Solstizio d’estate

Sotto l’ombra di un gazebo, dove la temperatura stazionava intorno ai 27 gradi, Luciano stava raccontando a Giordano che  aveva affittato una stanza a Berlino    ( quartiere Kreutzberg) per tutto il mese di agosto, perché aveva bisogno di un po’ di tempo da passare solo con sé stesso,  un po’ di tempo per riflettere, perché  Antonella, dopo cinque anni passati assieme, dopo cinque anni di faticosi alti e bassi, dopo cinque anni di litigi e riappacificazioni, dopo cinque anni di sacrifici e poi promesse di amore eterno, di punto in bianco l’aveva mollato per un avvocato penalista – un avvocato, ma ci pensi,  cosa c’è di più noioso e tediante di un avvocato, aveva detto-,    avvocato che aveva conosciuto durante un corso di cucina macrobiotica che per di più era stato lui, Luciano, a regalarle  per festeggiare il quinto anniversario della loro unione.

Luciano aveva studiato recitazione quando non calcava le scene poteva comunicarti con lo stesso tono di voce monocorde e annoiato la notizia della morte di qualcuno così come l’entusiasmo per un evento importante. Aveva sempre lo sguardo rivolto verso il basso mentre ti parlava, come se su di lui gravasse una eterna vergogna e se per caso incrociavi i suoi occhi lui subito distoglieva lo sguardo.

 Giordano si sorbiva l’intera lagna e annuiva, riuscendo a malapena a mascherare la sua totale indifferenza alla faccenda, pensava che lui la vacanza a Berlino manco se la poteva permettere  perché, a differenza di Luciano, la sua famiglia non aveva un becco di un quattrino e se lui non lavorava, come adesso, come da un anno a questa parte, nessuno gli avrebbe mai finanziato un viaggio per superare lo stress post- traumatico da separazione, nell’eventualità poi piuttosto remota  che ci fosse mai stata una separazione  visto che lui, Giordano, in materia di relazioni non c’aveva mai capito un bel niente  e  il massimo cui si era spinto con una donna era stato appena quattro mesi. Per di più la ragazza in questione che si chiamava Lucia, che era mora e davvero molto carina, che  aveva una bella casetta sulla collina di San Martino proprio adiacente alla vigna dove si trovavano adesso, era intenta, qui ed ora, in una tenera operazione di sbaciucchiamento con Marco, altro figurino che proprio non gli andava giù. Che strano poi, si chiedeva, mentre Luciano continuava tenace e implacabile nella sua lagna infinita, ma come aveva fatto a sedurre Lucia? Era passato già un anno  e perché era finita poi? Per colpa delle sue solite insicurezze, perché non si sentiva all’altezza, perché una donna così non credeva manco di meritarsela e allora che aveva pensato, meglio che la lasci io per primo, prima che lei mi scopra. 

Da quando Giordano aveva cominciato a prendere farmaci a base serotoninergica  la sua faccia  si era incredibilmente ispessita e gonfiata e con la sua barba folta e quell’espressione sempre un po’ mogia  dava proprio l’impressione di un orsacchiotto triste. Annuiva, con un bicchiere di vino bianco nella mano sinistra ed una sigaretta di tabacco nella mano destra, ancora una volta giurando a sé stesso che non si sarebbe più presentato ad una di queste feste, perché tutti i presenti avevano gran facce di culo, erano degli ipocriti e dei cazzo di snob. Ma tanto, mentre formulava questi giudizi, sapeva che ci sarebbe cascato di nuovo.

La festa si stava lentamente  scaricando come la molla di un orologio, un bossanova malinconica e suadente si diffondeva dagli altoparlanti e la gente era piuttosto  ubriaca. Quel vinello bianco prodotto della vigna dopo tre bicchieri ti dava subito alla testa e il sole di giugno in una giornata senza nuvole e senza un alito di vento, anche lui faceva la sua benedetta parte.

 La festa era cominciata alle 11 del mattino e adesso  erano almeno le 7 di sera, ma infondo chi aveva davvero voglia di andarsene?   

La vigna sotto il castello Sant’ Elmo, in cima alla collina del Vomero, era certamente tra i posti più belli dove esserci-ora. Un’isola verde piazzata in cima alla città che si estende per sette ettari e mezzo tra il corso Vittorio Emanuele ed i giardini della Certosa di San Martino.  Dopo essere stata confiscata da Cavour all’ordine dei Certosini al momento dell’unità d’Italia era stata poi separata dalla Certosa di San Martino di cui faceva un unico complesso e infine passando di mano in mano era stata acquistata da un privato.

Natura  vergine  miracolosamente non ancora violata dalle mire espansionistiche dell’uomo e dal saccheggio edilizio degli anni sessanta e settanta. Lontano dal frastuono dei motorini sfreccianti,  lontano dal risentimento dell’uomo medio, lontano dalla diossina di tutte le discariche abusive, lontano dalla morte per cancro.

Altrove.

 Come suona bene questa parolina

 La vigna aveva un suo marchio registrato.  Produceva vini e cibi biologici. D’estate si organizzavano feste, escursioni per ragazzi, corsi di yoga e degustazioni di vario tipo mentre d’inverno diventava palcoscenico per performance  di dubbio valore artistico a tema orfico – dionisiaco con orge, spargimenti di sangue di vacca e altra roba simile.

