False Utopie

<<Oggi ho comprato un quadernone nero a righe e sono venuto a Piazza Bellini. Non ho portato nessun libro con me, perché sapevo che in sua presenza non avrei fatto altro che leggere. Non ho inventiva senza un libro tra le mani, quello che penso lasciato solo a me stesso mi annoia profondamente, non si può fuggire da una gabbia illimitata, solo il confronto con le sbarre di un’altra gabbia riesce a liberarmi. Ma oggi ho deciso di confrontarmi solo con la mia.

La piazza è piena di gente, nonostante sia un normale lunedì mattina, in cui si presume tutti stiano a lavorare. La rimozione è la pratica più diffusa, l’elefante è nella stanza ma nessuno che riesca a vederlo. Io mi conformo, non potendo fare altrimenti: il mio quadernone nero, la mia biro blu e le mie sigarette marca francese.

È passata appena una settimana da quando tu te ne sei andato.

 Una settimana intera che ho riempito guardando serie televisive idiote, falsificando nei più svariati modi il mio curriculum, meditando fughe da fermo – Roma, Londra, Parigi, Berlino,  ma poi partire da me per arrivare a me?-, dandomi ai più sofisticati e complessi riti onanistici, inventando camminate nuove, leggendo meravigliosi romanzi distopici, dormendo, si, soprattutto dormendo; ho  provato a imprecare, a urlare, a prendermela con oggetti inanimati, prima – la stampante che non si decideva a cacciare inchiostro, il telecomando inceppato, la sedia al posto sbagliato -, con oggetti animati, poi – mia madre che non la smette di essere se stessa, il mio gatto perché continua a dispensare  amore , infine me stesso; ho meditato sull’eventualità di metter su famiglia, ho raggiunto l’età giusta oramai, ho desiderato scomparire in un crepuscolo artificiale e perciò bellissimo in GTA; ho  preso seriamente in considerazione l’ipotesi di convertirmi al cristianesimo per poter odiare  lucidamente e legittimamente dio.

Ma niente, non ha funzionato

Allora il quaderno: pagina bianca e inchiostro a palate, con la stessa foga compulsiva di un grafomane ( quale a tutti gli effetti io sono), darò fondo a tutta la mia rabbia.

Niente trame però per carità di dio, solo inchiostro che cola e verità, nuda e pura, lo giuro, nient’altro che verità.

Sono venuto qui in metropolitana, la gente del sottosuolo  mi guarda sempre un po’ storta ultimamente  e allora mi vien voglia di giustificarmi : “ Guardate che io di solito non sono così,  le mie occhiaie, i capelli scompigliati, le unghie sporche, le mie  camice sdrucite, la fronte sempre imperlata di sudore, una fase di passaggio, ho un lutto sulle spalle io ”; o ancor meglio  mi viene lo spontaneo e sacrosanto desiderio di sequestrare un illustre sconosciuto ( quelli sono i migliori), legarlo ad una sedia e raccontargli daccapo tutta la mia vita, perché mi sembra di aver tralasciato i particolari più importanti  e l’ultima versione di me che ho raccontato (a chi  poi?) mi sembrava davvero scadente. Potrei cominciare dalla teoria del gene materno guasto, quella si che non l’ho ancora rifilata a nessuno per intero ( a parte a Te), spiegare come la mia vita sia fondata su questa dialettica imperfetta tra geni materni e geni paterni, se lo sconosciuto è un intellettuale, potrei pure abbellire la mia teoria dicendo che il gene materno è simbolo dello spirito dionisiaco e quello paterno dell’apollineo, che fino ai venti l’equilibrio seppur imperfetto funzionava, la distruzione creatrice del dionisiaco materno si muoveva regolare entro le coordinate stabilite dall’apollineo paterno, l’apollineo era lo stampo, il dionisiaco il ferro ancora allo stato liquido, poi dopo i vent’anni il gene materno ha lentamente ma tenacemente infettato il mio organismo e l’equilibrio imperfetto se n’ è andato a puttane e allora sono cominciati i  guai, grossi guai, una furia cieca  ed eccomi così ridotto, la distruzione ha preso il sopravvento…

Oppure  potrei tenere una conferenza sull’uso che faccio del mio narcisismo, spigare come ho esasperato a tal punto il mio narcisismo, mi ci sono spinto così a fondo a furia di dire sempre e solo io, da farlo diventare praticamente una  forma  di quasi- altruismo, sono diventato così parziale e soggettivo che ho paradossalmente raggiunto una perversa forma di oggettività, ho esplorato così bene tutti gli stadi del mio solipsismo che adesso sono proto  ad abitare qualsiasi identità…

Ma poi non faccio niente, abbandono le mie fantasticherie, sto zitto e mi lascio guardare, perché so che anche loro, i compagni di viaggio del sottosuolo, hanno i loro guai – bambini da recapitare a padri assenti, maratone per arrivare a fine mese, lavori tedianti e noiosi, eiaculazioni precoci, dipendenza da tranquillanti -, e se la mia disturbante presenza può per un attimo, anche solo per un istante, alleviarli dal peso dei loro problemi, allora che sia, redimerli dal loro dolore attraverso l’esposizione letterale del mio. Perché quando si arriva al capolinea, le metafore vanno a farsi fottere e tutto diventa terribilmente letterale.

È di nuovo  aprile,  il più crudele tra i mesi. L’estate è vicina. Dicono, ancora una volta, che sarà l’estate più calda dell’ultima decade, perché i tempi non sono più quelli di una volta, perché le calotte polari si stanno lentamente sciogliendo, perché il buco dell’ ozono si allarga,  il tasso di monossido nell’aria ha raggiunto livelli vertiginosi, il deserto avanza e le foreste spariscono, le città costruite sull’acqua rischiano di inabissarsi e la diossina ( questo privilegio esclusivo dei campani) sta facendo una ecatombe e io non riesco a fare a meno di gioire per l’avvento di una apocalisse, sarà un apocalisse gioiosa, questo lo so: Dissipatio Humani Generis, estinzione totale.

Ti ricordi le lezioni  del nostro professore di filosofia sul tempo storico e sui futuri possibili?

Futuro all’interno del  tempo storico. Escatologia marxista:  redenzione nella storia attraverso lo stato socialista.

Futuro fuori dal tempo storico. Escatologia cristiana:  la resurrezione e l’eternità.

Futuro che pone fine alla storia: Apocalisse.

L’ultima mi sembra oramai la più plausibile.

Era bravo però il nostro prof, chissà che fine avrà fatto quell’altro povero diavolo.

Titolo per un best-seller da un milione di copie: il frocetto che sognava la fine del mondo. Ma credo che l’abbiano già fatto.

C’è una ragazzina rom davvero deliziosa che si aggira per i tavoli, l’avevo già vista altre volte e avevo fantasticato sul suo corpo giovane eppure già così invitante.

 Adesso  è in cinta e penso che se fossi dotato di un minimo di slancio poetico, potrei lanciarmi in una inutile digressione sulla vita che finisce e quella che rinasce, la sua pancia simbolo della terra e il figlio che porta in grembo, il germoglio di quel futuro che verrà, a cui Tu, maledetto idiota, hai scelto di sottrarti. Ma lo slancio poetico mi è sempre mancato, la lirica non l’ho mai apprezzata e quindi mi limito a quello che posseggo: una biro, un foglio bianco e un rancore d’altri tempi che col tempo è andato pian piano perfezionandosi, è diventato un secondo corpo dentro il mio corpo, una entità incandescente, una supernova, un buco nero… ma ne saprò far buon uso te lo prometto.

 Per colpa tua, bastardo, ora mi tocca cedere, contro il mio volere, alle terribili lusinghe   del tempo perduto, strappato di prepotenza dal presente in cui mi trovo scivolo indietro verso i mie  vent’anni, poi i quindici, poi  i dieci, poi i cinque, ritorno persino a prima che io nascessi e mi ritrovo invischiato in quello  stupido  gioco dei se e dei ma:  e se fossi rimasto a Londra invece di ritornare Napoli? certo il rischio di cirrosi epatica era elevato, ma meglio morire  alcolizzato che depresso, non trovi?; oppure un balzo più lungo, a diciotto anni, niente università, unica maestra la vita: vivere di espedienti in giro per l’Europa, fare il barista a Londra, il saltimbanco a Berlino, il facchino e portiere di notte a Barcellona, l’aspirante libertino a Parigi, ribellarmi contro il destino borghese ( oh quanto appare lontana  questa parolina!) entro il quale la famiglia e gli amici mi hanno incarcerato, accoppiarmi con tutte le donne e gli uomini che mi capitano a tiro, perdermi infinite volte per poi ritrovarmi, oh si che avrei cose da raccontare adesso ( ma poi mica vero? La letteratura non la si fa con la vita); o a ancora tornare a dieci anni e impegnarmi davvero nelle lezioni di tennis cui i miei mi avevano iscritto, invece di  aspettare con impazienza  la fine del corso, l’ultima volée sbagliata, per poi correre a casa a   giocare ossessivamente a  Monkey Island – oh quanto l’ho amato questo videogioco -, e diventare un grande tennista; a cinque e rivelarmi un precoce genio del pianoforte; a tre anni incominciare a parlare tedesco invece che italiano, sono la reincarnazione di Franz Kafka; a prima che io venissi concepito e poi  rinascere ebreo e diventare una grande firma di Repubblica ( che dio me ne scampi!).

Ma il gioco non vale la candela, mi sono stancato.

Oggi  ho realizzato che l’ultimo momento in cui sono stato davvero felice,  è stato il 2003: seguivo i corsi all’università e andavo a letto con una ragazza di Latina di nome Giada, camminavo per la città sempre con un sorriso stampato sulla faccia, ascoltavo con piacere la musica con le cuffiette e tutto mi sembrava così perfetto e armonioso.

 Il futuro non ancora un minaccia, il passato solo una storia da lasciarsi alle spalle.

Intanto  sono di nuovo tornato a casa di mia madre. Questo andirivieni avrà inevitabilmente delle gravi conseguenze sulla scissione, già in atto, nella mia personalità. Le mie epistassi sono inspiegabilmente finite, chissà quali nuove e interessanti trovate si inventerà adesso il mio corpo per rendermi la vita infinitamente più ricca e più bella. Le francesi hanno terminato il loro anno sabbatico e sono tornate in Francia. Tu non ha mai avuto modo di conoscerle perché  avevi già trasformato la tua solitudine in una fortezza inespugnabile, peccato, erano personcine davvero a modo. Sarah ha definitivamente voltato le spalle alle passere e dopo di me è stato tutto un susseguirsi di amanti, uno peggio dell’altro: nerboruti e microcefalici, intellettuali dalla montatura spessa e nera, ragazzini ancora vergini, vecchi sporcaccioni. Però mi ha lasciato un dolce ricordino: un infezione all’apparato urinario, curato con un doppio ciclo di antibiotici, ma che ancora tarda a sparire. Marie, no, lei sa di aver scelto bene: niente cazzi per carità di dio!

L’editore nemmeno vale la pena parlarne.

 Eleonora, oh Eleonora, dove diavolo sei finita?

 Ne ho fondamentalmente le scatole piene di me stesso, dei miei sogni da ragazzo vecchio, dei mie raccontini da due soldi e di ogni cazzo di persona che ho frequentato. La gente vuole troppo da me e io invece non ho  nulla da dare. La gente mi sembra sempre  troppo aggressiva o troppo remissiva, troppo annoiata o troppo ubriaca, troppo depressa o troppo felice, troppo chiassosa o  troppo imbecille.

Dal balcone della mia stanzetta vomerese contemplo ogni notte la vita nell’edificio di fronte. C’è uno strano individuo  che certamente già da tempo deve aver preso congedo dal consorzio dei cosiddetti umani, perché ogni notte si affaccia al suo balcone e ulula verso la luna   “ Chi è stato ?, Chi è stato? Chi è stato?”,  e non si stanca fino a che non ha praticamente perso la voce. È un urlo carico di rancore, suona come una specie di grido di guerra. Chi è stato? Chi è stato? Chi è stato? Chi è stato? Chi è stato? Ripete ogni notte, quando è certo che il silenzio è calato sulla città, e la sua voce potrà riecheggiare in tutto il circondario.

  A volte qualcuno si affaccia alla finestra e gli urla di star zitto, ma lui non ci fa neanche caso. Continua, tenace, in questa missione bellissima proprio perché priva di alcun senso: trovare il presunto colpevole della disfatta della sua vita. O almeno è così che io me la spiego questa situazione.

 Infondo in tutti noi alberga il desiderio recondito di ricondurre la narrazione della nostra vita ad una causa prima- una madre che non ci ha voluto bene, una amore che ci ha fatto a pezzi, un lavoro che non sopportiamo più -, perché sarebbe più facile, più comodo, ma poi ovviamente gettiamo la spugna perché sappiamo che una ricerca di tale natura altro non è che  il definitivo lascia passare per la follia. Ma questo tizio invece no, continua ed ogni notte dal suo balconcino lancia i suoi strali contro il mondo, ogni volta più forti, alla ricerca  di un colpevole, uno solo, su cui possa riversare la sua rabbia e il suo dolore.

Un giorno o l’altro mi dovrò decidere ad andare a trovarlo. Busso alla sua porta e esclamo con candore “ sono stato io”.

Intanto ho preso la ferma e definitiva decisione di abbandonare il mio stregone junghiano, l’analisi è una faccenda da cui non se n’esce: perpetrare  la malsana convinzione che il tuo dolore come la tua gioia, i tuoi coiti interrotti e le tue maratone per la promozione, abbiano qualcosa di speciale e di unico, quando è proprio questo il guaio. Di speciale e di unico non c’è niente e la tua felicità come la tua infelicità, non vale né più né meno di quella degli altri.

Mia madre  ha cambiato ancora una volta domestico. Ti ricordi come era carina l’ultima polacca che aveva assunto?  non è durata nemmeno tre mesi.  Stavolta è venuto un ragazzo cingalese, non parla nemmeno una parola d’italiano eppure miracolosamente capisce tutto.  A volte ho il sospetto che mi legga nel pensiero. Il giorno in cui ho ricevuto la notizia della Tua dipartita, lui è entrato nella mia stanza e senza che avessi detto niente mi ha abbracciato. Un’altra volta, mentre mi disperavo al computer per le offerte di lavoro è venuto da me e mi ha portato un the caldo con biscotti.

Mi dico: non commettere gli stessi errori di sempre, ma commettine di nuovi e più vitali. E soprattutto in posti diversi.

Mi dico: non hai ancora raggiunto l’età in cui Cristo è finito sulla croce, c’è ancora speranza.

Non funziona più.

Vanno progressivamente riducendosi le possibilità stesse di un lavoro vagamente umano. Quando cerco su internet le offerte sono queste:

Installatore di pannelli solari

Badante

Web editor esperto in linguaggio SEO ( che diavolo vuol dire?)

Mediatore creditizio

Essere senza lavoro, in un paese dove il lavoro è tutto, implica che io mi iscriva immediatamente  ad un qualche albo che mi fornisca una  nuova identità,  altrimenti non vado da nessuna parte. Una mia cara zietta che oramai già da tempo ha smesso di uscire con la gente ma frequenta solo i loro biglietti da visita –  dice sempre: ieri sono uscita con l’avvocato Ruggieri, oggi prendo un caffè con l’ingegnere Rossi, domani a teatro con il presidente Gonorrea –, questa dolce zietta mi ha insegnato che senza un lavoro qui non si è proprio nessuno. Rivestirsi di una nuova identità o  essere nessuno? Ma poi nessuno non è mica male. A me piace essere nessuno, i vantaggi sono più degli svantaggi. Nessuno si aggira per la città, Nessuno si accoppia con  donne di tutte le razze, Nessuno è un artista concettuale, Nessuno espone le sue opere concettuali in tutte le più importanti gallerie italiane, Nessuno ha successo, nessuno ha un esaurimento nervoso, Nessuno viene dimenticato, nessuno  si sposa, Nessuno muore a quarant’anni proprio quando era riuscito a diventare sé stesso, Nessuno viene riscoperto,  a Nessuno viene intestata una strada a suo nome.

E poi ci sono i risvegli la mattina – perfetto sismografo del tuo stato d’animo. Oh cosa sono  i risvegli, apro gli occhi e la realtà mi sbatte in faccia come un muro di cemento, la realtà del fatto che ho l’età che ho, che ho dato fondo a tutte le mie energie, ho bruciato l’unica relazione che mi sembrava importante, a e allora cosa faccio ? prendo un sedativo dalla borsetta di mia madre, lo ingollo con un bel bicchier d’acqua e mi rimetto a dormire e il risveglio si fa più lieve.

 oh potenza della chimica!

Ma in fondo poi mi dico che c’è gente che sta peggio di me e tiro avanti. A differenza tua, io non ho mai creduto che ci fosse nulla di naturale nella natura umana.

Vivere significa essere in pericolo.

E tu, invece? Hai detto no.  Perché?

 Lo so io perché,  perché il tuoi ideale di io  era troppo elevato per noi comuni mortali, perché  non riuscivi ad accettare il fatto di non essere diventato quello che credevi fosse un tuo diritto inalienabile, essere un eroe, un grande artista, forse addirittura  un santo  e allora hai creduto, non potendo essere speciale nella vita, sarò almeno speciale nella morte e così ti sei autoincoronato l’eletto del dolore, il primo della classe in materia di depressione, generale in capo di un plotone di aspiranti bipolari.

 E hai vinto, lasciandomi ancora più solo. Bravo Luigi, come ha detto il prete: ora hai conquistato la vita eterna. Più tardi, tu eterno e io mortale, potremmo andare a fare un aperitivo dal sapore mitologico, non trovi?

Infondo si ricorda solo ciò che non si è mai posseduto, perché ciò che si è posseduto davvero lo si è vissuto troppo, lo si è consumato sino all’ultima scintilla, giorno dopo giorno e poi non è rimato più niente, perché le cose belle e felici non lasciano nessuna scia alle loro spalle. Ecco perché alla fine ogni ricordo è sempre un rimpianto.

