Eravamo tutti nella villa di Capri, dove ogni estate si riunisce la mia famiglia. I De Maio. C’erano mia sorella Elena, la più piccola, col marito. Roberto con la moglie e il figlio piccolo e aspettavamo la venuta di Francesco. Francesco è sempre stato quello più refrattario a queste rimpatriate, diceva che non ce ne fosse bisogno, che erano inutili. In più il suo rapporto con nostra madre, nonostante oramai lei avesse quasi novant’anni, restava ancora estremamente problematico. Per usare un eufemismo.
Fui io ad andarlo a prendere agli arrivi del vaporetto. Quando mi vide, mi scrutò da capo a piedi e poi esclamò “il giallo non ti dona”. Niente di particolare. Era nel suo stile, per questo non me la presi.
Francesco montò in vespa ed in un baleno arrivammo a casa.
Quando Francesco entrò in casa ci furono una moltitudine di grida di entusiasmo e di gioia. La mia nipotina più piccola gli saltò in braccio. Elena lo strinse e lo baciò calorosamente, Roberto gli diede un piccolo buffo sulla guancia. Francesco rispose a tutte queste feste con un sorriso posticcio e nient’altro. Poi disse che andava a farsi una doccia e ci avrebbe visti più tardi sul terrazzo.
In terrazza mia madre già discuteva con mia moglie, che fa l’architetto, dell’annoso problema della ristrutturazione della villa. Problema più volte enunciato ma sempre rimandato. Mia madre con un vodka tonic nelle mani, non aveva perso l’abitudine del bere, mia moglie con un pastisse parlavano animatamente. La villa valeva un mucchio di soldi ed una ristrutturazione avrebbe comportato delle spese notevoli per tutti noi figli.
Quando Francesco arrivò, senza nemmeno aspettare che nostra madre finisse di parlare subito le diede addosso dicendo che lui i soldi per la ristrutturazione non ce li aveva e dunque non poteva essere che contrario. “Vorrà dire che pagherò io la tua quota” disse nostra madre. Ma questo lo fece imbestialire ancora di più e allora partì con la sua solita filippica -In questa casa si parla sempre e solo di soldi, qualsiasi altro argomento è escluso, è mai possibile. Quando ero piccolo tutte le fonti di ispirazione le ho dovute cercare da solo e fuori, perché la nostra cara e preziosa casa a Napoli era del tutto sprovvista di libri e gli unici quadri appesi alle pareti erano riproduzioni fotografiche degli anni Trenta.”
- Datti una calmata Francesco, disse Elena, questa storia della casa priva di libri è un leitmotiv vecchio come il mondo e ci siamo stancati di sentirlo, oramai c’hai quarant’anni … “
A questo punto intervenni io, primogenito sempre disponibile a salvare la famiglia dalle pieghe inaspettate del caso. – Ragazzi su avete tutti bevuto un po’ troppo.
Il giorno dopo in spiaggia io e mio fratello Francesco ci andammo a fare una lunga nuotata. Sapeva che con me poteva confidarsi. Disse che nostra madre era la stronza megera di sempre e non avrebbe dovuto averci a che fare. Mi chiese ragguagli sulla mia professione, ma in realtà erano domande di pura formalità. Conoscevo bene Francesco e sapevo che per lui esisteva solo la letteratura, i grandi scrittori e nient’altro. Non aveva alcun senso della misura. Per lui tra fare il cardiologo, l’ingegnere, o che ne so il fabbro non c’era alcuna differenza. Lui vedeva o credeva di vedere solo la grande arte. Ed è sempre stato questo il suo più grosso limite.
Quando risalimmo a riva era mezzogiorno e lui prese congedo da me e da mia moglie e si diresse verso la casa.
Mia moglie leggeva Repubblica e mi sorrideva
- Hai fatto un buon bagno?
- Certo, l’acqua era fantastica
- E quello là non ti ha dato problemi?
- Francesco vuoi dire? Francesco ha avuto una adolescenza difficile bisogna capirlo è stato l’unico che non ha conosciuto nostro padre
- Io non riesco proprio a parlarci
- Tanto resterà qui solo per qualche altro giorno.
A cena avevo un vago senso d’ansia perché temevo che Francesco e mia madre avrebbero fatto di nuovo scintille. Io ci tengo alla famiglia, è l’ultima buona cosa che è rimasta. Perché guastarla?
Mentre ero assorto in questi pensieri mia madre brindava a suo marito, nostro padre, scomparso anni addietro per un infarto e poi benediceva tutti i commensali. Tutti bevevano e mangiavano
La situazione si mantenne pacata fino a quando non ci riversammo tutti in terrazza.
Nostra madre a cui è sempre piaciuto fare la prima donna incominciò a raccontare, piccoli e stupidi aneddoti su quando eravamo piccoli.
Tutti ridevano eccetto Francesco. Sapevo che da un momento all’altro sarebbe potuta esplodere la sua collera. Ed infatti, ad un tratto, parlò: – come è bella la favoletta della famiglia de Maio, disse, tutta piena di storielle tanto belline ed edificanti. Sciocchezze! Che ne dici dell’anoressia di cui soffriva Elena e di Roberto ed i suoi attacchi di panico, poi indicò me ma non disse niente, ma forse è meglio che mi trattenga altrimenti…- poi si alzò di scatto e usci di casa.
Io mi alzai a mia volta per seguirlo, nonostante mia moglie dicesse di lasciar perdere.
Gli stavo dietro e lo chiamavo – Francesco, Francesco.
Finalmente rallentò.
- Che cazzo vuoi
- Voglio solo parlarti
- Ti ascolto
- Perché ogni volta in queste occasioni non puoi mettere il rancore da parte e cercare di preoccuparti anche degli altri
- Gli altri – e mimò uno sputo – gli altri mi fanno schifo
- Sei sempre il solito egoista, pensi solo a te
- E tu hai sempre fatto il figliol prodigo, sempre a seguire la retta via, ti sei laureato in medicina come voleva nostro padre, specializzazione in cardiologia, una bella mogliettina che hai colto dall’ovile messoti a disposizione dal nostro entourage sociale.
- Ora basta, vaffanculo
Lui riprese a camminare ed io accecato dalla rabbia, presi una pietra da terra e, cosa feci?, gliela scagliai dietro la nuca. Lui perse l’equilibrio e cadde a terra. Le lacrime incominciarono a rigare il mio volto.
Cosa avevo fatto, cosa?
Lui si rialzò e riprese a camminare mentre io continuavo ad urlare il suo nome.
Il giorno dopo prese il primo aliscafo per Napoli.
Non lo rividi più.
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