Il proprietario della Vigna, Alvaro  Russo, con il suo ambiguo molleggiare da checca ricca e velleitaria ( era una specie di mercante d’arte), si aggirava tra i vari gruppi di invitati e scherzava  e intratteneva e si esibiva ma, in verità, l’unica cosa che aveva tatuata nella memoria  era l’immagine tenue del ragazzo inglese di venticinque anni che aveva conosciuto l’estate precedente,  il suo corpo longilineo e senza un filo di grasso, il suo volto androgino e glabro e il suo membro circonciso, quando lo aveva afferrato, così bello. Il ragazzo inglese che gli aveva giurato che   sarebbe ritornato, ma poi vallo a sapere,  il ragazzo inglese che quando veniva  lui non riusciva a fare a meno di riempire di baci, il ragazzo inglese che componeva oscene poesie ma era così dolce e indifeso, il ragazzo inglese che studiava letterature comparate e sognava qualche forma di gloria in terra, il ragazzo inglese che infondo gli piaceva perché gli ricordava un altro inglese, ma di vent’anni prima, un altro amore uguale e pure diverso; ma lui era oramai vecchio e abbastanza  rodato in queste faccende, quindi poteva tranquillamente – o almeno così credeva-, ridere e scherzare con le persone mentre dentro provava una fitta di dolore indicibile, perché alla fine ci si abitua a tutto e se,  quando a vent’anni  era in preda ad un’altra, l’ennesima, crisi sentimentale il suo volto come la sua voce tradivano inevitabilmente le condizioni del suo stato d’animo, adesso a cinquanta e più anni la scissione, pensava, si era consumata e quel che c’era dentro poteva lasciarlo lì, custodito, sepolto, occultato, al riparo dagli sguardi indiscreti ed esibire invece fuori la solita  messa inscena, la solita vecchia checca, colta e sofisticata quanto basta per concedersi anche un po’ di stravaganze.

Poco prima aveva  mostrato  ad una ragazza piuttosto in carne e del tutto priva di mento, come si faceva un buon pompino – questo è il tipo di stravaganze di cui parlo -, e la ragazza visibilmente imbarazzata aveva cacciato un sorriso così falso che si vedeva che avrebbe voluto al più presto darsela a gambe. Poco dopo si era spostato verso un  gruppo di  anziani signori e aveva  tenuto una conferenza non richiesta sul destino dell’arte contemporanea, sul capitalismo finanziario e la fine delle grandi ideologie.

Poi, non pago, aveva attaccato bottone  con l’editore  Ricucci  e tra il serio e il faceto aveva esclamato  che la letteratura era finita, fregata per sempre e l’unica cosa che restava da fare era spassarsela. L’editore aveva cacciato un sorriso di circostanza, visto che si conoscevano da parecchio tempo e lui era abituato alle sue sparate prive di senso e poi aveva ripreso a sorseggiare il suo amaro. Infine si era prodotto in una specie di tip tap alla Fred Aster.

Se la fisiognomica fosse scienza esatta potrei perfino   spingermi a sostenere che il volto di Alvaro fosse una eloquente cartina di tornasole della  sua personalità. Aveva uno di quei visi che consentono tutto e dai quali ci si può aspettare di tutto, qualsiasi trasformazione o qualsiasi distorsione, un momento possono rivelare estrema crudeltà e pietà in quello seguente, l’irrisione subito dopo e ancora dopo la malinconia e poi la collera senza mai mostrarne davvero uno per intero, quei visi che in situazioni normali sono soltanto potenzialità ed enigma. Forse era per via delle sue sopracciglia folte e sempre inarcate, forse per via del suo naso grande e dritto come se fosse soltanto osso dalla radice alla punta, forse per il suo mento affilato come una spada, forse per le sue orecchie a punta, come se fossero perennemente in allerta pronte a recepire quello che  ancora non è stato detto.

Adesso Alvaro era intento a parlare animatamente  con un signore alto e robusto, un docente universitario di qualcosa tipo Sociologia delle Migrazioni o Studi post-coloniali o Antropologia dello sviluppo o qualche altra stronzata simile. Il professore aveva il cranio completamente calvo e ostentava un aria da persona che ce l’aveva fatta. Una volta ci avevo parlato anche io e mi aveva dato il tormento  con citazioni da Foucault, Gramsci, Lacan, Deleuze e non si era placato fino a quando non si era persuaso di avermi completamente seppellito con le sue citazioni.

 Quando una persona ha letto tanti libri, quando una persona sa tante cose,  ci metti molto più tempo a decifrare la temperatura della sua intelligenza,  ma alla fine dietro quell’immenso iceberg di informazioni riesci a vedere quello che c’è sotto e la fregatura viene sempre a galla.  La cultura può essere un abile camuffamento.

Il Professore raccontava con un tono di voce calmo e neutro un aneddoto relativo al suo anno sabbatico trascorso negli Stati Uniti, nell’università di Bloomington, Indiana – un  aneddoto che aveva per protagonisti un maldestro aspirante  suicida e una guardia giurata e che vedeva il maldestro suicida  lanciarsi  dalla finestra del quarto piano dell’aula di scienze sociali per poi centrare in pieno la guardia giurata, uccidendola sul colpo -, mentre Alvaro cercava   di partecipare alla conversazione con tutto le sue energie e con tutto il suo corpo – gesticolando, ridendo, annuendo -, perché, con sua grossa sorpresa, riusciva a intravedere il capolinea, proprio così, riusciva a intravedere la possibilità  che quel dentro che aveva occultato, sepolto, represso reclamasse di venir fuori con tutta la  prepotenza possibile e a quel punto,  significava che doveva filarsela in gran stile, inventarsi una meravigliosa balla e andare a rintanarsi a  casa.