Ed io della mia adolescenza ricordo tutto, ogni minimo particolare e ogni insignificante dettaglio: le bagnine bionde di Baywatch sulle quali ho consumato i miei feroci riti onanistici, mio padre all’ottavo ciclo di chemio e ben presto all’altro mondo, gli esordi dei Radiohead, mio fratello ancora piccolo e incosciente, mia madre e le sue benedizioni dell’altro mondo, la famosa discesa in campo del grande beniamino degli italiani, le mie camice a quadri che dovevano sembrare grunge ma non lo erano affatto, i primi osceni cellulari, le sale giochi che già cantavano il proprio epicedio, le sigarette di contrabbando che potevi acquistare fuori scuola( una sigaretta duecento Lire), l’anacronistica coda di cavallo che mi sono lasciato crescere per semplice indolenza, gli zaini Invicta,  le mie  allergie psicosomatiche prima dei compiti in classe di matematica, il primo mandato di Bassolino e la tanto decantata rinascita partenopea, le disturbanti immagini della prima  guerra del golfo, l’inizio di una nuova fine e Tu che fai ingresso nella mia vita.

 Perché sei stato Tu, contro la mia volontà , che al liceo mi hai raccolto da terra  e mi hai offerto   la vita quando io pensavo di non volerne più una. Sei stato tu a dirmi, senza aprire bocca, che la vita non va gettata.

Questo non te l’ho mai detto, ma prima che ci  incontrassimo, pensavo che non ci fosse più nulla al mondo che valesse la pena di essere visto. Quando mi affacciavo alla ringhiera del mio balcone, ogni sera, prima di andare a letto, ero morbosamente attratto da quel vuoto davanti a me. Lo corteggiavo, a volte lo sfidavo, mi dicevo stupidamente, la vita è mia e ne faccio ciò che voglio. Poi una sera, dopo queste  meditazioni, ho preso la boccetta di tranquillanti di mia madre e l’ho ingollata in un sol colpo. Il giorno dopo tutto incazzato mi sono svegliato in un letto di ospedale con un forte mal di capo ed un infermiere al mio fianco, checca come  da copione, che invece di consolarmi, come di dovere, mi guarda e poi mi prende per il culo: “ ti volevi ammazzare con una boccetta di tranquillanti ragazzo, con quella ti fai solo un gran sonno, vuoi sapere davvero come si fa per andare all’altro mondo, prendi le vene dei polsi e ci fai una bella incisione verticale, poi ti piazzi in una bella vasca d’acqua calda e te ne vai all’altro mondo nel modo più dolce e soave possibile, Principiante, coi tranquillanti ti volevi ammazzare!” e giù ancora a prendermi in giro. Dopo quella madornale figura di merda non ci ho più riprovato, perché ho pensato che per quanto si cerchi la tragedia, per quanto  si desideri il melodramma  quel che viene fuori è solo una commedia da due soldi.

Sei stato Tu con il tuo modo di stare al mondo un po’ sbruffone e un po’ teppista, ma sempre vitalista, a spigarmi cosa andava fatto, sei stato Tu con il tuo desiderio sfrenato di possedere ogni cosa, di penetrare ogni cosa perché una vita non vissuta con coraggio non valeva la pena di esser vissuta. Mi hai risollevato e io ho saccheggiato senza ritegno elementi preziosi della tua personalità, per erigere poi la mia, per diventare quasi  me stesso e adesso scopro che quelle fondamenta erano fatte di carta pesta. Adesso scopro che quella persona non c’è mai stata.

Andiamo non è così che si fa, mi hai semplicemente truffato.

Sei stato tu a farmi  ascoltare  i Velvet Underground,  i Talking Heads, i Massive Attack, quando io conoscevo solo i Nirvana, sei stato tu a farmi scoprire  i meravigliosi  universi distopici di Philip Dick e io che conoscevo solo Dylan Dog, sei stato tu a farmi sperimentare gli innumerevoli benefici e poi malefici della marijuana. 

Ti ricordi di quel tipo che importava tutti i mesi dall’Olanda quell’ottima Ganja e noi tutti i fine settimana andavamo da lui a rifornirci? Ti ricordi di quel natale, sarà stato il 96’o il 97’, in cui decidemmo di regalargli un panettone Motta, per i suoi servizi resi, come se non gli avessimo regalato già abbastanza quattrini?

Poi correvamo subito a casa tua, sempre a casa tua, perché da me era impossibile fare qualsiasi cosa, e come due bambini con i loro dolci preferiti, preparavamo tutto l’occorrente per una meritata fumata. E poi restavamo imbambolati per ore con i Massive Attack in eterno sottofondo. Ancora oggi non posso più riascoltare Protection  senza che le lacrime righino i miei occhi. C’erano anche le volte in cui tua sorella si univa a noi e io che sentivo il cuore battere all’impazzata,  perché ero innamorato perso, ma ancora troppo impacciato per trovare il coraggio di buttarmi. 

E poi una città come Napoli di cui io non sapevo assolutamente niente  perché relegato nella mia maledetta collinetta vomerese oltre la quale credevo non ci fosse nient’ altro. E invece tu che mi hai fatto vedere che c’era dell’altro,  una Napoli nuova, una Napoli infinitamente barocca, una Napoli ancora in movimento.  Erano gli anni novanta e ancora non era calata sulla città la sua triste cortina di cemento: i centri sociali erano luoghi di ritrovo e di fermento culturale,  la scena musicale era ancora in pieno fermento – gli Almamegretta, i Novantanove Posse e i Bisca urlavano le loro canzoni da sopra alle barricate -, la politica era ancora una faccenda seria e si discuteva, ci si infuriava, come se il muro non fosse ancora caduto e Marx non ancora sepolto. E io guardavo tutto questo ben di dio da spettatore perché eri tu il vero protagonista. E tu non sapevi, come avresti potuto d’altronde, di essere diventato 

il mio  Don Chisciotte che mi aveva insegnato come disfarmi della realtà, il mio Virgilio pronto a guidarmi in un inferno ( Napoli) che già puzzava di vecchio.

E facendo questo non mi hai solo fatto ritornare a vivere ma mi hai anche offerto una idea, idea di vita che io ho poi fatta mia fino ad oggi.

E tu, per come ti vedevo, eri sul mio personale olimpo dei giusti, i tuo cappelli ricci scompigliati, i tuoi occhi dal taglio vagamente orientale e tutte quelle ragazzine che ti venivano dietro, il tuo costante spirito polemico e io che ti guardavo e pensavo è così che sarò da grande. Ecco perché ce l’ho con te, era una fottuta recita, mi hai semplicemente preso in giro, mi hai truffato.

Ma in fondo le nostre storie non sono così diverse adesso che ci penso, entrambi vittime della stessa sindrome : l’adolescenza.  Entrambi intrappolati nel medesimo tempo, io che volevo lasciarmelo alle spalle a tutti i costi, tu che non passava giorno senza che lo rimpiangessi. Come   quei soldati che sono finiti in un isola sperduta del pacifico durante la seconda guerra mondiale e a guerra finita hanno continuato a vivere come soldati e a cercare i loro nemici  da sconfiggere, così noi abbiamo continuato a portare avanti  la nostra vana crociata  contro il tempo, senza sapere che la battaglia era già finita e noi eravamo già stati sconfitti da un pezzo.

Il tuo  funerale si è celebrato all’ora stabilita, in tua assenza. Elisa era distrutta, tua madre e tuo padre neanche a parlarne, io ero in disparte e un po’ defilato, ma non piangevo, no, questo privilegio non te l’ho voluto concedere, ognuno fa le sue scelte io ho fatto la mia, nemmeno una lacrimuccia fino alla fine dei miei giorni. Avrebbero voluto che dicessi qualcosa, mi sono fermamente opposto, sarebbe stato uno dei peggiori elogi funebri, perché avrei continuato a darti solo e soltanto del bastardo.

 Ho rivisto tua sorella, le lacrime le donano sai, è diventata una donna bellissima. Ha i tuoi stessi occhi ed un corpo da favola, il momento non era quello giusto ma le ho confessato che durante gli anni del liceo ero pazzo di lei. Ha fatto finta di niente.

 Poi tante altre facce alcune familiari, altre un po’ meno. C’erano quasi tutti i nostri compagni di classe. Tutti invecchiati, tutti, come direbbe mia madre, sistemati.

La sola considerazione che mi è venuta da fare è che si sta progressivamente consumando un divorzio tra noi – io e te, adesso solo me – e quell’altra parte dell’umanità: quella che si sforza di guadagnarsi il pane, quella che sottoscrive assicurazioni sulla vita, quella che accende mutui per comprarsi una casa, quella che vuole garantire un futuro ai propri figli.

Mi sono consolato dicendomi che io ho fatto la mia scelta, la sola scelta possibile : la vita, sempre la vita! Ma poi l’altro emisfero del mio cervello quello dove è localizzato il mio super-io pensante e giudicante, mi ha sussurrato che erano solo cazzate.

Al cospetto dei nostri compagni di scuola ho conservato il mio solito atteggiamento ostile e antipatico. Il fatto è che non volevo deluderli, non volevo privarli della solida certezza che io non fossi cambiato di una sola virgola da quando ci eravamo lasciati.

 L’unico   con cui ho parlato è stato Bruno. Ti ricordi come era timido e impacciato al liceo, la faccia piena di acne e quell’afrore che mandava se gli stavi troppo vicino? Adesso fa il dermatologo, come avrebbe detto il mio stregone junghiano, ecco uno che ha saputo investire sulla sua nevrosi: mentre cura tutti gli adolescenti con un acne che gli deturpa la faccia e gli impedisce di infilarsi tra le gambe della più fica della scuola, sta curando il ragazzo  brufoloso e idrofobico che era al liceo. Era davvero dispiaciuto. Ti voleva bene, infondo tutti ti volevano bene al liceo. Eri il nostro eroe.

 Luigi Capuana.

Luciano è arrivato in ritardo, è molto cambiato sai, ha superato la sua fase autistica  e sta incominciando a capire l’ABC della socialità . Infondo  tu e lui non siete mai riusciti a capirvi, credo che lui provasse una certa reverenza nei tuoi confronti, ma credo che fosse dispiaciuto. Marco non si è proprio presentato ma tanto la vostra amicizia non ha mai funzionato.

  Ad un tratto ho visto una vecchina tutta ingobbita con un occhio guercio, che non c’entrava proprio niente e ho pensato che si dovesse essere imbucata. Ha incominciato a guardarmi in cagnesco, le sono andato vicino e le ho offerto un fazzolettino, ha lanciato un urlo clamoroso. Tutti si sono voltati verso di me, io ho cacciato il mio sorriso da ragazzo vecchio e la cosa è finita li.

Poi c’è stata la lenta processione verso le automobili e il resto può essere dimenticato, perché c’era solo strazio.

Pensavo al fatto che ti sei perso un bel funerale, è un peccato morire e perdersi quello che viene dopo. Pensavo al fatto che nessuno può dire io muoio, perché morendo assiste  solo ad una parte del processo, l’altra parte, quella più importante, la dipartita vera e propria, te la perdi inevitabilmente.

L’altra notte ho fatto proprio un sogno strano. Io ero morto, ma tornavo a casa mia e andavo da mio fratello perché dovevo dirgli una cosa importantissima, ma ovviamente non potevo, perché lui non mi vedeva. E allora io facevo in tutti i modi per attirare la sua attenzione, facevo cadere oggetti dalle mensole, spostavo sedie, accendevo la televisione, ma non serviva a nulla, non poteva vedermi,

 Il mio stregone come suo solito ha detto che questo sogno era “un segno eloquente del processo di autoguarigione che il mio io stava compiendo”. Oramai il sospetto si è fatto dolorosa certezza: la laurea che ha appeso alla parete l’ha vinta in un concorso a premi o durante una partita di poker.

Il giorno dopo il Tuo funerale ero seduto allo stesso tavolino dove sono seduto adesso,  in compagnia di Elisa. La tua tenera amichetta ha riversato su di me tutta la colpa che lei non riusciva a sostenere: avresti dovuto fare qualcosa, diceva, tu che lo conoscevi da così tanto tempo, avresti dovuto dirgli qualcosa, qualsiasi cosa, come hai potuto restare imbambolato senza far niente, senza muovere un dito, sei proprio uno stronzo. Poi, con la stessa furia con cui mi ha dato dello stronzo, si è messa a ripensare agli  ultimi giorni trascorsi con te, li sezionava, ad uno ad uno, meticolosamente, pensando che avrebbe potuto cavarvi fuori qualcosa, qualsiasi cosa, pur di capire, pur darsi una ragione: siete andati a pranzo assieme, mi diceva, e tu sembravi sereno, avete parlato dell’insegnamento, poi avete passeggiato a piazza del Plebiscito e tu  le hai anche   scattato una foto,  lei ha fatto una smorfia e  tu hai sorriso;  parlavi di rimetterti in carreggiata, un lavoro, un lavoro qualsiasi, il giorno dopo vi  siete  parlati al telefono, Elisa ti ha aiutato a scrivere il curriculum, tu le hai detto che non potevi scrivere tutte quelle menzogne, proprio non potevi e lei aveva esclamato che è così si ottiene un lavoro.

Perché rifilarle tutte queste balle mi chiedo, quando avevi già deciso? Perché?

Dopo lei  è completamente ammutolita e io sapevo dove si era andata a cacciare con la mente, ma sapevo anche che non potevo fare un bel niente per tirarla fuori da quella situazione, stava cercando di trovare una spiegazione, che è come dire infilarsi di prepotenza in un pozzo senza fondo. Niente ti inguaia di più la vita di un uomo o di una donna che la presunzione di cercare di ricondurre entro un orizzonte di senso qualcosa che di senso non ne ha proprio. La ragione che di fronte all’indicibile ancora non vuole arrendersi. Ecco cosa le hai combinato. Poi Elisa ha messo i soldi sul tavolo per il thè che non ha nemmeno bevuto e se n’è andata e io adesso non riesco a togliermi dalla testa quei suoi occhi vacui e rassegnati.

  Adesso sono qui, mentre lei è chissà dove ancora intenta a cercare come un vecchio alchimista la sua pietra filosofale, quella che riconduca tutto ad uno. Ma tu sai, molto meglio di me, che non la troverà.

Poi è stata la volta di tua madre, mi ha contattato tre giorni fa, voleva che leggessi e catalogassi tutte le cose che avevi scritto, mi ha portato una parte del tuo Zibaldone, (anche tu affetto da una grafomania allo stadio terminale, brutta storia la grafomania, la conosco bene), gli ho dato una rapida occhiata e poi con estrema fermezza le ho rifilato un secco e sonoro no. Sono un bastardo, lo so, ma adesso non m’importa più niente, perché sei stato tu e soltanto tu a ridurmi così.

 Anche lei mi ha mandato al diavolo, ma oramai ci ho fatto l’abitudine e poi tua madre, ad essere sincero, non mi è mai piaciuta, la sua faccia da manga giapponese, il suo passato da sessantottina – potrebbe tingersi quei benedetti capelli, porco dio -, il modo in cui ha colonizzato ogni angolo della casa, così come il tuo cervello.

 Dovevi scappare finché eri in tempo, come ha fatto tua sorella e invece no, ti sei fatto stringere in una morsa mortale. Ti sei fatto espropriare della tua vita e hai accettato placidamente che diventasse quella degli altri: di tua madre che aveva grandi aspettative, di tuo padre dalla cui ombra lunga non sei mai riuscito a sottrarti.

La ragazzina rom adesso se n’è andata. Al tavolo di fianco al mio si sono seduti due stupidi ragazzini,  tracce di acne giovanile e entusiasmo a palate,  una canna pronta per essere accesa e l’ultimo film di Tarantino. Io davanti al solito bivio: spaccargli la faccia seduta stante o demolire a colpi di parole il loro entusiasmo. Un ceffone violento e inaspettato oppure un lungo pistolotto sul come le loro aspettative verranno sistematicamente frustrate, l’amore durerà poco, le loro velleità dovranno essere relegate in un anfratto remoto del loro cervello, prima o poi dovranno trovarsi un lavoro di merda e via di seguito.

 Mica eravamo così a vent’anni noi. No, la nostra generazione – arrogante che sono, io e te, diventiamo la nostra generazione – è nata già privata dell’entusiasmo.  Abbiamo vissuto la nostra esistenza, sin dal principio, come una eterna fase post-coitale, come se il climax sessuale fosse già sopraggiunto e noi un in uno  eterno stato di post.

Troppo da dire, nessuno strumento per dirlo.

L’unico modo, dunque, per rimanere interi è accettare di restare per sempre scissi?

Mi sono accorto di essere l’unico ad essere seduto solo ad un tavolino senza un qualsiasi altro con cui discutere. Solo chi riesce davvero a popolare la propria solitudine, potrà  abitare  la moltitudine, diceva da qualche parte il grande poeta in guanti rosa. Qui a Napoli questa cosa non è possibile, perché la città semplicemente non contempla la possibilità della solitudine. Per quanto tu ti sforzi di crearti uno spazio tutto per te, anche piccolo e infinitesimale, ci sarà sempre un napoletano fastidioso che verrà a bussare. Perché l’unica cosa che regna in questa città è un chiasso diffuso e nient’altro. Ovunque la gente ha paura della solitudine e questo lo riesco persino a capire, ma qui è diverso, qui la gente non ne ha semplicemente paura, ne è terrorizzata a morte, non riesce a star sola neanche un attimo, perché sa che gli basta un solo istante, lasciato solo a se stesso,  per scrutare tutto  quello che ha dentro e allora non uscirne più vivo.

Ricordo l’ultima volta che ci siamo incontrati, sempre a casa tua perché non era più possibile tirarti fuori da lì. Tua madre che mi apre la porta, ma stavolta non riesce a mascherare dietro la sua faccia sorridente, la paura che alberga nel suo animo.

Tu nella tua stanza che mi accogli con la tua solita aria cinica, orgogliosa e sarcastica,  come se io che ti conosco da una vita non sapessi che te la stai passando da cani, che la tua relazione con Elisa sta andando a puttane e che neanche il tuo Kierkegaard riesce a salvarti. Tu che sai meglio di me che l’attacco è la miglior difesa e allora per eludere le imbarazzanti ma semplici domande che avrei voluto farti, parti all’attacco e mi accusi di tutto.

  Mi dici che sono un codardo, perché  ho sempre paura  di buttarmi,  perché invece di prendere una decisione faccio in modo che la decisione si prenda da se, poi  non contento  aggiungi che sono così ossessionato dal bisogno di piacere e accontentare tutti che alla fine quindi non piaccio proprio  a nessuno. Mi hai fatto davvero infuriare e mi sono visto costretto a ripagarti con la stessa moneta.

