del grande semiologo bolognese che un tempo aveva pubblicamente condannato (la verità era che aveva sempre avuto un certo complesso di inferiorità nei confronti di Umberto Eco), gli apparivano dolorosamente vere. Aveva preso seriamente in considerazione l’idea di sottoporsi all’intervento di allungamento del pene e stava leggendo in un blog l’ennesima testimonianza ( vera?) di un ragazzo micro dotato, con  scarsa familiarità con l’uso dei congiuntivi e sconfinata passione per i puntini di sospensione, che l’aveva fatto: “ La mia vita è cambiata, diceva,  non c’ho più vergogna, non c’ho più ansia, quando vado aletto con una ragazza … prima ero sempre in imbarazzo quando dovevo cacciare il mio cosino arrizzato … adesso mi spoglio vedono il mio cazzo enorme e vanno in visibilio… io, se dovrei essere sincero, lo consiglierei a tutti quelli che soffrono di questo problema, era una operazione semplice, il medico gentilissimo e comprensivo e poi lo diceva pure Froid scopare è la cosa più importante … poi si può pure pagare a rate, pensate un po’ …  niente più vergogna ragazzi, niente più imbarazzo, pensateci… ne vale la pena “.   Si trovava proprio a questo punto della lettura, sopraffatto da un sentimento che era un misto di vergogna, tristezza e forse anche rassegnazione quando un ricordo, antichissimo ricordo gli balenò nella testa. Era il vecchio Alberto Moravia, alla fine dei suoi anni, prima che la morte lo consegnasse al regno del non essere e alla ferocia dei critici che senza perder tempo, forse per naturale antipatia, forse per ripicca, attraverso un lavoro meticoloso e tenace decisero di relegarlo nell’olimpo degli scrittori minori.  Il vecchio Alberto Moravia seduto a tavola, oramai per metà rimbecillito da tutti i farmaci che si prendeva, guardava il giovanissimo Nino, ancora del tutto sconosciuto, ma già inserito nei circoli letterari più a la page, ed esclamava, senza che nessuno gli avesse chiesto proprio niente (il grande vecchio lo faceva spesso negli ultimi anni della sua vita): “è il rituale che ha salvato l’uomo dalle barbarie, Nino, il rituale”. La paternità di quella frase quanto mai oscura ed enigmatica per il giovane Nino,   non apparteneva all’oramai defunto scrittore, avrebbe scoperto poi, bensì all’antropologo Ernesto De Martino e pronunciata fuori dal contesto originale, non significava proprio un bel niente. Almeno allora, quando il giovane Nino celava la sua beata ignoranza dietro un sapiente e del tutto naturale savoir faire di matrice meridionale e un sorriso che faceva girare la testa a tutte le creature appartenenti al gentil sesso.

Così quella notte lo scrittore pluridecorato Nino C., con cazzo in fase decrescente, un matrimonio fallito alle spalle (La sua prima moglie l’aveva scelta quasi per contrappasso: mentre l’affermazione preferita di sua madre era “No, Nino, no”, quella di sua moglie era sempre e comunque “Si, amore”) e un secondo matrimonio in via di disfacimento (il fatto che la sua seconda moglie si fosse scopata il suo pupillo,  era stato certamente uno dei detonatori che avevano fatto deflagrare, in tutto il suo splendore, la sua magnifica ossessione) partorì la sua idea. Ci voleva una buona drammaturgia! Come aveva fatto a non pensarci prima! Una drammaturgia che fosse anche un rituale di rinascita e di fertilità. Una drammaturgia che fosse anche invocazione ed inno alle divinità della meravigliosa civiltà ellenistica.  Non aveva mai scritto per il teatro, né mai gli era passato per la testa, perché i dialoghi non erano mai stati il suo forte. Gli ci vollero, infatti, almeno quattro giorni per metterla giù, ma alla fine fu pienamente soddisfatto. Quando la consegnò alla ragazza, lei non fu affatto sorpresa dal copione, visto che aveva già visto di tutto, ma proprio di tutto (avrebbe potuto tranquillamente compilare un manuale psichiatrico che includesse tutte le forme più diffuse di parafilie). Quel che più la intimidì fu il monologo finale. C’erano volute un bel po’ di prove, prima che la performance raggiungesse il suo pieno successo, ma alla fine divenne quasi un grande show.

La ragazza mascherata continuava la sua danza, i suoi seni generosi al punto giusto (a Nino non erano mai piaciute le tettone) ballonzolavano, mentre i movimenti felpati delle sue gambe definivano il suo progressivo avanzamento verso lo scrittore che intanto aveva cacciato il suo membro da fuori. Nino la scrutò con disappunto, aveva sbagliato un passo: quel passo era fondamentale, glielo aveva spiegato almeno un centinaio di volte! Stava per sacramentare e fare il segnale dello stop, ma oramai la ragazza era da lui, si era inginocchiata e aveva già impugnato il suo pene.  Faceva su e giù con entrambe le mani cercando di celare il nervosismo che, sempre, a questo punto della drammaturgia, cioè poco prima del monologo finale, arrivava.  Il fatto era che il monologo finale andava declamato esattamente un attimo prima che Nino stesse per venire. La sega più difficile che avesse mai fatto, insomma. Se doveva essere uno spettacolo allora dove erano finiti i suggeritori? La ragazza continuava, mentre Nino cercava di ritrovare quella quiete che era stata violentemente sciupata da quel passo sbagliato. Il momento era sempre più vicino. La tensione alle stelle. Lo scrittore stava per venire. Lei conosceva bene quella espressione. E così iniziò a declamare il suo monologo: “Non avendo antenati, il guerriero venuto su dal nulla, elesse come propri padri l’immenso Dioniso, dio dell’ebbrezza e dell’orgia, Apollo elegante e sinuoso nel suo doppio petto firmato Armani, Afrodite in veste da camera in eterna attesa di un Priapo eternamente arrapato e il grande Dio Pan con le sue zampe caprine e pelose.  Una volta chiamatili a raccolta li invocò tutti all’unisono e fissando il cielo stellato, gridò: è tempo di guerra, rivolte ed epidemie, e io vi invoco, oh eccelsi dei dell’olimpo affinché il potere della mia spada possa crescere, affinché la mia spada possa risplendere sotto il sole lucente di Apollo, affinché la mia spada con forti fendenti faccia soccombere il nemico infedele. Perché i nemici, furfanti e ingordi, a caccia di sottane senza alcun rimorso, eternamente giovani e intatti, sono alle porte, e questa battaglia è quella che designerà le sorti della guerra!”

A questo punto lo scrittore emise uno strano grugnito, eiaculò sulle mani della ragazza e poi la guardò con un’aria di stupore lieve. La ragazza genuflessa al suo cospetto ricambiò il suo sguardo e poi crollò a terra, priva di sensi.

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