Intanto una decina di bambini, più o meno intercambiabili, per via delle vacanze passate assieme, per via delle somiglianze fisiche,  per via dei tempi  che stiamo vivendo che tendono ad omologare verso il basso ogni differenza, per via della possibile promiscuità dei loro genitori, formavano un unico  corpo, caldo e pulsante. Un corpo che scorrazzava all’impazzata tra le vigne, un corpo che si sporcava, un corpo che si dimenava, un corpo che strepitava senza sapere che presto li avrebbe aspettati l’ennesimo litigio dei loro genitori o forse una improvvisa separazione  e dopo quell’estate si sarebbero trovati precocemente a dover varcare quella  linea d’ombra che sancisce l’inevitabile ingresso nella vita adulta. Quella vita dove prendere sonno è una fatica mortale, dove un erezione non è più una cosa certa, quella vita dove i risvegli possono essere atroci, quella vita in cui le relazioni chiamano in causa rancori che si credevano sedati per sempre.

C’era una sola ragazzina, di undici anni, graziosa nel suo corpo ancora acerbo. Lei la linea d’ombra l’aveva appena varcata  perché i suoi genitori si erano appena separati e il padre, un fotografo abbastanza fricchettone e demente con una malsana passione per tutto ciò che fosse folclore e vecchie feste popolari, di punto in bianco aveva lasciato lei e la madre ed era partito per un’ isola greca, alla ricerca dello scatto perfetto.

Quella bambina  vista da lontano ( da dove la vedevo io) aveva qualcosa di incantato nei suoi occhi – due grandi occhi color nocciola -, girava su sé stessa come una trottola poi si fermava e dispensava sorrisi, sorrisi meravigliosi perché ingiustificati. Aveva un ramoscello di legno in mano che usava come fosse una bacchetta magica e ogni tanto lo puntava su qualcuno o qualcosa  fingendo di fare un incantesimo e poi, poco dopo, riprendeva a girare su stessa e  a ridere.

 Presto il suo corpo da bambina avrebbe ceduto il passo ad un corpo da adulta e allora chissà cosa sarebbe successo? La prima mestruazione, i fianchi che si  ispessiscono, la pelle che si  fa lucida, i suoi seni che  reclamano tutta l’attenzione che si meritano.

 Poi una sfilza di fidanzatini e via di seguito. La mia immaginazione non riesce a spingersi oltre.

La madre, che si chiama Eleonora ( ma non ha niente a che vedere con la mia di Eleonora)  aveva trentadue anni ed era insieme al gruppo delle Mamme. Le avresti dato appena venticinque anni, per il suo sguardo indifeso e fragile e per il suo corpo piccolo e praticamente quasi androgino – era del tutto sprovvista di seni -, aveva i capelli molto corti e due grandi occhi a mandorla.  Tra due anni  già si dovrà iscrivere al liceo, stava dicendo , ma ci pensi. E allora l’altra mamma, un po’ più avanti negli anni, con un tatuaggio tribale sul braccio sinistro e dei lunghi capelli ricci che le arrivavano fino alle spalle, diceva che i  suoi due maschietti  erano praticamente già due ometti, il primo nel giro di due anni se lo sarebbe ritrovato all’università, il secondo era al secondo anno di liceo.  Poi Eleonora aveva cominciato a raccontare di quel bastardo di suo marito – storia che non riusciva mai a fare a meno di omettere, perché come tutte le storie ancora calde, essa andava sempre raccontata –, quel bastardo immaturo, narcisista ed egoista che l’aveva lasciata sola ad accudire quella sua unica figlia per partire per un’ isola greca. Ma l’altra  che quel giorno  proprio non  voleva  saperne di storie tristi e deprimenti, perché anche lei aveva i suoi grattacapi e si voleva godere gli ultimi scampoli di questa giornata di giugno che prometteva soltanto bellezza, aveva alzato le spalle, come a voler dire mi dispiace e poi aveva esclamato: però chi avrebbe detto che a Napoli ci fosse un posto bello come questo.

 Poi, dopo un po’  aveva aggiunto: però la vita come va veloce. Si, la vita va proprio veloce, aveva risposto Eleonora   e poi entrambe si erano messe in bocca un pezzo di torta alle mele, marchio registrato della vigna.

Sul tavolo di forma circolare c’erano ancora gli ultimi residui della giornata: una crostata di frutta, una torta di mele, fette di ananas e immancabile un vassoio di pasticceria napoletana, dove si stagliava con la sua prepotente fisionomia un babba solitario. La brace era ormai da tempo già spenta.

 Vicino ad un muretto mezzo diroccato c’era Marco. Marco  che invece aveva fatto di tutto per sfuggire all’età adulta  –  perché  aveva cambiato tre università,  passando con disinvoltura da medicina ( impostagli dal padre) a scienze politiche (suggeritagli dalla madre) per poi infine approdare a lettere; perché ogni volta che era stufo di qualcuno o qualcosa  comprava un biglietto aereo e  partiva per una destinazione esotica; perché era un discreto amatore ed era diventato un maestro nel tenere a bada qualsiasi forma di senso di colpa -, adesso  era avvinghiato al suo nuovo amore passeggero, Lucia, fumava con avidità uno spinello che gli avevano appena passato mentre pensava che le sue erezioni non erano più come quelle di una volta.