Ma infondo il  bello in tutta questa faccenda è che nonostante tutto, hai fatto centro. Un lucido bastardo sei, un lucido bastardo per me resterai.

E poi quell’ultima telefonata piena di vaneggiamenti, quell’ultima telefonata per dirmi  che mi dovevi dare una cosa, che era importantissimo che la prendessi io e non qualcun altro e io non capivo che diavolo mi stessi dicendo, perché pretendevi che venissi a casa tua nel cuore della notte a recuperare questa cosa, e poi tu che alla fine ti plachi e dici che non fa niente, sarà per la prossima volta.

Ma tutto questo oramai non conta più perché hai deciso di seppellire ogni cosa, con il tuo dolore da ragazzino viziato, perché non potevi ottenere ciò che volevi e allora hai deciso che era meglio un bel niente. E a me non ci hai pensato?

E adesso sono qui, ancora in questa maledetta piazza e, implacabile, ritorna quell’immagine atroce, insostenibile, che chissà per quanto tempo resterà tatuata nella mia memoria.  Quel gesto a cui resterai inchiodato per sempre, a cui resterò inchiodato per sempre: Sabato notte – potevi scegliere un giorno meno scontato-, sei solo in casa perché i tuoi sono a fare un bel week end romantico sulla costiera amalfitana e la tua sorellina ha già da tempo lasciato il nido, tu che esci sul tuo terrazzo vista mare – terrazzo dove mi hai infinite volte dato il tormento con il tuo Kierkegaard -, tu che cammini verso il destino che chissà da quanto tempo hai già scelto, infischiandotene degli altri, infischiandotene di me; la notte che cala sulla tua mente come un secondo corpo, la mente prigioniera di chissà quali pensieri impensabili, tu che volgi un’ultima volta lo sguardo verso il golfo,  tu  che scavalchi la ringhiera, nessuna esitazione, un bel salto ed è fatta, hai vinto. La tua estrema e finale confessione: non ne valeva la pena.

 E io che adesso penso che darei certamente la mia anima al demonio, se davvero ne esistesse uno, per entrare nella tua capoccia per soli dieci secondi e scrutare dentro il tuo abisso.

Poi tua  madre è tornata da quella che doveva essere  una vacanza ma invece è andato tutto storto – perché tuo padre non ne può più di lei, così come lei non ne può più di lui, ma infondo dopo vent’anni di matrimonio chi ha il coraggio di lasciarsi? -, tua madre che ha varcato la soglia di casa, tua madre che ti ha chiamato sul cellulare perché non ti ha  trovato, tua madre che l’ha sentito squillare nella tua stanza e allora, almeno è così che io riesco a immaginarmelo, tua madre che  ha capito, perché infondo una madre per quanto stronza, possessiva e nevrotica possa essere, è sempre una madre e dopo che il terrore è apparso nei suoi occhi, ha fatto quello che sapeva doveva fare: si è affacciata alla terrazza, ha guardato prima il cielo pieno di stelle, poi il golfo pieno di barche e poi con raccapriccio ha volto lo sguardo in basso e lì in basso in mezzo all’erba non curata, ha visto la tua sagoma, inerme e poi ha cacciato un urlo d’altri tempi.

  Non oso immaginare cosa deve esserle passato per la testa e penso che forse non lo saprò mai, perché se pure scegliessi di diventar padre, mai sarò madre e una madre che sopravvive alla morte del proprio figlio, è un dolore che non ha ancora trovato una sua lingua per esprimersi. Un figlio che perde i propri genitori resta orfano. Una moglie che perde il marito resta vedova, ma per una madre che perde il proprio figlio non c’è sostantivo che tenga. La lingua che non può dire deve piegarsi all’indicibile.

E poi immagino i telefoni che incominciano a squillare all’impazzata, la polizia e l’ambulanza che arrivano, i curiosi, i morbosi, i voyeristi che si affacciano alle finestre o che accorrono per vedere la morte com’è fatta davvero da vicino, tuo padre che cerca di mantenere la calma, perché tua madre è perduta e poi  via con un vocio diffuso e tutta una sequela di frasi fatte che al solo sentirle mi viene un repentino conato di vomito: “ era così un bel ragazzo”, “ era così intelligente”, “ era sempre stato molto fragile”, “era un ragazzo dolcissimo”.

 Andiamo è così che volevi essere ricordato ? A quel punto non valeva la pena di fare almeno una bella carneficina ? Portati all’altro mondo qualcun altro insieme a te, come quel surrealista che ti piaceva tanto che  ha invitato un amico a casa suo e ha somministrato a lui la stessa dose di veleno che ha poi dato a se stesso, per non morire da solo.

Arriverà la morte e avrà i tuoi occhi e dentro troverà i miei.

Per colpa tua mi sono messo a leggere Kierkegaard. Aut-aut, La malattia mortale, Timore e tremore. Una carrellata di titoli davvero invitanti e una sequela di eteronimi che a leggerli mi vien soltanto da ridere : Victor Eremita, Johannes de Silentio. E una vita passata ad espiare per le colpe di qualcun altro.

Ma oramai il toro l’ho preso per le corna, alla fine riuscirò domarlo il tuo amato  danese bipolare

Il crepuscolo è sopraggiunto sulla piazza un brivido attraversa il mio corpo come una scarica elettrica. Odio i crepuscoli, così come le albe, così come i grandi spazi aperti. Odio le spiagge affollate, odio le luci al neon, odio il mio corpo nudo.

Ecco perché non posso morire. Come faccio a rinunciare? Ad andarmene?  Tutto ciò che odio è proprio  qui, davanti a me.

I due adolescenti sono stati sostituiti da altri due adolescenti identici. Stavolta gli spacco davvero la faccia se si azzardano a parlarmi ancora una volta dell’ultimo film di Tarantino. Un virus si aggira per l’Europa, è peggio della peste, è peggio del capitalismo, è peggio del comunismo, è il tarantinismo. La più eloquente manifestazione del disagio dell’ occidente. Voglio che la violenza recuperi la sua dimensione sacrale, voglio che l’orrore abbia la serietà di un grande profeta, voglio che la morte diventi un atto sublime, voglio che il dolore si faccia un simulacro che promette solo apocalisse. Basta con le chiacchiere da due soldi.

Lo so tu non saresti stato d’accordo, avresti obiettato con la tua solita aria di sufficienza che Tarantino ha fatto col cinema ciò che Borges ha fatto con la letteratura. E con questo? Vadano al diavolo entrambi.

Ho deciso di andar via da Napoli, questa città è abitata da troppi fantasmi, i miei fantasmi. Non so quanto tempo ancora ci metterò per fare in modo che la mia decisione diventi atto concreto, ma ti prometto che lo farò. Se non vado via al più presto la città mi stringerà nella sua morsa mortale e finirò col considerare naturale  –  naturale vivere a casa di mia madre all’età che ho, naturale  non avere un becco di quattrino, a parte quelli che mi dà mia madre, naturale passare l’intera giornata a piazza bellini a leggere romanzi di fantascienza, naturale andare a letto alle quattro del mattino per poi svegliarmi a mezzogiorno -, quel che ben presto si rivelerà soltanto  letale.

È quello il vero problema, alla fine ci si abitua a tutto, ma io non posso concedermi questo lusso, troppe volte ho rimandato, troppe volte ci sono cascato.

Quello che ho scoperto oggi è che come l’eroina, come la cocaina, l’alcol o la marijuana anche la malinconia da dipendenza e  poi non puoi farne più a meno.

Per fortuna oggi mi manca  chiunque. 

Ora anche per me è arrivato il momento di andare.

Ti saluto. >>

Solstizio d’estate

Sotto l’ombra di un gazebo, dove la temperatura stazionava intorno ai 27 gradi, Luciano stava raccontando a Giordano che  aveva affittato una stanza a Berlino    ( quartiere Kreutzberg) per tutto il mese di agosto, perché aveva bisogno di un po’ di tempo da passare solo con sé stesso,  un po’ di tempo per riflettere, perché  Antonella, dopo cinque anni passati assieme, dopo cinque anni di faticosi alti e bassi, dopo cinque anni di litigi e riappacificazioni, dopo cinque anni di sacrifici e poi promesse di amore eterno, di punto in bianco l’aveva mollato per un avvocato penalista – un avvocato, ma ci pensi,  cosa c’è di più noioso e tediante di un avvocato, aveva detto-,    avvocato che aveva conosciuto durante un corso di cucina macrobiotica che per di più era stato lui, Luciano, a regalarle  per festeggiare il quinto anniversario della loro unione.

Luciano aveva studiato recitazione quando non calcava le scene poteva comunicarti con lo stesso tono di voce monocorde e annoiato la notizia della morte di qualcuno così come l’entusiasmo per un evento importante. Aveva sempre lo sguardo rivolto verso il basso mentre ti parlava, come se su di lui gravasse una eterna vergogna e se per caso incrociavi i suoi occhi lui subito distoglieva lo sguardo.

 Giordano si sorbiva l’intera lagna e annuiva, riuscendo a malapena a mascherare la sua totale indifferenza alla faccenda, pensava che lui la vacanza a Berlino manco se la poteva permettere  perché, a differenza di Luciano, la sua famiglia non aveva un becco di un quattrino e se lui non lavorava, come adesso, come da un anno a questa parte, nessuno gli avrebbe mai finanziato un viaggio per superare lo stress post- traumatico da separazione, nell’eventualità poi piuttosto remota  che ci fosse mai stata una separazione  visto che lui, Giordano, in materia di relazioni non c’aveva mai capito un bel niente  e  il massimo cui si era spinto con una donna era stato appena quattro mesi. Per di più la ragazza in questione che si chiamava Lucia, che era mora e davvero molto carina, che  aveva una bella casetta sulla collina di San Martino proprio adiacente alla vigna dove si trovavano adesso, era intenta, qui ed ora, in una tenera operazione di sbaciucchiamento con Marco, altro figurino che proprio non gli andava giù. Che strano poi, si chiedeva, mentre Luciano continuava tenace e implacabile nella sua lagna infinita, ma come aveva fatto a sedurre Lucia? Era passato già un anno  e perché era finita poi? Per colpa delle sue solite insicurezze, perché non si sentiva all’altezza, perché una donna così non credeva manco di meritarsela e allora che aveva pensato, meglio che la lasci io per primo, prima che lei mi scopra. 

Da quando Giordano aveva cominciato a prendere farmaci a base serotoninergica  la sua faccia  si era incredibilmente ispessita e gonfiata e con la sua barba folta e quell’espressione sempre un po’ mogia  dava proprio l’impressione di un orsacchiotto triste. Annuiva, con un bicchiere di vino bianco nella mano sinistra ed una sigaretta di tabacco nella mano destra, ancora una volta giurando a sé stesso che non si sarebbe più presentato ad una di queste feste, perché tutti i presenti avevano gran facce di culo, erano degli ipocriti e dei cazzo di snob. Ma tanto, mentre formulava questi giudizi, sapeva che ci sarebbe cascato di nuovo.

La festa si stava lentamente  scaricando come la molla di un orologio, un bossanova malinconica e suadente si diffondeva dagli altoparlanti e la gente era piuttosto  ubriaca. Quel vinello bianco prodotto della vigna dopo tre bicchieri ti dava subito alla testa e il sole di giugno in una giornata senza nuvole e senza un alito di vento, anche lui faceva la sua benedetta parte.

 La festa era cominciata alle 11 del mattino e adesso  erano almeno le 7 di sera, ma infondo chi aveva davvero voglia di andarsene?   

La vigna sotto il castello Sant’ Elmo, in cima alla collina del Vomero, era certamente tra i posti più belli dove esserci-ora. Un’isola verde piazzata in cima alla città che si estende per sette ettari e mezzo tra il corso Vittorio Emanuele ed i giardini della Certosa di San Martino.  Dopo essere stata confiscata da Cavour all’ordine dei Certosini al momento dell’unità d’Italia era stata poi separata dalla Certosa di San Martino di cui faceva un unico complesso e infine passando di mano in mano era stata acquistata da un privato.

Natura  vergine  miracolosamente non ancora violata dalle mire espansionistiche dell’uomo e dal saccheggio edilizio degli anni sessanta e settanta. Lontano dal frastuono dei motorini sfreccianti,  lontano dal risentimento dell’uomo medio, lontano dalla diossina di tutte le discariche abusive, lontano dalla morte per cancro.

Altrove.

 Come suona bene questa parolina

 La vigna aveva un suo marchio registrato.  Produceva vini e cibi biologici. D’estate si organizzavano feste, escursioni per ragazzi, corsi di yoga e degustazioni di vario tipo mentre d’inverno diventava palcoscenico per performance  di dubbio valore artistico a tema orfico – dionisiaco con orge, spargimenti di sangue di vacca e altra roba simile.

Il proprietario della Vigna, Alvaro  Russo, con il suo ambiguo molleggiare da checca ricca e velleitaria ( era una specie di mercante d’arte), si aggirava tra i vari gruppi di invitati e scherzava  e intratteneva e si esibiva ma, in verità, l’unica cosa che aveva tatuata nella memoria  era l’immagine tenue del ragazzo inglese di venticinque anni che aveva conosciuto l’estate precedente,  il suo corpo longilineo e senza un filo di grasso, il suo volto androgino e glabro e il suo membro circonciso, quando lo aveva afferrato, così bello. Il ragazzo inglese che gli aveva giurato che   sarebbe ritornato, ma poi vallo a sapere,  il ragazzo inglese che quando veniva  lui non riusciva a fare a meno di riempire di baci, il ragazzo inglese che componeva oscene poesie ma era così dolce e indifeso, il ragazzo inglese che studiava letterature comparate e sognava qualche forma di gloria in terra, il ragazzo inglese che infondo gli piaceva perché gli ricordava un altro inglese, ma di vent’anni prima, un altro amore uguale e pure diverso; ma lui era oramai vecchio e abbastanza  rodato in queste faccende, quindi poteva tranquillamente – o almeno così credeva-, ridere e scherzare con le persone mentre dentro provava una fitta di dolore indicibile, perché alla fine ci si abitua a tutto e se,  quando a vent’anni  era in preda ad un’altra, l’ennesima, crisi sentimentale il suo volto come la sua voce tradivano inevitabilmente le condizioni del suo stato d’animo, adesso a cinquanta e più anni la scissione, pensava, si era consumata e quel che c’era dentro poteva lasciarlo lì, custodito, sepolto, occultato, al riparo dagli sguardi indiscreti ed esibire invece fuori la solita  messa inscena, la solita vecchia checca, colta e sofisticata quanto basta per concedersi anche un po’ di stravaganze.

Poco prima aveva  mostrato  ad una ragazza piuttosto in carne e del tutto priva di mento, come si faceva un buon pompino – questo è il tipo di stravaganze di cui parlo -, e la ragazza visibilmente imbarazzata aveva cacciato un sorriso così falso che si vedeva che avrebbe voluto al più presto darsela a gambe. Poco dopo si era spostato verso un  gruppo di  anziani signori e aveva  tenuto una conferenza non richiesta sul destino dell’arte contemporanea, sul capitalismo finanziario e la fine delle grandi ideologie.

Poi, non pago, aveva attaccato bottone  con l’editore  Ricucci  e tra il serio e il faceto aveva esclamato  che la letteratura era finita, fregata per sempre e l’unica cosa che restava da fare era spassarsela. L’editore aveva cacciato un sorriso di circostanza, visto che si conoscevano da parecchio tempo e lui era abituato alle sue sparate prive di senso e poi aveva ripreso a sorseggiare il suo amaro. Infine si era prodotto in una specie di tip tap alla Fred Aster.

Se la fisiognomica fosse scienza esatta potrei perfino   spingermi a sostenere che il volto di Alvaro fosse una eloquente cartina di tornasole della  sua personalità. Aveva uno di quei visi che consentono tutto e dai quali ci si può aspettare di tutto, qualsiasi trasformazione o qualsiasi distorsione, un momento possono rivelare estrema crudeltà e pietà in quello seguente, l’irrisione subito dopo e ancora dopo la malinconia e poi la collera senza mai mostrarne davvero uno per intero, quei visi che in situazioni normali sono soltanto potenzialità ed enigma. Forse era per via delle sue sopracciglia folte e sempre inarcate, forse per via del suo naso grande e dritto come se fosse soltanto osso dalla radice alla punta, forse per il suo mento affilato come una spada, forse per le sue orecchie a punta, come se fossero perennemente in allerta pronte a recepire quello che  ancora non è stato detto.

Adesso Alvaro era intento a parlare animatamente  con un signore alto e robusto, un docente universitario di qualcosa tipo Sociologia delle Migrazioni o Studi post-coloniali o Antropologia dello sviluppo o qualche altra stronzata simile. Il professore aveva il cranio completamente calvo e ostentava un aria da persona che ce l’aveva fatta. Una volta ci avevo parlato anche io e mi aveva dato il tormento  con citazioni da Foucault, Gramsci, Lacan, Deleuze e non si era placato fino a quando non si era persuaso di avermi completamente seppellito con le sue citazioni.

 Quando una persona ha letto tanti libri, quando una persona sa tante cose,  ci metti molto più tempo a decifrare la temperatura della sua intelligenza,  ma alla fine dietro quell’immenso iceberg di informazioni riesci a vedere quello che c’è sotto e la fregatura viene sempre a galla.  La cultura può essere un abile camuffamento.

Il Professore raccontava con un tono di voce calmo e neutro un aneddoto relativo al suo anno sabbatico trascorso negli Stati Uniti, nell’università di Bloomington, Indiana – un  aneddoto che aveva per protagonisti un maldestro aspirante  suicida e una guardia giurata e che vedeva il maldestro suicida  lanciarsi  dalla finestra del quarto piano dell’aula di scienze sociali per poi centrare in pieno la guardia giurata, uccidendola sul colpo -, mentre Alvaro cercava   di partecipare alla conversazione con tutto le sue energie e con tutto il suo corpo – gesticolando, ridendo, annuendo -, perché, con sua grossa sorpresa, riusciva a intravedere il capolinea, proprio così, riusciva a intravedere la possibilità  che quel dentro che aveva occultato, sepolto, represso reclamasse di venir fuori con tutta la  prepotenza possibile e a quel punto,  significava che doveva filarsela in gran stile, inventarsi una meravigliosa balla e andare a rintanarsi a  casa.