Presto sarebbe partito per il sud America, un biglietto aperto, poi forse al suo rientro avrebbe cominciato a lavorare col padre, mentre suo fratello più piccolo aveva un nuovo esaurimento nervoso,  perché era stato di nuovo mollato da quella che lui aveva  definito “la donna della sua vita”, perché erano mesi che non dava esami all’università ( medicina) e   perché  se hai troppi soldi puoi   lasciarti cadere nel tuo abisso senza che ci siano freni di alcun tipo. E così aveva fatto.

Marco era un tipo strano, appariva sempre disinvolto e a suo agio in ogni situazione, riscuoteva discreti consensi tra il gentil sesso, perché aveva un portamento  elegante e perché in fondo era quel tipo di persona  che sapeva metterti a tuo agio, il tipo che sapeva calibrare attentamente le battute, il tipo che sapeva quando il momento era quello giusto e quando no, eppure nel suo volto c’era una profonda malinconia, quella  malinconia inconfessabile e inconfessata, quella nostalgia di assoluto, tipica dell’uomo di questo nuovo e disgraziato millennio, l’uomo a cui sono state sottratte tutte le certezze – forse la fede in un qualche forma di dio, forse la lotta di classe, forse l’amore della propria vita. E quindi se lo guardavi attentamente, dietro quell’aria da ragazzo di buona famiglia che ha avuto tutto, ma proprio tutto, c’era qualcosa che mancava, una lieve stonatura.  Mentre Lucia con i suoi occhioni da cerbiatta indifesa guardava i bambini scorrazzare tra gli alberi e diceva che le sarebbe piaciuto avere un bambino, ma presto, perché il suo orologio biologico incominciava a ticchettare insistentemente, Marco era già in America Latina e immaginava una sua forma personale di redenzione: l’incontro con una meravigliosa amazzone che gli avrebbe cambiato la vita, una casa in un luogo sperduto della foresta amazzonica, un giro in bici fino alla fine del mondo.

Ma  la malinconia è solo una delle tante possibili varianti nella storia privata degli uomini sul pianeta terra.

Vicino a una cascina diroccata al centro della vigna c’era anche Tommaso. Era   più raggiante che mai perché  aveva  appena vinto un importante premio fotografico per un reportage sui ragazzini rom alla periferia di Napoli. Si intratteneva a parlare con una ragazza bionda   con la carnagione chiarissima e il volto pieno di lentiggini, di quelle che hanno la casa di vacanze sulla costiera amalfitana e certamente una casa in montagna, di quelle che nonostante siano incredibilmente carine (cioè davvero belle), e molto fortunate (cioè piene di soldi ), come la ragazza in questione, hanno passato  la loro adolescenza a tormentarsi per qualche piccola e insignificante imperfezione del proprio corpo – un naso con una lieve gobbetta, le caviglie non sottili come dovrebbero essere, una impercettibile asimmetria nel loro viso -, e allora a vent’anni hanno scoperto che l’unico modo per placare il loro narcisismo eternamente ferito e fragile è  quello di avere al cospetto del maschio un atteggiamento sempre e comunque seduttivo, di cercare fare perdere la testa ad ogni uomo che le capita a tiro, per poi mettersi con quello che nella competizione la adora di più e poi, inevitabilmente, riempirlo di corna.  Quindi la ragazza si stava producendo in una delle sue tante operazioni di seduzione, attingendo al suo consolidato  repertorio  fatto di sorrisi, allusioni e via di seguito. Tommaso però  è un ragazzo solare e sicuro di sé, un tipico esemplare mediterraneo, moro, riccio, spalle larghe, lui è uno che non ci casca a queste fesserie e sa che se vuole portarsela a letto come certamente farà è trattarla con distacco e con un certo cinismo.

Si potrebbe dire che in qualche modo realizza la perfezione zen: il suo pensiero si risolve nel suo essere e il suo essere nel suo pensiero. Non ha incertezze e non ha dubbi, quando fa una cosa la sta facendo e basta, non è tormentato da insicurezze e complessi di alcun tipo, è un forma di fede. E per di più funziona, perché le cose gli stanno andando sempre bene, oltre al reportage sui Rom ne ha fatto un altro sugli sbarchi a Lampedusa e un altro ancora sul carcere di Volterra.  Sebbene nella sua impresa ci sia più narcisismo che denuncia sociale, sebbene lui documenti i poveri e i diseredati non perché vuole essere un fotografo dei poveri e dei disagiati, ma perché vuole essere il più fico dei fotografi dei poveri e dei diseredati, perché vuole le pacche sulle spalle e tutto l’intero pacchetto, sebbene tutto questo, forse che gli si può dar torto? Si è adeguato a questi tempi. La ragazza biondina – nome: non pervenuto -, intanto aveva cominciato a raccontare del suo dottorato in letteratura francese su di un astruso scrittore francese nato nel 1865 che aveva lasciato ai posteri uno sconfinato manoscritto a metà tra il diario e la riflessione filosofica, pieno di riferimenti alle scienze occulte, all’alchimia e altra roba simile e diceva che malediceva ogni santo giorno di aver cominciato quella ricerca.

Poco lontano da Tommaso c’era  un uomo solo, appartenente all’improbabile gruppo   di uomini soli ( di cui anch’io facevo parte). Era  vestito in giacca e cravatta e parlava al cellulare con voce concitata, come fanno tutti gli uomini soli di questi tempi,  diceva “ così non si può andare avanti, cazzo! … su questo stai dicendo solo stronzate … finiscila con questa recita … adesso mi hai proprio rotto”, e intanto fumava nervosamente una Marlboro Light.

Ad un tratto, in questa giornata di giugno che secondo i calendari annuncia l’inizio dell’estate e dunque come tutti gli inizi ne prefigura già la sua fine, un dirigibile grigio compariva nel cielo, come venuto dal nulla.

Lassù, in quel cielo ancora lontano dal crepuscolo, si stagliava imponente e immobile, quasi come un oscuro presagio. Impossibile capire quanto distante fosse dal luogo dove ci trovavamo. Improvvisamente su di uno schermo  piazzato sulla fiancata visibile del dirigibile compariva la scritta a caratteri  cubitali :

                                                    SPARIRE QUI

La scritta  lampeggiava e il mio occhio, come l’obiettivo sempre aperto di una macchina fotografica, registrava ogni cosa. Marco guardava in cielo e pensava che quella slogan fosse proprio per lui. Lucia sorrideva perché era quello che le riusciva meglio. Tommaso nonostante fosse troppo preso nella sua operazione di seduzione, non riuscì a non volgere lo sguardo verso l’alto.  La ragazza biondina senza nome aveva in mente l’istruttore di nuoto con cui aveva avuto una storia l’estate precedente. Luciano immaginava come sarebbe stato bello avere Antonella vicino a sé.  Giordano per un attimo era pacificato. Alvaro stava per perdere la battaglia contro sé stesso ma adesso  non importava perché aveva smesso di ascoltare il professore ed era pronto per andare.

 Poi tutti questi pensieri lentamente si consumavano ed  svanivano nel semplice atto del guardare. 

 È uno di quegli istanti assoluti in cui il tempo pare congelato, uno di quei momenti in cui tutte le energie sono convogliate in una sola direzione, tutti i pensieri latenti, sono sostituiti da un unico solo pensiero. Un orchestra che suona all’unisono la perfetta sinfonia. Un quadro di Hocknay forse.

Lo slogan lampeggia intermittente fino a quando non compare la  scritta dell’agriturismo che vuole pubblicizzare. Agriturismo la  Veglia, il miglior posto dove sparire. 

È solo un istante però, denso ma brevissimo,  poi ognuno ritorna nel privato dei propri pensieri, nella fortezza della propria solitudine :“la farò finita con la caffeina e pure con la nicotina … non importa quando ma lo devo lasciare … le tendine della cucina ho fatto proprio un buon affare … mi sento la persona più sola al mondo se non ci fosse mia figlia … Alvaro è proprio un tipo strano … chissà come sono i tramonti in Cile… riuscirò a scopamerla…”

 La bambina che volteggia era la sola rimasta che continuava ad avere lo sguardo rivolto verso l’alto.  Guardava con attenzione l’oggetto volante e poi dirigeva la sua bacchetta di legno verso il dirigibile in cielo e faceva il suo incantesimo. Chiude gli occhi e quando li riapre il dirigibile è sparito davvero.

C’è qualcosa di meraviglioso e al tempo stesso atroce nel guardare i cieli d’estate. I cieli d’estate non sono umani.

Con  l’avvicinarsi del crepuscolo   arrivano i primi congedi.  Si è fatto tardi, è il momento di andare.

Giordano non ha salutato nessuno e se n’è andato ancora più infuriato di prima perché ha passato quasi l’intera giornata a sorbirsi la lagna infinita di Luciano, senza riuscire ad opporre una minima resistenza. Lui è fatto così, non riesce a dire di no, perché non vuol dar mai dispiacere al suo interlocutore. Quando stava con Lucia era sempre lei a parlare e lui ad ascoltare. La gente crede che lui sia un ascoltatore nato e quindi finisce sempre col diventare testimone involontario delle altrui disgrazie, quando è lui a sentirsi il più disgraziato di tutti.

Mentre abbandonava la festa e guardava quella stronza di Lucia che si sbaciucchiava con Marco, sognava la sua  bella carneficina, come quella del ragazzo americano alla prima del film Batman. Entrare munito di tutto l’arsenale necessario, far fuori ad uno ad uno tutti i partecipanti e poi come degna conclusione un bell’articolo di Michele Serra su di lui e sul disagio giovanile. No, proprio per questo, non si poteva fare. Luciano, sempre con il suo tono di voce monocorde, si era avvicinato a Marco e Lucia e aveva ricominciato daccapo con la sua insopportabile storia. Storia che ormai tutti conoscevano nei minimi dettagli ma da cui era impossibile sottrarsi. Luciano era stato un adolescente timido ed estremamente  introverso che ad un certo punto della sua vita –  più o meno dopo una lunga frequentazione con una psicologa cognitivista, che alla fine aveva pure mandato affanculo -,  si era persuaso dell’idea che l’ unico antidoto possibile alla sua patologica tendenza all’introversione era  quello di cacciare tutto fuori, esternare sempre e comunque le proprie emozioni, far partecipare gli altri del proprio dolore e quindi, in breve, dare il tormento ad ogni persona che gli capitava a tiro. Da una forma di solipsismo all’altra.