Intanto una decina di bambini, più o meno intercambiabili, per via delle vacanze passate assieme, per via delle somiglianze fisiche,  per via dei tempi  che stiamo vivendo che tendono ad omologare verso il basso ogni differenza, per via della possibile promiscuità dei loro genitori, formavano un unico  corpo, caldo e pulsante. Un corpo che scorrazzava all’impazzata tra le vigne, un corpo che si sporcava, un corpo che si dimenava, un corpo che strepitava senza sapere che presto li avrebbe aspettati l’ennesimo litigio dei loro genitori o forse una improvvisa separazione  e dopo quell’estate si sarebbero trovati precocemente a dover varcare quella  linea d’ombra che sancisce l’inevitabile ingresso nella vita adulta. Quella vita dove prendere sonno è una fatica mortale, dove un erezione non è più una cosa certa, quella vita dove i risvegli possono essere atroci, quella vita in cui le relazioni chiamano in causa rancori che si credevano sedati per sempre.

C’era una sola ragazzina, di undici anni, graziosa nel suo corpo ancora acerbo. Lei la linea d’ombra l’aveva appena varcata  perché i suoi genitori si erano appena separati e il padre, un fotografo abbastanza fricchettone e demente con una malsana passione per tutto ciò che fosse folclore e vecchie feste popolari, di punto in bianco aveva lasciato lei e la madre ed era partito per un’ isola greca, alla ricerca dello scatto perfetto.

Quella bambina  vista da lontano ( da dove la vedevo io) aveva qualcosa di incantato nei suoi occhi – due grandi occhi color nocciola -, girava su sé stessa come una trottola poi si fermava e dispensava sorrisi, sorrisi meravigliosi perché ingiustificati. Aveva un ramoscello di legno in mano che usava come fosse una bacchetta magica e ogni tanto lo puntava su qualcuno o qualcosa  fingendo di fare un incantesimo e poi, poco dopo, riprendeva a girare su stessa e  a ridere.

 Presto il suo corpo da bambina avrebbe ceduto il passo ad un corpo da adulta e allora chissà cosa sarebbe successo? La prima mestruazione, i fianchi che si  ispessiscono, la pelle che si  fa lucida, i suoi seni che  reclamano tutta l’attenzione che si meritano.

 Poi una sfilza di fidanzatini e via di seguito. La mia immaginazione non riesce a spingersi oltre.

La madre, che si chiama Eleonora ( ma non ha niente a che vedere con la mia di Eleonora)  aveva trentadue anni ed era insieme al gruppo delle Mamme. Le avresti dato appena venticinque anni, per il suo sguardo indifeso e fragile e per il suo corpo piccolo e praticamente quasi androgino – era del tutto sprovvista di seni -, aveva i capelli molto corti e due grandi occhi a mandorla.  Tra due anni  già si dovrà iscrivere al liceo, stava dicendo , ma ci pensi. E allora l’altra mamma, un po’ più avanti negli anni, con un tatuaggio tribale sul braccio sinistro e dei lunghi capelli ricci che le arrivavano fino alle spalle, diceva che i  suoi due maschietti  erano praticamente già due ometti, il primo nel giro di due anni se lo sarebbe ritrovato all’università, il secondo era al secondo anno di liceo.  Poi Eleonora aveva cominciato a raccontare di quel bastardo di suo marito – storia che non riusciva mai a fare a meno di omettere, perché come tutte le storie ancora calde, essa andava sempre raccontata –, quel bastardo immaturo, narcisista ed egoista che l’aveva lasciata sola ad accudire quella sua unica figlia per partire per un’ isola greca. Ma l’altra  che quel giorno  proprio non  voleva  saperne di storie tristi e deprimenti, perché anche lei aveva i suoi grattacapi e si voleva godere gli ultimi scampoli di questa giornata di giugno che prometteva soltanto bellezza, aveva alzato le spalle, come a voler dire mi dispiace e poi aveva esclamato: però chi avrebbe detto che a Napoli ci fosse un posto bello come questo.

 Poi, dopo un po’  aveva aggiunto: però la vita come va veloce. Si, la vita va proprio veloce, aveva risposto Eleonora   e poi entrambe si erano messe in bocca un pezzo di torta alle mele, marchio registrato della vigna.

Sul tavolo di forma circolare c’erano ancora gli ultimi residui della giornata: una crostata di frutta, una torta di mele, fette di ananas e immancabile un vassoio di pasticceria napoletana, dove si stagliava con la sua prepotente fisionomia un babba solitario. La brace era ormai da tempo già spenta.

 Vicino ad un muretto mezzo diroccato c’era Marco. Marco  che invece aveva fatto di tutto per sfuggire all’età adulta  –  perché  aveva cambiato tre università,  passando con disinvoltura da medicina ( impostagli dal padre) a scienze politiche (suggeritagli dalla madre) per poi infine approdare a lettere; perché ogni volta che era stufo di qualcuno o qualcosa  comprava un biglietto aereo e  partiva per una destinazione esotica; perché era un discreto amatore ed era diventato un maestro nel tenere a bada qualsiasi forma di senso di colpa -, adesso  era avvinghiato al suo nuovo amore passeggero, Lucia, fumava con avidità uno spinello che gli avevano appena passato mentre pensava che le sue erezioni non erano più come quelle di una volta.

Presto sarebbe partito per il sud America, un biglietto aperto, poi forse al suo rientro avrebbe cominciato a lavorare col padre, mentre suo fratello più piccolo aveva un nuovo esaurimento nervoso,  perché era stato di nuovo mollato da quella che lui aveva  definito “la donna della sua vita”, perché erano mesi che non dava esami all’università ( medicina) e   perché  se hai troppi soldi puoi   lasciarti cadere nel tuo abisso senza che ci siano freni di alcun tipo. E così aveva fatto.

Marco era un tipo strano, appariva sempre disinvolto e a suo agio in ogni situazione, riscuoteva discreti consensi tra il gentil sesso, perché aveva un portamento  elegante e perché in fondo era quel tipo di persona  che sapeva metterti a tuo agio, il tipo che sapeva calibrare attentamente le battute, il tipo che sapeva quando il momento era quello giusto e quando no, eppure nel suo volto c’era una profonda malinconia, quella  malinconia inconfessabile e inconfessata, quella nostalgia di assoluto, tipica dell’uomo di questo nuovo e disgraziato millennio, l’uomo a cui sono state sottratte tutte le certezze – forse la fede in un qualche forma di dio, forse la lotta di classe, forse l’amore della propria vita. E quindi se lo guardavi attentamente, dietro quell’aria da ragazzo di buona famiglia che ha avuto tutto, ma proprio tutto, c’era qualcosa che mancava, una lieve stonatura.  Mentre Lucia con i suoi occhioni da cerbiatta indifesa guardava i bambini scorrazzare tra gli alberi e diceva che le sarebbe piaciuto avere un bambino, ma presto, perché il suo orologio biologico incominciava a ticchettare insistentemente, Marco era già in America Latina e immaginava una sua forma personale di redenzione: l’incontro con una meravigliosa amazzone che gli avrebbe cambiato la vita, una casa in un luogo sperduto della foresta amazzonica, un giro in bici fino alla fine del mondo.

Ma  la malinconia è solo una delle tante possibili varianti nella storia privata degli uomini sul pianeta terra.

Vicino a una cascina diroccata al centro della vigna c’era anche Tommaso. Era   più raggiante che mai perché  aveva  appena vinto un importante premio fotografico per un reportage sui ragazzini rom alla periferia di Napoli. Si intratteneva a parlare con una ragazza bionda   con la carnagione chiarissima e il volto pieno di lentiggini, di quelle che hanno la casa di vacanze sulla costiera amalfitana e certamente una casa in montagna, di quelle che nonostante siano incredibilmente carine (cioè davvero belle), e molto fortunate (cioè piene di soldi ), come la ragazza in questione, hanno passato  la loro adolescenza a tormentarsi per qualche piccola e insignificante imperfezione del proprio corpo – un naso con una lieve gobbetta, le caviglie non sottili come dovrebbero essere, una impercettibile asimmetria nel loro viso -, e allora a vent’anni hanno scoperto che l’unico modo per placare il loro narcisismo eternamente ferito e fragile è  quello di avere al cospetto del maschio un atteggiamento sempre e comunque seduttivo, di cercare fare perdere la testa ad ogni uomo che le capita a tiro, per poi mettersi con quello che nella competizione la adora di più e poi, inevitabilmente, riempirlo di corna.  Quindi la ragazza si stava producendo in una delle sue tante operazioni di seduzione, attingendo al suo consolidato  repertorio  fatto di sorrisi, allusioni e via di seguito. Tommaso però  è un ragazzo solare e sicuro di sé, un tipico esemplare mediterraneo, moro, riccio, spalle larghe, lui è uno che non ci casca a queste fesserie e sa che se vuole portarsela a letto come certamente farà è trattarla con distacco e con un certo cinismo.

Si potrebbe dire che in qualche modo realizza la perfezione zen: il suo pensiero si risolve nel suo essere e il suo essere nel suo pensiero. Non ha incertezze e non ha dubbi, quando fa una cosa la sta facendo e basta, non è tormentato da insicurezze e complessi di alcun tipo, è un forma di fede. E per di più funziona, perché le cose gli stanno andando sempre bene, oltre al reportage sui Rom ne ha fatto un altro sugli sbarchi a Lampedusa e un altro ancora sul carcere di Volterra.  Sebbene nella sua impresa ci sia più narcisismo che denuncia sociale, sebbene lui documenti i poveri e i diseredati non perché vuole essere un fotografo dei poveri e dei disagiati, ma perché vuole essere il più fico dei fotografi dei poveri e dei diseredati, perché vuole le pacche sulle spalle e tutto l’intero pacchetto, sebbene tutto questo, forse che gli si può dar torto? Si è adeguato a questi tempi. La ragazza biondina – nome: non pervenuto -, intanto aveva cominciato a raccontare del suo dottorato in letteratura francese su di un astruso scrittore francese nato nel 1865 che aveva lasciato ai posteri uno sconfinato manoscritto a metà tra il diario e la riflessione filosofica, pieno di riferimenti alle scienze occulte, all’alchimia e altra roba simile e diceva che malediceva ogni santo giorno di aver cominciato quella ricerca.

Poco lontano da Tommaso c’era  un uomo solo, appartenente all’improbabile gruppo   di uomini soli ( di cui anch’io facevo parte). Era  vestito in giacca e cravatta e parlava al cellulare con voce concitata, come fanno tutti gli uomini soli di questi tempi,  diceva “ così non si può andare avanti, cazzo! … su questo stai dicendo solo stronzate … finiscila con questa recita … adesso mi hai proprio rotto”, e intanto fumava nervosamente una Marlboro Light.

Ad un tratto, in questa giornata di giugno che secondo i calendari annuncia l’inizio dell’estate e dunque come tutti gli inizi ne prefigura già la sua fine, un dirigibile grigio compariva nel cielo, come venuto dal nulla.

Lassù, in quel cielo ancora lontano dal crepuscolo, si stagliava imponente e immobile, quasi come un oscuro presagio. Impossibile capire quanto distante fosse dal luogo dove ci trovavamo. Improvvisamente su di uno schermo  piazzato sulla fiancata visibile del dirigibile compariva la scritta a caratteri  cubitali :

                                                    SPARIRE QUI

La scritta  lampeggiava e il mio occhio, come l’obiettivo sempre aperto di una macchina fotografica, registrava ogni cosa. Marco guardava in cielo e pensava che quella slogan fosse proprio per lui. Lucia sorrideva perché era quello che le riusciva meglio. Tommaso nonostante fosse troppo preso nella sua operazione di seduzione, non riuscì a non volgere lo sguardo verso l’alto.  La ragazza biondina senza nome aveva in mente l’istruttore di nuoto con cui aveva avuto una storia l’estate precedente. Luciano immaginava come sarebbe stato bello avere Antonella vicino a sé.  Giordano per un attimo era pacificato. Alvaro stava per perdere la battaglia contro sé stesso ma adesso  non importava perché aveva smesso di ascoltare il professore ed era pronto per andare.

 Poi tutti questi pensieri lentamente si consumavano ed  svanivano nel semplice atto del guardare. 

 È uno di quegli istanti assoluti in cui il tempo pare congelato, uno di quei momenti in cui tutte le energie sono convogliate in una sola direzione, tutti i pensieri latenti, sono sostituiti da un unico solo pensiero. Un orchestra che suona all’unisono la perfetta sinfonia. Un quadro di Hocknay forse.

Lo slogan lampeggia intermittente fino a quando non compare la  scritta dell’agriturismo che vuole pubblicizzare. Agriturismo la  Veglia, il miglior posto dove sparire. 

È solo un istante però, denso ma brevissimo,  poi ognuno ritorna nel privato dei propri pensieri, nella fortezza della propria solitudine :“la farò finita con la caffeina e pure con la nicotina … non importa quando ma lo devo lasciare … le tendine della cucina ho fatto proprio un buon affare … mi sento la persona più sola al mondo se non ci fosse mia figlia … Alvaro è proprio un tipo strano … chissà come sono i tramonti in Cile… riuscirò a scopamerla…”

 La bambina che volteggia era la sola rimasta che continuava ad avere lo sguardo rivolto verso l’alto.  Guardava con attenzione l’oggetto volante e poi dirigeva la sua bacchetta di legno verso il dirigibile in cielo e faceva il suo incantesimo. Chiude gli occhi e quando li riapre il dirigibile è sparito davvero.

C’è qualcosa di meraviglioso e al tempo stesso atroce nel guardare i cieli d’estate. I cieli d’estate non sono umani.

Con  l’avvicinarsi del crepuscolo   arrivano i primi congedi.  Si è fatto tardi, è il momento di andare.

Giordano non ha salutato nessuno e se n’è andato ancora più infuriato di prima perché ha passato quasi l’intera giornata a sorbirsi la lagna infinita di Luciano, senza riuscire ad opporre una minima resistenza. Lui è fatto così, non riesce a dire di no, perché non vuol dar mai dispiacere al suo interlocutore. Quando stava con Lucia era sempre lei a parlare e lui ad ascoltare. La gente crede che lui sia un ascoltatore nato e quindi finisce sempre col diventare testimone involontario delle altrui disgrazie, quando è lui a sentirsi il più disgraziato di tutti.

Mentre abbandonava la festa e guardava quella stronza di Lucia che si sbaciucchiava con Marco, sognava la sua  bella carneficina, come quella del ragazzo americano alla prima del film Batman. Entrare munito di tutto l’arsenale necessario, far fuori ad uno ad uno tutti i partecipanti e poi come degna conclusione un bell’articolo di Michele Serra su di lui e sul disagio giovanile. No, proprio per questo, non si poteva fare. Luciano, sempre con il suo tono di voce monocorde, si era avvicinato a Marco e Lucia e aveva ricominciato daccapo con la sua insopportabile storia. Storia che ormai tutti conoscevano nei minimi dettagli ma da cui era impossibile sottrarsi. Luciano era stato un adolescente timido ed estremamente  introverso che ad un certo punto della sua vita –  più o meno dopo una lunga frequentazione con una psicologa cognitivista, che alla fine aveva pure mandato affanculo -,  si era persuaso dell’idea che l’ unico antidoto possibile alla sua patologica tendenza all’introversione era  quello di cacciare tutto fuori, esternare sempre e comunque le proprie emozioni, far partecipare gli altri del proprio dolore e quindi, in breve, dare il tormento ad ogni persona che gli capitava a tiro. Da una forma di solipsismo all’altra.

 Lucia dopo aver ascoltato il lungo lamento di Luciano aveva   sbadigliato, poi si era soffiata via i capelli dalla fronte e aveva cominciato  a parlare dell’estate precedente, di quando lei era partita per la Bretagna con il suo ex fidanzato – un anno passato assieme, promesse di amore eterno, fidanzamento ufficiale e tutto l’intero pacchetto -,  e di come  fosse bastato soltanto un mese, un mese in macchina in giro per la costa bretone per mandare a puttane ogni cosa, per  scoprire   la vera natura del suo Alberto. Viziato, narcisista ed egoista. Poi aveva parlato di Giordano e aveva detto che per lei quel Alberto avrebbe rappresentato sempre un mistero, così dolce, così premuroso, così innamorato sembrava e poi dopo appena due mesi l’aveva mollata. Così va la vita aveva pensato Luciano, ma poi non aveva detto niente.

 Marco era entrato completamente in stand by, aveva uno spinello ormai spento in mano e se qualcuno  gli avesse chiesto a cosa stesse pensando in quel momento, lui avrebbe potuto sinceramente e serenamente rispondere : un bel niente.

Il cielo era giunto al crepuscolo   e Alvaro ( con mio grosso dispiacere, è verso di lui che andava tutta la mia simpatia) alla fine   non ce l’aveva fatta: nella sua estenuante battaglia contro sé stesso, nel suo vano tentativo di occultare il suo dentro, aveva perso. Kaput. Dopo essersi sorbito il lungo aneddoto del professore pelato e blasonato, dopo essersi prodotto in una delle sue solite performance del genere épater les burgeois, aveva preso congedo dai pochi  rimasti  ed era tornato a casa. Nella sua cascina persa tra le viti, seduto sulla poltrona in pelle nel soggiorno illuminato  dalla fioca luce arancio del cielo al crepuscolo si era lasciato andare ad un lungo pianto. Un pianto copioso e liberatorio, perché oramai era troppo stanco per le messe in scena e il suo personaggio l’aveva stancato, basta a giocare a fare la checca provocatoria e il vecchio dandy decadente. È  troppo tardi per diventare sé stessi? No, c’è ancora speranza. Deve esserci per forza altrimenti tanto vale la pena farla finita sennò. Come quel ragazzo che lui aveva conosciuto, come si chiamava? Luigi, Giordano, Francesco. Manco se lo ricordava. Continuava a piangere e il sipario  calava su di lui.

È Tommaso ad aggiudicarsi il premio della serata, a differenza di Alvaro lui ha vinto. Sempre che si voglia considerare la vita come una eterna maratona dove solo il primo classificato si aggiudica la coppa e il premio.

Dopo aver salutato Marco, Luciano e Lucia, andava via con al suo seguito il suo bottino di guerra, la ragazza biondina. Dopo aver ascoltato con finto interesse la storia dello scrittore francese depresso e del suo incomprensibile manoscritto, aveva sfoggiato il suo sorriso da bel Albertone mediterraneo e poi aveva offerto la più magnifica delle interpretazioni di sé stesso: il fotografo impegnato, con una vita sentimentale difficile e sempre a corto di soldi.