 Lucia dopo aver ascoltato il lungo lamento di Luciano aveva   sbadigliato, poi si era soffiata via i capelli dalla fronte e aveva cominciato  a parlare dell’estate precedente, di quando lei era partita per la Bretagna con il suo ex fidanzato – un anno passato assieme, promesse di amore eterno, fidanzamento ufficiale e tutto l’intero pacchetto -,  e di come  fosse bastato soltanto un mese, un mese in macchina in giro per la costa bretone per mandare a puttane ogni cosa, per  scoprire   la vera natura del suo Alberto. Viziato, narcisista ed egoista. Poi aveva parlato di Giordano e aveva detto che per lei quel Alberto avrebbe rappresentato sempre un mistero, così dolce, così premuroso, così innamorato sembrava e poi dopo appena due mesi l’aveva mollata. Così va la vita aveva pensato Luciano, ma poi non aveva detto niente.

 Marco era entrato completamente in stand by, aveva uno spinello ormai spento in mano e se qualcuno  gli avesse chiesto a cosa stesse pensando in quel momento, lui avrebbe potuto sinceramente e serenamente rispondere : un bel niente.

Il cielo era giunto al crepuscolo   e Alvaro ( con mio grosso dispiacere, è verso di lui che andava tutta la mia simpatia) alla fine   non ce l’aveva fatta: nella sua estenuante battaglia contro sé stesso, nel suo vano tentativo di occultare il suo dentro, aveva perso. Kaput. Dopo essersi sorbito il lungo aneddoto del professore pelato e blasonato, dopo essersi prodotto in una delle sue solite performance del genere épater les burgeois, aveva preso congedo dai pochi  rimasti  ed era tornato a casa. Nella sua cascina persa tra le viti, seduto sulla poltrona in pelle nel soggiorno illuminato  dalla fioca luce arancio del cielo al crepuscolo si era lasciato andare ad un lungo pianto. Un pianto copioso e liberatorio, perché oramai era troppo stanco per le messe in scena e il suo personaggio l’aveva stancato, basta a giocare a fare la checca provocatoria e il vecchio dandy decadente. È  troppo tardi per diventare sé stessi? No, c’è ancora speranza. Deve esserci per forza altrimenti tanto vale la pena farla finita sennò. Come quel ragazzo che lui aveva conosciuto, come si chiamava? Luigi, Giordano, Francesco. Manco se lo ricordava. Continuava a piangere e il sipario  calava su di lui.

È Tommaso ad aggiudicarsi il premio della serata, a differenza di Alvaro lui ha vinto. Sempre che si voglia considerare la vita come una eterna maratona dove solo il primo classificato si aggiudica la coppa e il premio.

Dopo aver salutato Marco, Luciano e Lucia, andava via con al suo seguito il suo bottino di guerra, la ragazza biondina. Dopo aver ascoltato con finto interesse la storia dello scrittore francese depresso e del suo incomprensibile manoscritto, aveva sfoggiato il suo sorriso da bel Albertone mediterraneo e poi aveva offerto la più magnifica delle interpretazioni di sé stesso: il fotografo impegnato, con una vita sentimentale difficile e sempre a corto di soldi.

A casa sua, dopo averle offerto un bicchiere di vino bianco, dopo aver messo un disco di Miles Davis o forse di Bill Evans, Tommaso l’avrebbe probabilmente baciata e poi dolcemente spogliata e infine scopata per poi l’indomani  chiamare subito Marco,  il suo unico confidente in materia di scopate, e raccontargli con dovizia di particolari la dimensione dei suoi capezzoli, la circonferenza dei suoi seni, la deliziosa forma del suo culo … così va la vita. O anche no.

I bambini, quell’unico corpo pulsante, si sono dispersi, forse spariti. L’unica ancora visibile è la ragazzina di undici anni, ha ancora il ramoscello in mano e lo usa come una bacchetta magica. La madre  incominciava ad essere stanca e giù di tono, le è venuta quella forma di malinconia che le prende ogni volta a quest’ora, per di più per lei che è un insegnante sono cominciate le vacanze e sebbene lei detesti la scuola media dove insegna, sebbene sia incapace di fingere un minimo interesse per le mielose storie delle sue colleghe che hanno passato già da una decade la menopausa, sebbene  inculcare qualche nozione di grammatica italiana o leggere qualche brano dall’Iliade o dall’Odissea a ragazzini di undici, dodici o tredici anni non faccia proprio al caso suo, nonostante tutto questo, lei le vacanze proprio non le regge. Vorrebbe richiamare l’attenzione di sua figlia per incitarla ad andare via eppure la vede così felice, così serena e non ci riesce. L’altra mamma del club delle mamme se n’era andata poco fa, si sono scambiati i numeri di telefono, perché  lei, l’altra mamma ci teneva a mantenere buoni rapporti con tutti. Sai com’è, non si sa mai.

La bambina continuava giocare col suo ramoscello – bacchetta magica. Chissà cosa le passava per la testa.  Ad un certo  punto si inerpicava per un lungo  sentiero, riuscendo a sfuggire allo sguardo vigile di sua madre e poi incominciava a  guardare proprio nella mia direzione.  Levava la bacchetta in aria e poi la puntava  verso di me.

Ed io?

 Io già da un pezzo sono via, assente all’ora prestabilita, perso nell’infinito universo della possibilità.

Sono  lo spettatore perfetto.

Non sono qui.