A casa sua, dopo averle offerto un bicchiere di vino bianco, dopo aver messo un disco di Miles Davis o forse di Bill Evans, Tommaso l’avrebbe probabilmente baciata e poi dolcemente spogliata e infine scopata per poi l’indomani  chiamare subito Marco,  il suo unico confidente in materia di scopate, e raccontargli con dovizia di particolari la dimensione dei suoi capezzoli, la circonferenza dei suoi seni, la deliziosa forma del suo culo … così va la vita. O anche no.

I bambini, quell’unico corpo pulsante, si sono dispersi, forse spariti. L’unica ancora visibile è la ragazzina di undici anni, ha ancora il ramoscello in mano e lo usa come una bacchetta magica. La madre  incominciava ad essere stanca e giù di tono, le è venuta quella forma di malinconia che le prende ogni volta a quest’ora, per di più per lei che è un insegnante sono cominciate le vacanze e sebbene lei detesti la scuola media dove insegna, sebbene sia incapace di fingere un minimo interesse per le mielose storie delle sue colleghe che hanno passato già da una decade la menopausa, sebbene  inculcare qualche nozione di grammatica italiana o leggere qualche brano dall’Iliade o dall’Odissea a ragazzini di undici, dodici o tredici anni non faccia proprio al caso suo, nonostante tutto questo, lei le vacanze proprio non le regge. Vorrebbe richiamare l’attenzione di sua figlia per incitarla ad andare via eppure la vede così felice, così serena e non ci riesce. L’altra mamma del club delle mamme se n’era andata poco fa, si sono scambiati i numeri di telefono, perché  lei, l’altra mamma ci teneva a mantenere buoni rapporti con tutti. Sai com’è, non si sa mai.

La bambina continuava giocare col suo ramoscello – bacchetta magica. Chissà cosa le passava per la testa.  Ad un certo  punto si inerpicava per un lungo  sentiero, riuscendo a sfuggire allo sguardo vigile di sua madre e poi incominciava a  guardare proprio nella mia direzione.  Levava la bacchetta in aria e poi la puntava  verso di me.

Ed io?

 Io già da un pezzo sono via, assente all’ora prestabilita, perso nell’infinito universo della possibilità.

Sono  lo spettatore perfetto.

Non sono qui.

La Visita

Eravamo tutti nella villa di Capri, dove ogni estate si riunisce la mia famiglia. I De Maio. C’erano mia sorella Elena, la più piccola, col marito. Roberto con la moglie e il figlio piccolo e aspettavamo la venuta di Francesco. Francesco è sempre stato quello più refrattario a queste rimpatriate, diceva che non ce ne fosse bisogno, che erano inutili. In più il suo rapporto con nostra madre, nonostante oramai lei avesse quasi novant’anni, restava ancora estremamente problematico. Per usare un eufemismo.

Fui io ad andarlo a prendere agli arrivi del vaporetto. Quando mi vide, mi scrutò da capo a piedi e poi esclamò “il giallo non ti dona”. Niente di particolare. Era nel suo stile, per questo non me la presi.

Francesco montò in vespa ed in un baleno arrivammo a casa. 

Quando Francesco entrò in casa ci furono una moltitudine di grida di entusiasmo e di gioia. La mia nipotina più piccola gli saltò in braccio. Elena lo strinse e lo baciò calorosamente, Roberto gli diede un piccolo buffo sulla guancia. Francesco rispose a tutte queste feste con un sorriso posticcio e nient’altro. Poi disse che andava a farsi una doccia e ci avrebbe visti più tardi sul terrazzo.

In terrazza mia madre già discuteva con mia moglie, che fa l’architetto, dell’annoso problema della ristrutturazione della villa. Problema più volte enunciato ma sempre rimandato. Mia madre con un vodka tonic nelle mani, non aveva perso l’abitudine del bere, mia moglie con un pastisse parlavano animatamente. La villa valeva un mucchio di soldi ed una ristrutturazione avrebbe comportato delle spese notevoli per tutti noi figli.

Quando Francesco arrivò, senza nemmeno aspettare che nostra madre finisse di parlare subito le diede addosso dicendo che lui i soldi per la ristrutturazione non ce li aveva e dunque non poteva essere che contrario. “Vorrà dire che pagherò io la tua quota” disse nostra madre. Ma questo lo fece imbestialire ancora di più e allora partì con la sua solita filippica -In questa casa si parla sempre e solo di soldi, qualsiasi altro argomento è escluso, è mai possibile. Quando ero piccolo tutte le fonti di ispirazione le ho dovute cercare da solo e fuori, perché la nostra cara e preziosa casa a Napoli era del tutto sprovvista di libri e gli unici quadri appesi alle pareti erano riproduzioni fotografiche degli anni Trenta.”

  • Datti una calmata Francesco, disse Elena, questa storia della casa priva di libri è un leitmotiv vecchio come il mondo e ci siamo stancati di sentirlo, oramai c’hai quarant’anni … “

A questo punto intervenni io, primogenito sempre disponibile a salvare la famiglia dalle pieghe inaspettate del caso. –  Ragazzi su avete tutti bevuto un po’ troppo.

Il giorno dopo in spiaggia io e mio fratello Francesco ci andammo a fare una lunga nuotata. Sapeva che con me poteva confidarsi. Disse che nostra madre era la stronza megera di sempre e non avrebbe dovuto averci a che fare. Mi chiese ragguagli sulla mia professione, ma in realtà erano domande di pura formalità.  Conoscevo bene Francesco e sapevo che per lui esisteva solo la letteratura, i grandi scrittori e nient’altro. Non aveva alcun senso della misura. Per lui tra fare il cardiologo, l’ingegnere, o che ne so il fabbro non c’era alcuna differenza. Lui vedeva o credeva di vedere solo la grande arte. Ed è sempre stato questo il suo più grosso limite.

Quando risalimmo a riva era mezzogiorno e lui prese congedo da me e da mia moglie e si diresse verso la casa.

Mia moglie leggeva Repubblica e mi sorrideva

  • Hai fatto un buon bagno?
  • Certo, l’acqua era fantastica
  • E quello là non ti ha dato problemi?
  • Francesco vuoi dire? Francesco ha avuto una adolescenza difficile bisogna capirlo è stato l’unico che non ha conosciuto nostro padre
  • Io non riesco proprio a parlarci
  • Tanto resterà qui solo per qualche altro giorno.

A cena avevo un vago senso d’ansia perché temevo che Francesco e mia madre avrebbero fatto di nuovo scintille. Io ci tengo alla famiglia, è l’ultima buona cosa che è rimasta. Perché guastarla?

Mentre ero assorto in questi pensieri mia madre brindava a suo marito, nostro padre, scomparso anni addietro per un infarto e poi benediceva tutti i commensali. Tutti bevevano e mangiavano

La situazione si mantenne pacata fino a quando non ci riversammo tutti in terrazza.

Nostra madre a cui è sempre piaciuto fare la prima donna incominciò a raccontare, piccoli e stupidi aneddoti su quando eravamo piccoli.

Tutti ridevano eccetto Francesco. Sapevo che da un momento all’altro sarebbe potuta esplodere la sua collera. Ed infatti, ad un tratto, parlò: – come è bella la favoletta della famiglia de Maio, disse, tutta piena di storielle tanto belline ed edificanti. Sciocchezze! Che ne dici dell’anoressia di cui soffriva Elena e di Roberto ed i suoi attacchi di panico, poi indicò me ma non disse niente, ma forse è meglio che mi trattenga altrimenti…- poi si alzò di scatto e usci di casa.

Io mi alzai a mia volta per seguirlo, nonostante mia moglie dicesse di lasciar perdere.

Gli stavo dietro e lo chiamavo – Francesco, Francesco.

Finalmente rallentò.

  • Che cazzo vuoi
  • Voglio solo parlarti
  • Ti ascolto
  • Perché ogni volta in queste occasioni non puoi mettere il rancore da parte e cercare di preoccuparti anche degli altri
  • Gli altri – e mimò uno sputo – gli altri mi fanno schifo
  • Sei sempre il solito egoista, pensi solo a te
  • E tu hai sempre fatto il figliol prodigo, sempre a seguire la retta via, ti sei laureato in medicina come voleva nostro padre, specializzazione in cardiologia, una bella mogliettina che hai colto dall’ovile messoti a disposizione dal nostro entourage sociale.
  • Ora basta, vaffanculo

Lui riprese a camminare ed io accecato dalla rabbia, presi una pietra da terra e, cosa feci?, gliela scagliai dietro la nuca. Lui perse l’equilibrio e cadde a terra. Le lacrime incominciarono a rigare il mio volto.

 Cosa avevo fatto, cosa? 

Lui si rialzò e riprese a camminare mentre io continuavo ad urlare il suo nome.

Il giorno dopo prese il primo aliscafo per Napoli.

Non lo rividi più.

.

Apocalittici integrati 2.0

 Il modello.



  • Forse mi avrai già riconosciuto – disse il ragazzo nerboruto, non appena la ragazza entrò nella camera d’albergo – lo so è il mio dramma, il mio volto è dappertutto. Sai non è facile vivere in questo modo, molti credono che sia una vita invidiabile, la mia. Certo, non lo nego fare il modello di intimo e l’influencer ti offre grossi guadagni e ti permette di girare il mondo. Ma girarlo davvero e alla grande: Hotel a cinque stelle, champagne, droghe a volontà. A proposito ho un po’ di coca se ti va. Donne che ti saltano letteralmente addosso, uomini che sono disposti a staccare assegni a cinque zeri per venire a letto con te.  Pensa ho più di tre milioni di follower su Instagram. La gente mi segue, ascolta i miei consigli che sono sempre spontanei e veritieri. Cerco di essere sempre me stesso, dico sempre ai miei ragazzi che ciò che conta è una dieta sana e costante esercizio fisico. Sono me stesso quando sono su Instagram. Infondo sono rimasto un ragazzo semplice io.  Certo alcune volte qualche casa di moda mi chiede di indossare questo o quel maglione, o questa o quella marca di lingerie e io non posso rifiutarmi, ma come dicevo, resto sempre me stesso.  Pensa, qualche giorno fa un ragazzino indiano di quindici anni, mi ha mandato le sue foto e ha detto che voleva diventare un modello come me, che io ero il suo eroe. La cosa ovviamente mi ha riempito di gioia. Il ragazzo era davvero un po’ cicciottello e devo dire che non aveva proprio la stoffa per fare il modello. Alle volte è anche una questione di genetica, cioè o ci nasci oppure è meglio lasciar perdere. Ma come potevo io infrangere il suo sogno?  Sono stato estremamente gentile. Gli ho detto innanzitutto di fare una dieta rigorosa a base proteica e poi di fare molto esercizio fisico. Ovviamente, non potrà mai diventare un modello, c’aveva un naso e due occhi che lo facevano assomigliare ad un piccolo ratto, simpatico, ma pur sempre un ratto. Ma come potevo io distruggere i suoi sogni?  Tutt’al più che era un ragazzino indiano e quelli lì a Banckog fanno la fame. Vivono in favelas che sono case di compensato senza nemmeno il riscaldamento, come potevo rovinare i suoi sogni, come? Io sono sensibile a queste cose, anzi un giorno, mi sono detto, quando avrò denaro a sufficienza, creerò la mia fondazione, per salvare questi morti di fame. Il mondo è davvero ingiusto.

Ah, dimenticavo, se hai un profilo Instagram, se ti va puoi aggiungermi.

La ragazza aveva appena chiuso la porta della stanza e aspettava paziente la fine del monologo non richiesto. Ma a quanto pareva, il ragazzo non desisteva. E,             inoltre, essendo lui del tutto sprovvisto  del concetto di prossemica ( oltre che ovviamente ignorarne completamente il significato), praticamente le stava inchiodato davanti: un gigante di un metro e novanta a pochi centimetri dal suo corpo minuto che, nonostante i tacchi, raggiungeva appena il metro e sessantacinque.

  •  Ho firmato da poco un contratto con Armani, un mucchio di soldi, anche questo molto bello, tra qualche mese mi potrai vedere sui tabelloni di mezza Italia, potrai dire alle tue, ehm, come dire, “colleghe”, che sei stata con uno come me. Ovviamente non posso permetterti di fare foto di nessuna sorta, anzi il mio agente mi ha detto di farti firmare questo documento, dove prometti di non divulgare nessuna informazione sul mio conto, o qualcosa del genere. Cioè, di sta roba io non me ne intendo, faccio fare tutto al mio agente, anche se lui dice che devo starci più attento, dice che ha visto brillanti carriere finire dritte al cesso per una foto o un video sbagliate.  Facciamo così, ecco prendi questo documento, così ci togliamo il pensiero…

La ragazza appose la sua firma, poi si tolse il cappotto e si accomodò sul letto, quei tacchi incominciavano a darle il tormento.

  • Vedi come stavo dicendo ci sono tante belle cose in ballo eppure devi stare sempre a tutelare la tua privacy, devo girare sempre con gli occhiali da sole e con un cappellino. Certo non sono Tom Cruise, ma il mio agente dice che ne ho la stoffa, dice “tra un po’ proveremo il grande balzo” cioè il cinema.  Non che io sia davvero interessato, non ho mai recitato in vita mia, però sai com’è, il cinema è sempre il cinema, infatti c’ho un insegnante privato d’inglese con cui faccio lezioni quattro volte a settimana. Adesso siamo al Past perfect e io già non ci capisco un cazzo. Comunque, una fatica mortale. Tra la palestra, la dieta, i social network sui cui devo postare almeno una foto al giorno, secondo contratto.  Come dico sempre ai miei amici del paese: Ragazzi voi pensate che il mio lavoro è una figata bestiale, ma guardate che c’è un mucchio di lavoro dietro. E poi ci sono gli Haters, soprattutto su Facebook. Cerco di usarlo il meno possibile. Lì, l’invidia dilaga. Voglio dire non sei felice per la tua vita, fattene un’altra, perché te la devi prendere con uno come me che sono solo un bravo ragazzo di provincia.  Uno, una volta, mi ha augurato un cancro alla prostata e una morte lenta e dolorosa. Un altro mi ha detto che ero un frocione e mi dovevo infilare una scopa su dritto per il culo e andarmene affanculo. Un altro mi ha detto che per uno come me ci sarebbe bisogno dei lavori forzati. Per fortuna che ci sono le adolescenti che mi mettono solo cuoricini
  •     …  E io sono un ragazzo sensibile. Cioè ci sto male. La gente pensa che se sei famoso, allora hai tutto. Ma non è vero
  •  A volte mi capita di mettermi a piangere senza nessuna ragione. Cioè, così all’improvviso. Una volta stavo nel camerino, prima di uno shooting, e mentre la truccatrice mi stava facendo i capelli, all’improvviso mi sale su sta tristezza che non so manco da dove viene. Una tristezza immensa e senza senso, che mi arriva su fino alla gola e poi non riseco a trattenere le lacrime. Un po’ mi sono vergognato. Un maschio come me, un metro e novanta di altezza per ottanta chili di peso, che si mette a piangere, come una femminuccia? Per fortuna le truccatrici   sono state comprensive con me. Mi hanno subito dato dei fazzolettini e mi hanno detto di respirare lentamente. Lo sanno che questo ambiente è davvero brutto e difficile. Le ore di posa, i fotografi che sono sempre rozzi e aggressivi e ti trattano manco fossi un manichino. Poi ci sono le modelle anche quelle proprio non te le raccomando.  Tutte cocainomani e tutte frigide. Il mio agente me l’ha sempre detto “tieniti lontano da quelle stronze”. Eppure, sai com’è passi tutto quel tempo con loro, alla fine una cosa tira l’altra e ci finisci a letto.  Sono stato con una molto famosa, ovviamente non posso farti il suo nome, le ho chiesto di fare una cosa per me quando eravamo nella fase clou, cioè hai capito quando stavamo per farlo. Si è imbestialita e mi ha detto: you are a pervert! Poi si è rivestita e se n’è andata. Era americana ovviamente, le americane sono le più schizzinose. Manco le avessi chiesto di fare chissà che cosa.
  • A volte mi viene da piangere pure mentre guido. Lì è ancor peggio perché sono solo e non ho nessuno. Allora fermo la macchina e aspetto che mi passi. Ma non mi passa. E allora chiamo il mio agente, il quale mi dice di prendermi un sedativo e di non fare il frocio.  
  • Lo so a questo punto ti starai chiedendo perché uno come me, con la mia faccia e con il mio corpo, con più di tre milioni di follower su Instagram e con ragazze che sarebbero disposte a fare qualsiasi cosa per avere un semplice selfie con me. Con i Gay che non sai che porcherie mi dicono su Instagram.  A quanto pare sono molto popolare anche nella comunità Gay, anzi secondo le ultime statistiche pare che piaccia più ai gay che non agli eterosessuali. A me sta cosa non è che mi faccia impazzire, il mio agente dice che non conta, l’importante è aumentare il numero di follower. Pensa che lui è pure cattolico e i finocchi gli danno il voltastomaco.  Io, sono di più larghe vedute, d’altronde nell’ambiente in cui lavoro ce ne sono a vagonate. Ti piace prenderlo nel culo non sono affari miei, io non ti giudico, certo non è che la cosa mi pare davvero naturale, cioè non so se credo in dio, però penso che se siamo venuti al mondo come uomini e donne, ci sarà pure una ragione …

La ragazza lo guardava e provava una strana sensazione. Seduta sul letto lo ascoltava, come le era capitato milioni di altre volte con altri uomini in passato. Eppure, questo gigante dal volto efebico e dalla chioma bionda e riccioluta le metteva addosso una strana inquietudine. Sembrava un bambinone ritardato.

  • Comunque dicevo, ti starai chiedendo perché mi sono rivolto alla vostra agenzia. Come mai sono disposto a pagare tutti questi soldi…

La ragazza lo guardò con aria perplessa, in effetti stava quasi per rispondere, ma il ragazzo della biancheria intima non le diede manco il tempo.