Apocalittici integrati

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Lo scrittore cinquantenne Nino C., moderatamente sovrappeso, capelli nero corvino alla cui radice si poteva già intravedere il bianco della ricrescita che riprendeva possesso della sua bella chioma, figlio di un avvocato penalista, oramai quasi ottuagenario, che aveva scelto di spendere i suoi ultimi anni di vita e la sua pensione a fare sesso con minorenni strafatte nel più grande postribolo d’occidente, la Thailandia, e di una insegnante di latino e greco severa e inflessibile, già da tempo passata a miglior vita, era steso su di una sedia sdraio Ikea, parzialmente inclinata, sul terrazzo  del suo attico che dava sul Tevere. Indossava un costume Speedo e una maglietta un po’ lacera e scambiata di cui la sua seconda moglie (con cui era già da tempo separato) aveva più volte tentato di disfarsene. Ma lui era troppo legato a quella maglietta, gli ricordava i tempi in cui era uno sconosciuto aspirante scrittore che non aveva ancora imboccato la strada giusta, era a corto di soldi, viveva in una stanza umida e senza riscaldamento e aveva una forma di psoriasi di origine somatica. Questo scrittore cinquantenne, con un naso imponente e una mascella squadrata ( qualcuno gli aveva detto che aveva l’aria di quegli attori di una volta), che non si era ancora rassegnato ad accettare l’inevitabile invecchiamento del suo corpo e delle sue cellule,  che più di una volta era stato definito “La voce più eloquente della sua generazione” ( La Repubblica),  che aveva vinto il premio Volponi per il suo secondo romanzo ( I cieli non sono umani: un noir metafisico che aveva diviso la critica), il Bagutta per il suo terzo romanzo (Via Degli Ulivi: una saga familiare che tentava di coniugare, fallendo, la storia individuale della sua famiglia con la storia socio – culturale del suo paese) e aveva mancato lo Strega per un pelo ( era arrivato secondo: ma si sa, lì è tutta questione di politica),  sfogliava svogliatamente il giornale sul suo Tablet e ogni tanto si massaggiava il suo membro. Oramai l’unica pagina che gli destava un vago e blando interesse era la pagina dello spettacolo: la nuova Pop-star del momento era finita di nuovo in riabilitazione, Jennifer Lawerence era candidata ai Golden Globes, Tom Ham era secondo la rivista Forbes l’uomo più sexy del mondo, l’attore Italiano Gustavo Rodini aveva di nuovo tentato di ammazzarsi …

Nei brevi intervalli tra un articolo e l’altro, riprendeva a massaggiarsi il membro e, ogni tanto, sollevava con discrezione la parte superiore del costume e dava una piccola sbirciatina al suo pene. Giusto un’occhiatina, niente di più. Gesto all’apparenza insignificante, non fosse altro per il fatto che dietro di esso si celasse la sua oramai tenace convinzione che il suo cazzo si stesse lentamente restringendo. Proprio così: guardava là giù, nella semi oscurità del costume e gli appariva sempre più piccolo, innocente e indifeso del solito. Ciò che aveva dato la stura alla sua magnifica ossessione era stato il fatto che la sua moglie circa un anno fa si era scopata il suo pupillo, o protegé: trentadue anni, un fisico scolpito e già due romanzi di successo al suo attivo.

Può davvero un pene diminuire di dimensioni? Secondo alcuni, si. L’invecchiamento può esserne una delle cause. Ce ne sono anche di molto più gravi.  Ovviamente, non appena questo fiore del male era sbocciato nel suo cervello bacato, Nino non aveva perso tempo e attraverso i suoi contatti che, nonostante tutto – nonostante il fatto che i suoi corsivi sul corriere si erano fatti sempre più infuocati, nonostante avesse una volta esclamato che tutto ciò fosse scritto dai giovani d’oggi ( categoria di cui aveva cominciato a fare un largo uso da quando i suoi problemini erano cominciati)  potesse andare dritto nella spazzatura –   restavano ancora abbastanza. D’altronde chi è un uomo senza i suoi contatti? Così aveva avuto accesso, senza le attese chilometriche proprie dell’uomo medio, ai migliori specialisti del settore.  Aveva oramai perso il conto del numero di andrologi e di urologi che si erano avvicendati e dell’ammontare di denaro che aveva buttato direttamente nello sciacquone. Oh Gesù, una vera odissea: palpazione della prostata (ovvero un perfetto sconosciuto in camice bianco che ti infila dito medio guantato e ben oliato dritto nel culo), palpazione dei testicoli, esame del seme (non necessario, ma comunque non faceva differenza), contemplazione estasiata del suo pene, contemplazione corrucciata del suo pene, misurazione perplessa del suo pene e via di seguito. Tutto inutile. Tutto futile. La medicina falliva. Il verdetto, sempre il medesimo: tutto in ordine nelle parti basse. Il suo pene è in perfetta salute. La sua prostata è in perfetta salute. I suoi testicoli sono in perfetta salute. Faccia un po’ di esercizio fisico e beva molta acqua. Eppure, questo non aveva placato la sua ossessione. Anzi oramai, da un anno a questa parte, ci era piombato dentro così a picco, che persino il termine ossessione, pareva inefficace eufemismo: il suo cazzo era diventato il suo lavoro quotidiano, la sua nuova amante, la sua unica patria, il suo migliore amico. In somma per dirlo con la precisione chirurgica che l’attualità richiede aveva varcato quella soglia, soglia che aimé lui conosceva benissimo, dove il confine tra ciò che è reale e ciò che è immaginato si fa sempre più labile.  E la faccenda si era ridotta (si è proprio il caso di dirlo!) ai minimi termini: il mio cazzo si sta davvero restringendo o sono io che lo vedo restringersi di giorno in giorno, ma è tutto dentro la mia capoccia bacata? Avendo Nino una certa familiarità con la psicoanalisi (ci era stato due volte: la prima a venticinque anni, prima di prendere il largo dalla famiglia, dalla sua città provinciale, dai suoi maledetti studi di giurisprudenza ma soprattutto dalla sua tirannica madre; la seconda volta a trentacinque, quando il suo primo romanzo non si decideva a imboccare la sua strada e la psoriasi lo stava divorando), di certo non sottovalutava gli scherzi che può farti la tua testa. Eppure, come diavolo si fa, quando ci sei dentro fino al collo e sei diventato spettatore, attore protagonista, pubblico e regista della tua stessa caduta? Fu così che, in una notte mesta e bassa di statura, come tante altre sul pianeta terra partorì la sua geniale idea.