  • Beh il fatto è che certe volte mi piace farlo in un modo particolare, e non tutte le ragazze sono disposte a farlo, cioè adesso non pensare che sono uno di quei pervertiti a cui piace farsi pisciare addosso o cacare in bocca, ne ho conosciuta di gente così,  uno una volta mi ha perfino staccato un assegno di xxx dollari per farlo, ovviamente l’ho mandato al diavolo… né tantomeno sono uno di quei bestioni violenti a cui piace picchiare le donne, niente affatto, sono un bravo ragazzo io.  Uno psicologo una volta mi ha detto che la mia è una malattia, ma si vedeva che era un frocione del cazzo e io l’ho mandato subito al diavolo. Il mio agente mi ha detto che gli psicologi non servono a niente, che nessuno sano di mente ci andrebbe più. Vedi a me piace … Ecco quello che vorrei è solo ehm, come dire … che tu fingessi di essere morta. Come vedi niente di speciale, sono sicuro che ti sarai trovata già in una situazione simile. Basta che segui le mie indicazioni.

La ragazza si spogliò e poi si stese in posizione orizzontale sul letto.  Il ragazzo le si avvicinò con una grossa trousse per il trucco e incominciò a passare un fondo tinta ceruleo su tutto il suo corpo. La ragazza immobile contemplava la macchia sul soffitto mentre veniva preparata. La macchia aveva la stessa forma di un gufo.

  • Prima che la mia carriera decollasse – riprese il ragazzo senza smettere di passarle il trucco sul corpo – avevo una ragazza. Si chiamava Sarah. È stato l’ultimo grande amore della mia vita. Non ho mai amato nessuno come lei in vita mia. Io mi ero appena trasferito a Roma e facevo i primi passi nel mondo della moda. Lei studiava medicina, adesso è una ginecologa di tutto rispetto. Ci eravamo conosciuti ad una festa di un ricchione dei Parioli che nessuno dei due conosceva bene, ma che dava sempre grandi Party sulla sua terrazza.  Sai com’è in questo lavoro sono molto importanti le public relation. Devi farti vedere, devi esserci al momento giusto. C’era pure il mio agente ma ha passato praticamente tutto il tempo nel bagno a tirare cocaina. Dunque, io stavo lì imbambolato senza niente da fare. Mi guardavo intorno e non vedevo un’anima viva con cui parlare. Allora all’improvviso mi è venuta di nuovo quella tristezza.  Io cercavo di combatterla ma lei non se ne andava. Mi dicevo “andiamo non puoi fare la femminuccia pure a questa festa, andiamo controllati”.  Allora mi sono messo a fare lenti e grandi respiri, come mi avevano insegnato le truccatrici e sono riuscito un po’ a calmarmi. Ad un certo punto è apparsa lei.  Com’era bella.
  • Ciao mi fa, io sono Sarah. Piacere le rispondo, cercando di sembrare il più normale possibile.   Anche lei era dei Parioli ma di tutt’altra stoffa. Una ragazza semplice e educata, come non ne ho incontrate più in vita mia.

Eravamo lì entrambi abbastanza a disagio io con la mia tristezza che non se ne andava, lei sembrava una bambina perduta. Allora ci siamo messi a parlare un po’. Al principio era molto timida e chiusa poi al secondo martini ha incominciato a parlare, ed io so essere un grande ascoltatore. Cioè con me le persone si aprono. Capiscono che sono un ragazzo semplice e empatico. Io so mettere la gente a suo agio, è uno dei miei più grandi pregi. Me lo dice pure il mio agente. E così abbiamo parlato per tutta la nottata. Mi ha raccontato la storia della sua vita. Il padre era un grande medico, con tanto di studio avviato e via di seguito. Ma una persona molto rigida e severa. Lei ha sempre avuto la passione per l’arte, le piacevano i pittori, aspetta come si chiamano, i pittori impressionisti, soprattutto uno, adesso non mi viene, quello che stava sempre a disegnare le foglie. Ma sto padre bastardo le ha detto che con la storia dell’arte non si faceva niente e quindi l’aveva costretta a fare medicina. Lei non l’aveva presa bene, ma alla fine l’aveva accettato, allora era al secondo anno. Io le ho detto subito che ero nel mondo dell’arte e che ero un indossatore e la cosa l’ha subito intrigata. Così, una cosa tira l’altra, ci siamo scambiati il numero di telefono e poi abbiamo cominciato a frequentarci. Non ho mai conosciuto una ragazza così intelligente e sensibile. Mi dava consigli su tutto: come vestire, cosa leggere, è stata lei a farmi leggere Siddharta. Lei era molto appassionata anche di cinema quindi ci andavamo almeno una volta a settimana. Lei mi ha fatto conoscere registi come Abel Ferrara, come Ferruccio Miranda, David Lynch. Facevamo lunghe passeggiate sul Tevere e lei mi parlava di tutto e io l’ascoltavo e tutto era bellissimo. L’unico problema era il sesso. A me non mi veniva duro. Lei cercava di tranquillizzarmi, ma non bastava.

 Allora un giorno le ho chiesto quello che ti sto chiedendo adesso. Considera che eravamo molto innamorati e lei ha acconsentito. Però dopo che l’abbiamo fatto, non ha voluto più vedermi. L’ho chiamata per mesi, le mandavo mazzi di fiori, scatole di cioccolatini, per un po’ mi sono pure appostato sotto casa sua.  Le ho chiesto varie volte l’amicizia su Facebook ma lei me l’ha sempre rifiutata.

La ragazza era sotto le lenzuola completamente nuda e immobile. Aveva le labbra di un colore violaceo e il corpo completamente ricoperto di cerone bianco. Il ragazzo si tolse la camicia, esibendo pettorali scolpiti e addominali perfetti. Poi si tolse i pantaloni ed infine i boxer. A questo punto sollevò il lenzuolo e infilò il preservativo ed entrò dentro di lei.

Lei restava immobile. Lui a questo punto la penetrò fece due movimenti col bacino e poi venne lanciando un grosso grugnito.



Apocalittici integrati

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Lo scrittore cinquantenne Nino C., moderatamente sovrappeso, capelli nero corvino alla cui radice si poteva già intravedere il bianco della ricrescita che riprendeva possesso della sua bella chioma, figlio di un avvocato penalista, oramai quasi ottuagenario, che aveva scelto di spendere i suoi ultimi anni di vita e la sua pensione a fare sesso con minorenni strafatte nel più grande postribolo d’occidente, la Thailandia, e di una insegnante di latino e greco severa e inflessibile, già da tempo passata a miglior vita, era steso su di una sedia sdraio Ikea, parzialmente inclinata, sul terrazzo  del suo attico che dava sul Tevere. Indossava un costume Speedo e una maglietta un po’ lacera e scambiata di cui la sua seconda moglie (con cui era già da tempo separato) aveva più volte tentato di disfarsene. Ma lui era troppo legato a quella maglietta, gli ricordava i tempi in cui era uno sconosciuto aspirante scrittore che non aveva ancora imboccato la strada giusta, era a corto di soldi, viveva in una stanza umida e senza riscaldamento e aveva una forma di psoriasi di origine somatica. Questo scrittore cinquantenne, con un naso imponente e una mascella squadrata ( qualcuno gli aveva detto che aveva l’aria di quegli attori di una volta), che non si era ancora rassegnato ad accettare l’inevitabile invecchiamento del suo corpo e delle sue cellule,  che più di una volta era stato definito “La voce più eloquente della sua generazione” ( La Repubblica),  che aveva vinto il premio Volponi per il suo secondo romanzo ( I cieli non sono umani: un noir metafisico che aveva diviso la critica), il Bagutta per il suo terzo romanzo (Via Degli Ulivi: una saga familiare che tentava di coniugare, fallendo, la storia individuale della sua famiglia con la storia socio – culturale del suo paese) e aveva mancato lo Strega per un pelo ( era arrivato secondo: ma si sa, lì è tutta questione di politica),  sfogliava svogliatamente il giornale sul suo Tablet e ogni tanto si massaggiava il suo membro. Oramai l’unica pagina che gli destava un vago e blando interesse era la pagina dello spettacolo: la nuova Pop-star del momento era finita di nuovo in riabilitazione, Jennifer Lawerence era candidata ai Golden Globes, Tom Ham era secondo la rivista Forbes l’uomo più sexy del mondo, l’attore Italiano Gustavo Rodini aveva di nuovo tentato di ammazzarsi …

Nei brevi intervalli tra un articolo e l’altro, riprendeva a massaggiarsi il membro e, ogni tanto, sollevava con discrezione la parte superiore del costume e dava una piccola sbirciatina al suo pene. Giusto un’occhiatina, niente di più. Gesto all’apparenza insignificante, non fosse altro per il fatto che dietro di esso si celasse la sua oramai tenace convinzione che il suo cazzo si stesse lentamente restringendo. Proprio così: guardava là giù, nella semi oscurità del costume e gli appariva sempre più piccolo, innocente e indifeso del solito. Ciò che aveva dato la stura alla sua magnifica ossessione era stato il fatto che la sua moglie circa un anno fa si era scopata il suo pupillo, o protegé: trentadue anni, un fisico scolpito e già due romanzi di successo al suo attivo.

Può davvero un pene diminuire di dimensioni? Secondo alcuni, si. L’invecchiamento può esserne una delle cause. Ce ne sono anche di molto più gravi.  Ovviamente, non appena questo fiore del male era sbocciato nel suo cervello bacato, Nino non aveva perso tempo e attraverso i suoi contatti che, nonostante tutto – nonostante il fatto che i suoi corsivi sul corriere si erano fatti sempre più infuocati, nonostante avesse una volta esclamato che tutto ciò fosse scritto dai giovani d’oggi ( categoria di cui aveva cominciato a fare un largo uso da quando i suoi problemini erano cominciati)  potesse andare dritto nella spazzatura –   restavano ancora abbastanza. D’altronde chi è un uomo senza i suoi contatti? Così aveva avuto accesso, senza le attese chilometriche proprie dell’uomo medio, ai migliori specialisti del settore.  Aveva oramai perso il conto del numero di andrologi e di urologi che si erano avvicendati e dell’ammontare di denaro che aveva buttato direttamente nello sciacquone. Oh Gesù, una vera odissea: palpazione della prostata (ovvero un perfetto sconosciuto in camice bianco che ti infila dito medio guantato e ben oliato dritto nel culo), palpazione dei testicoli, esame del seme (non necessario, ma comunque non faceva differenza), contemplazione estasiata del suo pene, contemplazione corrucciata del suo pene, misurazione perplessa del suo pene e via di seguito. Tutto inutile. Tutto futile. La medicina falliva. Il verdetto, sempre il medesimo: tutto in ordine nelle parti basse. Il suo pene è in perfetta salute. La sua prostata è in perfetta salute. I suoi testicoli sono in perfetta salute. Faccia un po’ di esercizio fisico e beva molta acqua. Eppure, questo non aveva placato la sua ossessione. Anzi oramai, da un anno a questa parte, ci era piombato dentro così a picco, che persino il termine ossessione, pareva inefficace eufemismo: il suo cazzo era diventato il suo lavoro quotidiano, la sua nuova amante, la sua unica patria, il suo migliore amico. In somma per dirlo con la precisione chirurgica che l’attualità richiede aveva varcato quella soglia, soglia che aimé lui conosceva benissimo, dove il confine tra ciò che è reale e ciò che è immaginato si fa sempre più labile.  E la faccenda si era ridotta (si è proprio il caso di dirlo!) ai minimi termini: il mio cazzo si sta davvero restringendo o sono io che lo vedo restringersi di giorno in giorno, ma è tutto dentro la mia capoccia bacata? Avendo Nino una certa familiarità con la psicoanalisi (ci era stato due volte: la prima a venticinque anni, prima di prendere il largo dalla famiglia, dalla sua città provinciale, dai suoi maledetti studi di giurisprudenza ma soprattutto dalla sua tirannica madre; la seconda volta a trentacinque, quando il suo primo romanzo non si decideva a imboccare la sua strada e la psoriasi lo stava divorando), di certo non sottovalutava gli scherzi che può farti la tua testa. Eppure, come diavolo si fa, quando ci sei dentro fino al collo e sei diventato spettatore, attore protagonista, pubblico e regista della tua stessa caduta? Fu così che, in una notte mesta e bassa di statura, come tante altre sul pianeta terra partorì la sua geniale idea.

Il citofono squillò all’ora prevista. Lui  preso alla sprovvista, perché ancora totalmente immerso nella contemplazione amareggiata, stupefatta e inebetita del suo cazzo (unico dio splendente nel suo assai prosaico firmamento stellato), con una rapidità che non ti saresti aspettato da uno come lui, si alzò in un baleno dalla sedia, scattò veloce in soggiorno, indossò la sua elegante camicia da camera,  assunse la sua postura da “scrittore di razza che ha visto il buio fondo della vita e poi è risalito”, si lisciò i suoi piccoli baffetti alla messicana,  ingollò  la sua saporita pasticca  blu  e lasciò la porta d’ingresso socchiusa, sua inveterata abitudine. Poi cercando di sembrare il più naturale possibile, andò a sedersi al suo scrittoio e si mise a fingere di lavorare. La ragazza entrò e chiuse la porta. Aveva la carnagione olivastra, un corpo slanciato dalle forme flessuose e due occhi color nocciola che le conferivano un’aria gentile e persino amichevole.  Dopo aver chiuso la porta la ragazza si recò in cucina e si versò da bere un chinotto. Unica bevanda che lo scrittore beveva. Poi con il bicchiere in mano ritornò in soggiorno.

  • Ah, sei qui – esclamò
  • Stai lavorando?
  • Ci provo.
  • Ora però è tempo di rilassarsi. Disse lei. E poi si avvicinò al vecchio giradischi e mise su Wagner. La cavalcata delle Valchirie.

La musica del grande compositore tedesco si diffondeva ad altissimo volume nel soggiorno, mentre la ragazza sorseggiava lentamente il suo chinotto e lo guardava con un’aria un po’ gattamortesca che, però, sembrava molto di più il risultato di uno sforzo espressivo che non il senso della sua reale disposizione interiore. Una bella statuina insomma. Ogni tanto sfiorava con il dito i libri di Mitologia  (Terza grande passione dello scrittore. La prima era la letteratura. La seconda la musica classica), posati sulla mensola sopra il giradischi ma poi subito si voltava e ritornava alla stessa espressione di prima. Il destino condanna molte specie: una sola si insidia da sé. Erano le parole di William H. Auden, il poeta preferito di Nino.  La ragazza lo guardava con il suo bicchiere in mano, mentre lui riprendeva a digitare parole sul suo Mac. Poi lentamente e pacatamente iniziò a spogliarsi. Gli indumenti venivano piegati e poi riposti con estrema cura sulla sedia messa a sua disposizione, come secondando un canovaccio già prestabilito. Una volta rimasta solo con gli slip e i seni scoperti, bei seni, sodi al punto giusto, indossò una maschera d’ebano di origine a lei ignota che raffigurava un dio cornuto e che le ricopriva l’intera faccia. Poi incominciò lentamente a mettere in scena una danza tribale, mentre Nino continuava a lavorare o a fingere di farlo. Era eccitato? Manco per sogno. La pillola non aveva ancora fatto effetto. D’altronde non era quello poi lo scopo. E poi c’erano i pensieri che, come tutti sanno, vanno e vengono e nonostante il vertiginoso progresso della scienza abbia concepito persino strumenti (vedi alla voce antidepressivi) capaci di controllare pure quelli brutti, ciò non era affatto sufficiente. E così  Nino C., impeccabile nella sua vestaglia da camera, magnifico sia nella sua ascesa che nella sua disfatta, mentre digitava parole senza senso sul suo Mac Pro ultima generazione e una ragazza semi nuda e mascherata danzava per lui, non riuscì a schivare la Grande Ondata e la sua inesorabile corrente di risacca che lo riportò indietro, molto indietro,  al tempo dei ricordi: l’incontro con la sua seconda moglie, avvenuto in una libreria torinese quando ancora si prestava al giro di giostra ( imposto severamente dalla sua casa editrice) di presentazione entusiasta e benedizione dei romanzi dei suoi colleghi. Quando la vide, lì seduta tra la folla sparuta di poveri diavoli che ancora popolavano queste presentazioni, fu colto da un ardore e da una passione   che non aveva  provato prima, nemmeno per il suo primo amore ( quello che non si scorda mai); la volta in cui ritirò il premio Bagutta davanti una platea festante e lui, per la prima volta, si sentì davvero uno scrittore; il giorno in cui aveva  scritto quel corsivo infuocato contro l’affermazione di Eco su internet e il branco di imbecilli che lo popolavano e si guadagnò il plauso di tutte le  giovani generazioni; il suo presunto amico e pupillo, Francesco D., trentatré anni e già due romanzi di successo alle spalle, che aveva accolto a casa sua come fosse il figlio che non aveva mai avuto il coraggio di concepire e poi, senza pensarci due volte, si era scopato sua moglie; la sua solitudine che un tempo era popolata da una moltitudine eterogenea di facce, voci, colori, suoni;  la foga e il suo ardore per lo scrivere  che era sempre venuto prima di tutto. Una volta aveva detto alla sua seconda moglie, ancora una volta inferocita per il fatto che lui stava rinchiuso per giorni nel suo studio, e non le rivolgeva una parola: la letteratura è la mia unica religione, la scrittura l’unico rituale che posseggo. E adesso invece: soltanto suo il cazzo. La sua minchia. Il suo pesce. Il suo pisello. Il suo batacchio.

La ragazza continuava la sua danza che intanto si era fatta più nervosa, più convulsa, faceva improvvisi movimenti rotatori con la testa, alternati a piccoli balzi precisi e cadenzati, mentre lentamente si avvicinava verso di lui.  Nino aveva intanto aperto la sua vestaglia e aveva cominciato a massaggiarsi il pene. Lenti movimenti che partivano dalla sacca dei testicoli fino a risalire al suo prepuzio. Adesso incominciava a sentire gli effetti della pietà chimica e il suo membro si stava lentamente inturgidendo.

L’idea gli si presentò tra capo e collo in una delle sue innumerevoli nottate insonni passate sul web. Ironia della sorte: le affermazioni sul web del grande semiologo bolognese che un tempo aveva pubblicamente condannato (la verità era che aveva sempre avuto un certo complesso di inferiorità nei confronti di Umberto Eco), gli apparivano dolorosamente vere. Aveva preso seriamente in considerazione l’idea di sottoporsi all’intervento di allungamento del pene e stava leggendo in un blog l’ennesima testimonianza ( vera?) di un ragazzo micro dotato, con  scarsa familiarità con l’uso dei congiuntivi e sconfinata passione per i puntini di sospensione, che l’aveva fatto: “ La mia vita è cambiata, diceva,  non c’ho più vergogna, non c’ho più ansia, quando vado aletto con una ragazza … prima ero sempre in imbarazzo quando dovevo cacciare il mio cosino arrizzato … adesso mi spoglio vedono il mio cazzo enorme e vanno in visibilio… io, se dovrei essere sincero, lo consiglierei a tutti quelli che soffrono di questo problema, era una operazione semplice, il medico gentilissimo e comprensivo e poi lo diceva pure Froid scopare è la cosa più importante … poi si può pure pagare a rate, pensate un po’ …  niente più vergogna ragazzi, niente più imbarazzo, pensateci… ne vale la pena “.   Si trovava proprio a questo punto della lettura, sopraffatto da un sentimento che era un misto di vergogna, tristezza e forse anche rassegnazione quando un ricordo, antichissimo ricordo gli balenò nella testa. Era il vecchio Alberto Moravia, alla fine dei suoi anni, prima che la morte lo consegnasse al regno del non essere e alla ferocia dei critici che senza perder tempo, forse per naturale antipatia, forse per ripicca, attraverso un lavoro meticoloso e tenace decisero di relegarlo nell’olimpo degli scrittori minori.  Il vecchio Alberto Moravia seduto a tavola, oramai per metà rimbecillito da tutti i farmaci che si prendeva, guardava il giovanissimo Nino, ancora del tutto sconosciuto, ma già inserito nei circoli letterari più a la page, ed esclamava, senza che nessuno gli avesse chiesto proprio niente (il grande vecchio lo faceva spesso negli ultimi anni della sua vita): “è il rituale che ha salvato l’uomo dalle barbarie, Nino, il rituale”. La paternità di quella frase quanto mai oscura ed enigmatica per il giovane Nino,   non apparteneva all’oramai defunto scrittore, avrebbe scoperto poi, bensì all’antropologo Ernesto De Martino e pronunciata fuori dal contesto originale, non significava proprio un bel niente. Almeno allora, quando il giovane Nino celava la sua beata ignoranza dietro un sapiente e del tutto naturale savoir faire di matrice meridionale e un sorriso che faceva girare la testa a tutte le creature appartenenti al gentil sesso.

Così quella notte lo scrittore pluridecorato Nino C., con cazzo in fase decrescente, un matrimonio fallito alle spalle (La sua prima moglie l’aveva scelta quasi per contrappasso: mentre l’affermazione preferita di sua madre era “No, Nino, no”, quella di sua moglie era sempre e comunque “Si, amore”) e un secondo matrimonio in via di disfacimento (il fatto che la sua seconda moglie si fosse scopata il suo pupillo,  era stato certamente uno dei detonatori che avevano fatto deflagrare, in tutto il suo splendore, la sua magnifica ossessione) partorì la sua idea. Ci voleva una buona drammaturgia! Come aveva fatto a non pensarci prima! Una drammaturgia che fosse anche un rituale di rinascita e di fertilità. Una drammaturgia che fosse anche invocazione ed inno alle divinità della meravigliosa civiltà ellenistica.  Non aveva mai scritto per il teatro, né mai gli era passato per la testa, perché i dialoghi non erano mai stati il suo forte. Gli ci vollero, infatti, almeno quattro giorni per metterla giù, ma alla fine fu pienamente soddisfatto. Quando la consegnò alla ragazza, lei non fu affatto sorpresa dal copione, visto che aveva già visto di tutto, ma proprio di tutto (avrebbe potuto tranquillamente compilare un manuale psichiatrico che includesse tutte le forme più diffuse di parafilie). Quel che più la intimidì fu il monologo finale. C’erano volute un bel po’ di prove, prima che la performance raggiungesse il suo pieno successo, ma alla fine divenne quasi un grande show.

La ragazza mascherata continuava la sua danza, i suoi seni generosi al punto giusto (a Nino non erano mai piaciute le tettone) ballonzolavano, mentre i movimenti felpati delle sue gambe definivano il suo progressivo avanzamento verso lo scrittore che intanto aveva cacciato il suo membro da fuori. Nino la scrutò con disappunto, aveva sbagliato un passo: quel passo era fondamentale, glielo aveva spiegato almeno un centinaio di volte! Stava per sacramentare e fare il segnale dello stop, ma oramai la ragazza era da lui, si era inginocchiata e aveva già impugnato il suo pene.  Faceva su e giù con entrambe le mani cercando di celare il nervosismo che, sempre, a questo punto della drammaturgia, cioè poco prima del monologo finale, arrivava.  Il fatto era che il monologo finale andava declamato esattamente un attimo prima che Nino stesse per venire. La sega più difficile che avesse mai fatto, insomma. Se doveva essere uno spettacolo allora dove erano finiti i suggeritori? La ragazza continuava, mentre Nino cercava di ritrovare quella quiete che era stata violentemente sciupata da quel passo sbagliato. Il momento era sempre più vicino. La tensione alle stelle. Lo scrittore stava per venire. Lei conosceva bene quella espressione. E così iniziò a declamare il suo monologo: “Non avendo antenati, il guerriero venuto su dal nulla, elesse come propri padri l’immenso Dioniso, dio dell’ebbrezza e dell’orgia, Apollo elegante e sinuoso nel suo doppio petto firmato Armani, Afrodite in veste da camera in eterna attesa di un Priapo eternamente arrapato e il grande Dio Pan con le sue zampe caprine e pelose.  Una volta chiamatili a raccolta li invocò tutti all’unisono e fissando il cielo stellato, gridò: è tempo di guerra, rivolte ed epidemie, e io vi invoco, oh eccelsi dei dell’olimpo affinché il potere della mia spada possa crescere, affinché la mia spada possa risplendere sotto il sole lucente di Apollo, affinché la mia spada con forti fendenti faccia soccombere il nemico infedele. Perché i nemici, furfanti e ingordi, a caccia di sottane senza alcun rimorso, eternamente giovani e intatti, sono alle porte, e questa battaglia è quella che designerà le sorti della guerra!”

A questo punto lo scrittore emise uno strano grugnito, eiaculò sulle mani della ragazza e poi la guardò con un’aria di stupore lieve. La ragazza genuflessa al suo cospetto ricambiò il suo sguardo e poi crollò a terra, priva di sensi.

Quando uno scrittore muore

 

Ieri tutti i più grandi quotidiani del mondo annunciavano la triste notizia della morte del grande scrittore ebreo americano Philip Roth. Il più inviso all’accademia svedese, tanto è vero che una volta, con la sua consueta ironia lo scrittore lamentò il fatto che probabilmente se invece di scrivere Lamento di Portnoy avesse scritto, Lamento sul capitalismo avrebbe ottenuto l’ambito premio per cui era stato candidato un numero considerevole di volte.  Lo scrittore si è spento nella sua casa di New York per un arresto cardiaco ha annunciato ieri il suo agente Andrew Wylie. Ma è davvero morto ieri?

Credo di no. Ieri è morto l’uomo Philip Roth e il suo involucro corporeo. La sua morte va datata a cinque anni prima, quando, nel 2012 con la sua consueta ironia annunciava in una intervista al magazine francese Les Inrockuptibles   che avrebbe smesso di scrivere, citando le parole di un pugile diceva “ho fatto il meglio che potevo, con quello che avevo”, ora non ho più niente da raccontare. È stato allora che lo scrittore Philp Roth è morto.

Uno scrittore se ne va all’altro mondo, quando il desiderio di raccontare si spegne e il resto diventa solo musica di sottofondo. Roth diceva di essere felice di essersi affrancato dall’imperativo categorico di scrivere ogni santo giorno, per i suoi malanni alla schiena e ovviamente per l’età. Diceva che così avrebbe avuto più tempo per leggere e per nuotare. Ma si sa che gli scrittori mentono. E lo scrittore Philip Roth se n’è andato davvero quando quella pratica quotidiana di incontrare il foglio bianco e di aspettare che qualcosa arrivi (come diceva lui stesso), o di fare in modo che due aggettivi ed un avverbio siano infilati in un certo modo, secondo un certo ordine, ecco quando davvero uno scrittore muore. Perché la scrittura è una pratica, che può essere il risultato di una ossessione, ma è sempre e soltanto una pratica quotidiana. L’ispirazione è un concetto inventato per il pubblico, per rivestire di una aura metafisica un lavoro, quello dello scrivere, che di metafisico non ha niente, anzi forse quello di scrivere lo si può considerare il più antimetafisico e ateo dei gesti. Guardare ogni santo giorno nel fondo oscuro dell’abisso (il proprio) per cercare di cavarne qualcosa. Lo stesso Philip Roth raccontava quanto faticoso fosse per lui scrivere. Quando uno scrittore come Roth, che ha passato più di trequarti della sua vita a fare questo, decide di smettere, poi cosa gli resta. Quasi più niente. E dunque l’uomo Philip Roth se n’è andato all’altro mondo ieri, pace all’anima sua, lo scrittore se n’era già andato via da un pezzo.

Molta gente resta scettica dinanzi alle coincidenze. Io no. E penso che per un curioso e grottesco scherzo del destino questo poteva essere l’anno giusto, ovvero l’anno in cui lo scrittore Philip Roth, il più inviso all’accademia svedese, avrebbe potuto vincere il Nobel. E invece no. L’accademia travolta dagli scandali quest’anno ha dato forfait, non c’è Nobel in letteratura per nessuno.

Certamente se ne va uno dei più grandi scrittori contemporanei. Inutile e futile, perdersi in esegesi critiche sulla sua opera che è vasta, eclettica, sconfinata. Ci sono i capolavori della sua giovinezza, da Il lamento di Portnoy, alla famosa trilogia (Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato, La lezione di Anatomia) in cui entra in scena il suo più famoso alter ego Nathan Zuckerman che sarà protagonista o semplice voce narrante di molti dei suoi capolavori.  E poi c’è il secondo Roth quello della maturità, quello risorto dalle ceneri come una fenice, quello che, quando sembrava che non avesse più niente da dire, ha sfornato gioielli come Il Teatro di Sabbath (a mio avviso il suo capolavoro assoluto) e poi la seconda trilogia di Zuckerman, che include il libro che forse l’ha reso più celebre al grande pubblico, ovvero Pastorale Americana.

Oggi si parla tanto di auto-fiction: ecco uno scrittore che ha saputo abilmente mescolare le carte, gettando un magnifico ponte tra il privato, la biografia e la finzione lettera. Tra la vita e la sua rappresentazione.

Pace.

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Bernhardiana

Finalmente (per noi lettori Italiani) l’Adelphi pubblica Camminare, testo datato 1971 ma mai apparso in Italia fino ad ora. Così il folgorante incipit del romanzo di Thomas Bernhard: “Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche il lunedì. Poiché Karrer veniva a camminare di lunedì, ora che Karrer non viene più a camminare con me di Lunedì, lei venga a camminare con me anche di Lunedì, dice Oehler, ora che Karrer è impazzito ed è subito finito allo Steinhof”. E subito si viene risucchiati nella vertiginosa e sincopata melodia della prosa Bernhardiana.

La storia è quella comune a molti dei personaggi Bernhardiani. Karrer intellettuale solitario, nevrotico e misantropo, dopo il suicidio dell’amico chimico Hollensteir, letteralmente perde la testa mentre è in una merceria per acquistare un paio di pantaloni e finirà rinchiuso nell’ospedale psichiatrico dello Steinhof. Sarà Oheler il suo migliore amico a raccontare la sua storia mentre passeggia con l’anonimo ascoltatore, nonché voce narrante, ma soprattutto ascoltante.

Sono presenti tutti temi cari allo scrittore di capolavori come Perturbamento o il Soccombente: quella precisa attitudine del pensare contro sé stessi; la ricerca intellettuale vissuta come missione sempre vana e malata; la nevrosi quasi metafisica che impedisce a qualsiasi dei suoi personaggi di vivere una vita integrata e sana; la testarda determinazione di vivere e la lucida consapevolezza della sua assurdità; il suicidio che come più volte l’autore ha messo in bocca ai sui personaggi è forse l’unico vero pensiero che si può pensare.

Eppure in questo romanzo, che in una celebre intervista l’autore definiva il suo più riuscito, tutto viene esasperato.  Esasperato è innanzitutto il suo stile che sembra raggiungere qui la sua forma più vertiginosa e espressionista. Sebbene l’uso della ripetizione in Bernhard sia sempre stata funzionale ad un preciso procedimento logico-letterario, in quanto ad ogni ripetizione di una frase, di un pensiero, segue un lento ma costante ampliamento dello spettro del significato, qui se ne fa un uso quasi isterico. Così come l’intrecciarsi dei livelli del discorso è più caotico – Oehler racconta la storia di Karrer, poi racconta il raccontare di Karrer -, e la narrazione ne risulta completamente destrutturata.

Se si fa eccezione per la scena nella merceria dove il vecchio Karrer rimprovera all’indifeso commesso la pessima fattura dei pantaloni che gli mostra – scena che è , come sempre in Bernhard,  al tempo stesso estremamente tragica, perché sarà il luogo dove Karrer perderà definitivamente il lume della ragione, ma anche straordinariamente grottesca e comica -, tutto il romanzo è un monologo feroce e furibondo, contro lo stato austriaco, contro la condizione degli uomini, che vivono in uno stato di totale incoscienza e imbecillità, e come sempre contro la vita stessa.

Forse si potrebbe dire che questo è il vero romanzo Wittgensteiano di Thomas Bernhard. Se nella produzione del grande scrittore  la figura del logico austriaco  aveva già fatto la sua comparsa sia come personaggio principale, in  Correzione, sia come comprimario ne il Nipote Wittgenstein –  non si può evitare qui di menzionare il folgorante aforisma con cui,  come con un preciso colpo d’ascia, Bernhard  liquidava in questo romanzo la filosofia di Wittgenstein : “la differenza tra Wittgenstein nonno e Wittgenstein nipote è il fatto che il primo abbia reso pubblica la sua filosofia e ne abbia fatto un sistema mentre il secondo l’abbia tenuta strettamente privata e ne sia stato sopraffatto” -, sia nel recente Goethe muore, in questo romanzo è come se la  presenza del logico austriaco agisse a monte.

Il più Wittgensteiniano dei suoi romanzi perché quello dove ad essere messa in scena è l’assoluta impossibilità del pensiero. “Tutto il pensare che si pensa è un pensare surrogato, perché un pensare vero è proprio non è possibile, perché un pensare vero e proprio non esiste, perché la natura esclude il pensare vero e proprio, perché deve escludere il pensare vero e proprio “(pag.19).

 

Strange Love – perchè leggere Landolfi e imparare ad amare i lupi mannari.

 

Tommaso Landolfi è il più grande scrittore italiano del primo Novecento. Si, scegliere di cominciare con una affermazione radicale, forse poco condivisibile, ma necessaria. Perché qui non si fa critica letteraria di sapore accademico, bensì critica militante, critica alla maniera in cui Antoni Artaud intendeva la vita: o l’assoluto o niente.  Dunque  critica intesa come atto d’amore dello scrivente nei confronti dell’autore analizzato e al medesimo tempo  tentativo  vano, sempre vano!, di illuminare lo scrittore e la sua  opera magari di una luce nuova e più intensa. Insomma gli intenti dello scrivente  non è quello di ostentare narcisisticamente    ( come troppo spesso accade) la bellezza cristallina della propria prosa o l’innumerevole mole di libri che   dopo aver fagocitato può immediatamente evacuare attraverso citazioni dotte e eloquenti, bensì dar spazio all’opera  dell’autore preso in analisi.

E dunque: Tommaso Landolfi. Scrittore Inattuale da vivo, nostro arcicontemporaneo da morto. Tommaso Landolfi nasce a Pico nel 1908, da una famiglia che lui stesso definisce    ( la citazione non è letterale) eloquente manifestazione dall’antica nobiltà meridionale. Insomma i suoi natali se pur funestati dalla precoce morte della madre ( Landolfi aveva solo due anni e l’episodio avrà larga eco nella sua vita) avvengo  all’insegna di un certo benessere. Studia letteratura russa alla facoltà di Firenze laureandosi sulla  poetessa russa Anna Achmatova. A soli ventiquattro anni pubblica la raccolta di Racconti                “ Dialogo dei Massimi sistemi” e già lì troviamo presenti quasi tutti i temi che saranno cari allo scrittore e che ritorneranno ossessivamente nel resto della sua opera : la lingua intesa e vissuta come problema, la donna oggetto di repulsa e di desiderio, la morte e il grande nulla, il grottesco nelle sue molteplici manifestazioni, dal fantastico al soprannaturale. Da quel momento in poi produrrà una mole considerevole di libri che però non avranno larga eco tra i suoi contemporanei, sia per la sua complessità stilistica, sia per il suo temperamento schivo e un po’ borderline ( da non dimenticare un elemento importante se non fondamentale nella sua biografia: Landolfi era un giocatore compulsivo e ai salotti letterari preferiva i grandi spazi dei casinò), sia per quella sua propensione che il critico Giovanni Maccari definisce di autosabotaggio. Questo atteggiamento reiterato lo spingerà verso un disinteresse prossimo all’indifferenza per le sue opere, al punto tale che nel 1966 quando pubblica i Racconti Impossibili impone al suo editore storico, Vallecchi, una copertina tutta bianca, senza risvolti, senza quarta di copertina, come già aveva fatto nel precedente libro Se non la realtà. Ecco cosa scrive : <<L’autore, stanco di sentirsi attribuire dai critici … la paternità o l’ispirazione degli scritti per consuetudine stampati in questa sede, ha pregato l’editore di sostituirli d’ora in avanti con la seguente dicitura: RISVOLTO BIANCO PER DESIDERIO DELL’AUTORE>>.  Questo modo di rapportarsi alla società letteraria dell’epoca che pur lo insignì di importanti premi e elogi ( da Montale a Bassani, fino a Calvino), sommato al suo conservatorismo e al suo scetticismo di matrice Leopardiana per le Magnifiche sorti e progressive – da non dimenticare che in quel tempo il marxismo era ideologia dominante -, lo hanno di fatto reso, da vivo, un autore per certi versi inattuale e forse marginale.  Eppure possiamo dire che oggi, l’autore, si prende la sua rivincita  e ci appare più contemporaneo che mai, per varie ragioni.

Innanzitutto  Landolfi si può considerare già post –moderno, quasi alla maniera di Borges per quel suo stile, quella sua voce, che come osservava sapientemente Calvino, sembra sempre rimandare o mimare la voce di qualcun altro. La categoria di post- moderno va ovviamente qui presa con le pinze, visto che essa è  categoria epistemologica che  a furia di essere ripetuta e usata, quasi fosse un mantra, praticamente dappertutto a partire dall’ultimo quarto dello scorso millennio, ha assunto uno spettro semantico così ampio da poter includere tutto o niente. Eppure Tommaso Landolfi può essere considerato un post- moderno. Da non dimenticare che Landolfi ha cominciato a scrivere pur sempre  negli anni trenta: anni strani, anni confusi ma assai fecondi per le arti. Gli stessi anni in cui compariva L’uomo senza qualità il grande libro monumento  che già preconizza il collasso del moderno e Borges le sue Finzioni. Landolfi è Post – moderno per il fatto di riutilizzare in maniera epigonica  materiali letterari già dati ( Dai russi, a Poe, fino D’Aurevilly ) ma rileggendoli in chiave spesso ironica o grottesca. Post – moderno per il suo gusto per la decostruzione del racconto o perfino per il suo totale snaturamento, fino a farlo diventare oggetto narrativo dai contorni confusi: saggio – racconto, trattatello filosofico, o squarcio autobiografico. Post-moderno per il suo modo di giocare e pasticciare  con la lingua (vedi il racconto La passeggiata). Post – moderno per la sua frequentazione di generi letterari diversi  ( Vedi Cancroregina, caso unico e raro nel panorama letterario Italiano, di racconto di fantascienza). Non a caso quando Calvino curerà il libro postumo su Landolfi, Le più belle pagine, dividerà i racconti in categorie cui corrispondo generi diversi: Racconti grotteschi, racconti fantastici, racconti ossessivi, piccoli trattati, le parole e lo scrivere.

Landolfi post-moderno come Borges per il suo scetticismo nei confronti delle grandi narrazioni. Questo  da intendersi in un duplice senso: metaforico e letterale. Grandi narrazioni come fede nelle magnifiche sorti e progressive (  sia Landolfi che Borges erano dei conservatori con tendenze anarcoidi), sia come scetticismo nei confronti della forma romanzo stessa. Landolfi a differenza di Borges ha scritto alcune opere che possono rientrare nella categoria del romanzesco ( Racconto d’Autunno, La pietra Lunare, Un amore del nostro tempo), ma anche esse per la loro lunghezza e dimensione sono da considerarsi più novelle lunghe che reali costrutti romanzeschi.  Ovviamente le similitudini sono tante quando le differenze. Il retroterra letterario e culturale di Borges è quello della letteratura europea soprattutto di matrice anglosassone, e la sue narrazioni sono pervase spesso da un misticismo di matrice  Neoplatonica ( vedi la sua Storia dell’eternità) mescolato sapientemente con elementi della teologia ebraica. E Poi Borges detto senza eufemismi era un aristocratico  snob, anaffettivo e probabilmente del tutto sprovvisto di una esperienza che non fosse altro libresca.

Tutt’altro background e tutt’altra storia  per Landolfi che è forse anche la ragione per cui amarlo di passione ardente e ossessiva e ovviamente leggerlo o rileggerlo. Landolfi era un giocatore compulsivo e, sempre ricorrendo alle illuminanti parole di Calvino: << il suo  rapporto con la letteratura come con l’esistenza è sempre duplice: è il gesto di chi impegna tutto sé stesso in ciò che fa e nello stesso tempo il gesto di chi butta via>>. E già questo ci basta. Perché la vita è pur sempre una sindrome, come diceva Beckett, e allora forse sarà maglio affrontarla come un giocatore, con gusto per lo sberleffo, e assenza di serietà. E in Landolfi lo scherzo è preso con assoluta serietà e usato con  tenace costanza.  Pochi sono gli autori  che si siano spinti in territori così estremi e ultramondani come Landolfi. Pochi sono gli scrittori che hanno frequentato il grottesco e il surreale in maniera così radicale. Mi vengono in mente Kafka, Beckett, Gombrowicz (e forse Foster – Wallace se si vuole giungere al  contemporaneo). L’universo Landolfiano è un universo popolato quasi sempre da uomini del sottosuolo, e da figure grottesche e spaventose. Il suo mondo è un mondo rivoltato  come un calzino dove il sopra e il sotto, il cielo e l’inferno  sono sempre pericolosamente  attigui e prossimi al loro collasso. Il suo universo è un bestiario popolato da mostri di tutti i tipi.

Tra i tanti testi che si potrebbero prendere in esame scelgo Cancroregina pubblicato per la prima volta nel 1950. Ma la scelta è dettata dal puro gusto personale in quanto sebbene la novella   a metà tra la Fantascienza e il fantastico, sia una tra le novelle più allucinate e visionarie dell’autore, non è certo l’unica o forse la più paradigmatica del suo repertorio. In ogni caso ci offre sicuramente una istantanea importante  del cervello e dell’universo di Landolfi che come diceva Manganelli: sembra nato all’interno di un universo autonomo, e malamente abitabile, un universo che è insieme grandioso, losco torbido e stupefacente. Vi accadono miracoli, ma intrisi di una potenza sordida, segni appaiono, non meno minacciosi che enigmatici.

 Cancroregina si presenta sotto la forma del finto  diario. Un uomo solo e disperato, dentro una strana navicella spaziale, Cancroregina, gravita attorno il pianeta terra e da lontano mentre osserva il continente Europa pensa a quanto malumore gli abbia generato la vita tra gli umani e a quanto al tempo stesso nella situazione in cui si trova adesso   persino quella vita che prima aveva odiato o maledetto, gli manchi. Dopo questa  incipit verremo a sapere che l’uomo solo sulla navicella spaziale, in una notte in cui era in preda alla disperazione più totale e prossimo al suicidio solo nella sua casa viene visitato da un uomo che è scappato dal manicomio. L’uomo  gli parla della macchina che ha costruito per riuscire finalmente a viaggiare nello spazio e che al medesimo tempo è stata la ragione per cui è stato internato. Allo scetticismo iniziale del protagonista, dopo una lunga e meditata catena di ragionamenti, si trova pur sempre al cospetto di un pazzo, segue la decisione di credere al pazzo. Tra dubbi e immense incertezze decide di seguire il pazzo e verificare l’esistenza di questa fantomatica navicella Cancroregina. Essa esiste. E loro partono. Ma tutto va a rotoli. Perché l’uomo pazzo e senza nome che si trova con lui nella navicella lentamente ma tenacemente sprofonda nella follia e il protagonista si trova costretto ad ucciderlo. Terminato questo lungo flash back ritorniamo al diario di bordo e le parole del protagonista, così come le sue riflessioni si fanno sempre più farneticanti e disturbanti. Il protagonista che prima di partire voleva suicidarsi e accetta il viaggio come possibilità di un cambiamento, di un movimento esteriore e forse interiore per approdare  al nuovo  ( quel che infondo tutti cerchiamo al fondo del nostro abisso) si ritrova di nuovo alla situazione di partenza ma stavolta elevata al cubo. Perché adesso è davvero completamente solo e lontano dagli umani, si è macchiato di un omicidio e non fa altro che meditare sul suicidio e sul come procurarselo senza procurarsi dolore. E poi la morte arriva. E qui giungono le pagine più struggenti e allucinate del libro che  fanno pensare al Beckett della cosiddetta trilogia ( Molloy, Malone Muore e L’innominabile) pubblicate più o meno negli stessi anni:<< Non ho detto che me lo sentivo? Son morto da due giorni. Però niente è cambiato, aveva ragione lei. Eh se l’avessi saputo prima che era così facile e che niente doveva cambiare sarei morto prima. Ma per fare che, se niente doveva cambiare? Beh non so, ma mi pare che sia, in tutte le maniere, meglio esser morti che vivi… Ora comunque  che sono morto, sento il bisogno di raccontarla questa storia, di raccontarla dal principio. Io ero solo e senza speranze… Macché al diavolo la storia! Perché mi dovrei dar da fare? Per quale mai, per quale motivo torto, la dovrei raccontare? >>.

Si diceva: Tommaso Landolfi nostro contemporaneo. Perché? Perché ( e non lo dico senza rimpianto) l’utopia del Progresso – sia nella sua versione liberale sia nelle sua versione marxista – sono andati dritti nello sciacquone. Sebbene alcuni pensatoti, sociologi, antropologi, filosofi negli anni recenti abbiano parlato di un ritorno al realismo, sia in letteratura che in filosofia, e in qualche modo liquidato il post- moderno come qualcosa di definitivamente concluso, non credo che sia corretto e vero.  Il mondo intero si è Landolfizzato. E la condizione di estraneità, di alienazione,  persino mostruosità, non appartiene più solo a Landolfi, ma a tutti noi.  Non siamo forse diventati tutti alieni ? Non siamo forse diventati tutti esuli come il personaggio sulla navicella spaziale, sprovvisti di una reale patria, di un lavoro garantito e di una idea solida, durevole di ciò che chiamiamo realtà?

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Martin Amis e la Zona di interesse

Il grande scrittore inglese, Martin Amis, dopo La Freccia del tempo – quell’ incredibile tour de force linguistico nel quale viene raccontata, letteralmente in rewind, la vita di un ex medico nazista, dal momento della sua morte in incognita in America, passando per i suoi esperimenti medici ad Auschwitz, fino al momento del suo concepimento -, ritorna, quindici anni dopo, con La Zona di Interesse nel luogo più oscuro del nostro secolo breve, il campo di concentramento.

La Zona di interesse è un romanzo che esplicitamente vuole raccontare quella banalità del male che Hannah Arendt aveva così acutamente dissezionato nel suo reportage sul processo di Adolf Eichmann a Norimberga. Ma lo fa scegliendo il più insidioso e pericoloso dei registri: quello del grottesco. Il grottesco per raccontare l’orrore.

Si, perché nella zona d’interesse due realtà agli antipodi entrano in contatto ed in conflitto, una è la realtà del campo di sterminio, l’altra quella della vita nel placido paesino polacco accanto che ospita i gerarchi nazisti. È attraverso questa tensione che è anche attrito che Amis mette in scena il grottesco e l’orrore.

Così mentre si consuma il più drammatico degli eventi cui la storia abbia assistito, ai confini del campo nel paesino sulle montagne la vita scorre calma e perfino monotona: le madri portano a passeggio i propri bambini, lauti pasti sono consumati in ristoranti caldi e accoglienti e il tedioso lavoro della burocrazia continua.

A tre monologhi è affidato l’incedere del romanzo.

L’arianissimo Golo Thomasen (la prima delle tre voci narranti), ufficiale di collegamento tra l’industria bellica e il Reich, nonché nipote del potente  gerarca nazista Martin Boorman, più interessato a collezionare donne che a seguire il credo nazionalsocialista, si invaghisce e tenta invano di sedurre Hannah Doll, la formosa e ambigua moglie del terribile comandante Paul Doll.

Paul Doll ( la seconda voce narrante) lo spietato Kommandant del campo, forse la più terribile e grottesca delle maschere che Amis abbia mai consegnato ai suoi lettori, mentre continua a ripetere a sé stesso <<sono una persona normale, sono una persona assolutamente normale>>, passa il suo tempo ad ubriacarsi, mentre nel frattempo  fa pedinare  sua moglie che ha smesso di concedersi a lui.

In questa prima parte sembra quasi che si assista ad una banale commedia degli equivoci, che ha casualmente per protagonisti due ufficiali nazisti.

È però quando entra in scena il personaggio di Szuml ( terza voce narrante del romanzo), che la tensione letteralmente esplode.

È alla voce di Szmul, il capo dei Sonderkommando, gli uomini più tristi del campo perché deputati all’uccisione dei loro stessi compagni di cella, che viene affidata tutta la tragedia dell’Olocausto. Così si apre il terribile monologo di Szmul: <<C’era una volta un re e questo re incaricò il suo mago prediletto di fabbricare uno specchio magico. Questo specchio non ti mostrava il suo riflesso – ti mostrava la tua anima. Il mago non riusciva a guardarlo senza distogliere gli occhi. Il re neppure riusciva a guardarlo. Né nessuno dei cortigiani. Fu messo in palio un forziere pieno d’oro per gli abitanti di quella tranquilla contrada che fossero riusciti a guardarlo per più di sessanta secondi, nessuno ci riuscì. Trovo che il KZ, sia quello specchio. Il KZ è quello specchio, ma con una differenza. Non puoi distogliere gli occhi>>. Szmul, svolge il suo lavoro tra i morti, con forbici pesanti, pinze e mazzuole, scava tra i cadaveri alla ricerca di oggetti di valore senza nemmeno la <<consolazione dell’innocenza>>.

È attraverso questo stridente contrasto, dove si alternano momenti da commedia degli equivoci e momenti di pura brutalità che Martin Amis riesce a mettere in scena la banalità dell’orrore.

La narrazione inizia nel 1943 e si conclude con la sconfitta dei tedeschi nella battaglia di Stalingrado, quando le sorti del Terzo Reich sono oramai compromesse.

Più che alla tesi di Hannah Arendt, l’autore sembra aderire a quelle del sociologo Zyigmunt Bauman secondo il quale la burocrazia è intrinsecamente capace di una azione genocida. È infatti nei passaggi dedicati al comandante Paul Doll dove viene maggiormente mostrato come l’audace follia dell’olocausto sia il risultato della perversa commistione tra la perfetta macchina burocratica tedesca e il folle credo nazionalsocialista. Quando Paull Doll non è ubriaco o non è intento a litigare con la moglie passa il suo tempo a riflettere su come perfezionare il funzionamento del campo di concentramento: <<Sul progetto KL3 ( campo di concentramento n3) prevedo complicazioni e spese a non finire. Dove sono i materiali? La Dobler stanzierà una somma adeguata? A nessuno interessano le difficoltà che comporta, a nessuno interessano le Condizioni oggettive? Il calendario delle deportazioni che mi hanno chiesto di approvare per il prossimo mese è a dir poco stravagante.  E poi ciliegina sulla torta chi telefona, a mezzanotte se non Horst Blobel da Berlino? La direttiva cui ha accennato mi genera i sudori freddi>>.

È attraverso i suoi monologhi che l’autore riesce meglio a comunicare al lettore l’assurda eppure così reale vita di un gerarca nazista. È attraverso i tic, le nevrosi e cortocircuiti mentali di questo antieroe grasso, volgare e perennemente ubriaco che Amis riesce davvero a farci entrare nella mente di Paul Doll. Così può accadere che mentre quest’ultimo guarda uno spettacolo teatrale messo in scena per celebrare l’anniversario del Terzo Reich egli pensi a quanto tempo ci vorrebbe per gassare l’intero pubblico: <<…Poco dopo mi chiedevo se avrei mai potuto prender parte ad un assembramento senza che la mia mente iniziasse a farmi brutti scherzi. Non è stato come la volta precedente, quando mi ero fatto progressivamente assorbire dalla sfida logistica di gassare l’intero pubblico. No. Stavolta ho subito immaginato che gli spettatori alle mie spalle fossero già morti>>.

Il monologo di Paul Doll man mano che procede il romanzo si fa sempre più tecnico e burocratico e il campo di concentramento  diventa un industria come un’altra da gestire minimizzando i costi e ottimizzando i profitti.

 

 

Ma la Zona d’interesse, non è soltanto un romanzo sull’olocausto ma forse anche un romanzo sul maschile in contrapposizione al femminile.  Golo dopo tanti anni di insaziabile libertinaggio sessuale, riscopre nuovamente l’amore proprio nel luogo dove sembra impossibile che esso nasca, ma i suoi molteplici tentativi di avvicinamento ad Hannah Doll risultano del tutto vani. Nell’ultima parte del romanzo Golo Thomasen a guerra finita incontra Hannah Doll , oramai vedova, in un bar di Monaco. Sono seduti in un caffè e Golo tenta di riavvicinarsi a lei. Ma l’operazione è del tutto vana. Lei gli dice che non vuole più vederlo. <<Sono stata sposata a uno dei più prolifici assassini della storia. Ed era così rozzo e così brutto e così codardo e così stupido. Il pensiero di stare con un uomo adesso mi è del tutto estraneo. Sono anni che non li guardo neppure. Ho chiuso con loro. Chiuso definitivamente>>.

Se le donne non possono certamente essere assolte dall’immane tragedia che si è consumata sotto il Terzo Reich, è agli uomini che va la definitiva condanna.

Lo scrittore in filigrana infondo vuole dirci  che sono stati i maschi a fondare il Terzo Reich, sono stati i maschi a fare la guerra e sono stati i maschi a concepire la soluzione finale.

 

Al romanzo segue un breve post scritto. In esso  Martin Amis oltra a citare il vastissimo archivio di fonti cui ha attinto ci spiega la sua posizione epistemologica sull’olocausto. La famosa tesi di Adorno secondo il quale dopo Auschwitz non si sarebbe potuta più scrivere poesia, non viene soltanto sconfessata ma praticamente ribaltata. Amis,  citando direttamente Winfried Sebald, afferma che qualsiasi uomo serio non possa  pensare ad altro se non all’olocausto. Dunque alla tesi della indicibilità oppone inequivocabilmente quella della comprensione.

Se, come scriveva George Bataille ne La Letteratura e il Male, la letteratura autentica è sempre prometeica perché mette in discussione le norme delle convenzioni e i principi della prudenza questo romanzo lo è di sicuro.

Molti critici dopo la pubblicazione di Lionel Asbo, consideravano la carriera di questo scrittore, che lo stesso Roberto Bolano aveva definito <<il più grande scrittore di lingua inglese>>, una carriera oramai vicina al suo crepuscolo e invece con questo romanzo probabilmente ritorna alla grandezza dei tempi de L’informazione

Sia questo il verso

Mamma e papà ti fottono.

Magari non lo fanno apposta, ma lo fanno.

Ti riempiono di tutte le colpe che hanno

e ne aggiungono qualcuna in più, giusto per te.

 

Ma sono stati fottuti a loro volta

da imbecilli con cappello e cappotto all’antica,

che per metà del tempo facevano moine e per l’altra metà si prendevano alla gola.

 

L’uomo passa all’uomo la pena.

Che si fa sempre più profonda come una piega costiera.

Togliti dai piedi, dunque, prima che puoi,

e non  avere bambini tuoi.

Philip Larkin