Il citofono squillò all’ora prevista. Lui  preso alla sprovvista, perché ancora totalmente immerso nella contemplazione amareggiata, stupefatta e inebetita del suo cazzo (unico dio splendente nel suo assai prosaico firmamento stellato), con una rapidità che non ti saresti aspettato da uno come lui, si alzò in un baleno dalla sedia, scattò veloce in soggiorno, indossò la sua elegante camicia da camera,  assunse la sua postura da “scrittore di razza che ha visto il buio fondo della vita e poi è risalito”, si lisciò i suoi piccoli baffetti alla messicana,  ingollò  la sua saporita pasticca  blu  e lasciò la porta d’ingresso socchiusa, sua inveterata abitudine. Poi cercando di sembrare il più naturale possibile, andò a sedersi al suo scrittoio e si mise a fingere di lavorare. La ragazza entrò e chiuse la porta. Aveva la carnagione olivastra, un corpo slanciato dalle forme flessuose e due occhi color nocciola che le conferivano un’aria gentile e persino amichevole.  Dopo aver chiuso la porta la ragazza si recò in cucina e si versò da bere un chinotto. Unica bevanda che lo scrittore beveva. Poi con il bicchiere in mano ritornò in soggiorno.

  • Ah, sei qui – esclamò
  • Stai lavorando?
  • Ci provo.
  • Ora però è tempo di rilassarsi. Disse lei. E poi si avvicinò al vecchio giradischi e mise su Wagner. La cavalcata delle Valchirie.

La musica del grande compositore tedesco si diffondeva ad altissimo volume nel soggiorno, mentre la ragazza sorseggiava lentamente il suo chinotto e lo guardava con un’aria un po’ gattamortesca che, però, sembrava molto di più il risultato di uno sforzo espressivo che non il senso della sua reale disposizione interiore. Una bella statuina insomma. Ogni tanto sfiorava con il dito i libri di Mitologia  (Terza grande passione dello scrittore. La prima era la letteratura. La seconda la musica classica), posati sulla mensola sopra il giradischi ma poi subito si voltava e ritornava alla stessa espressione di prima. Il destino condanna molte specie: una sola si insidia da sé. Erano le parole di William H. Auden, il poeta preferito di Nino.  La ragazza lo guardava con il suo bicchiere in mano, mentre lui riprendeva a digitare parole sul suo Mac. Poi lentamente e pacatamente iniziò a spogliarsi. Gli indumenti venivano piegati e poi riposti con estrema cura sulla sedia messa a sua disposizione, come secondando un canovaccio già prestabilito. Una volta rimasta solo con gli slip e i seni scoperti, bei seni, sodi al punto giusto, indossò una maschera d’ebano di origine a lei ignota che raffigurava un dio cornuto e che le ricopriva l’intera faccia. Poi incominciò lentamente a mettere in scena una danza tribale, mentre Nino continuava a lavorare o a fingere di farlo. Era eccitato? Manco per sogno. La pillola non aveva ancora fatto effetto. D’altronde non era quello poi lo scopo. E poi c’erano i pensieri che, come tutti sanno, vanno e vengono e nonostante il vertiginoso progresso della scienza abbia concepito persino strumenti (vedi alla voce antidepressivi) capaci di controllare pure quelli brutti, ciò non era affatto sufficiente. E così  Nino C., impeccabile nella sua vestaglia da camera, magnifico sia nella sua ascesa che nella sua disfatta, mentre digitava parole senza senso sul suo Mac Pro ultima generazione e una ragazza semi nuda e mascherata danzava per lui, non riuscì a schivare la Grande Ondata e la sua inesorabile corrente di risacca che lo riportò indietro, molto indietro,  al tempo dei ricordi: l’incontro con la sua seconda moglie, avvenuto in una libreria torinese quando ancora si prestava al giro di giostra ( imposto severamente dalla sua casa editrice) di presentazione entusiasta e benedizione dei romanzi dei suoi colleghi. Quando la vide, lì seduta tra la folla sparuta di poveri diavoli che ancora popolavano queste presentazioni, fu colto da un ardore e da una passione   che non aveva  provato prima, nemmeno per il suo primo amore ( quello che non si scorda mai); la volta in cui ritirò il premio Bagutta davanti una platea festante e lui, per la prima volta, si sentì davvero uno scrittore; il giorno in cui aveva  scritto quel corsivo infuocato contro l’affermazione di Eco su internet e il branco di imbecilli che lo popolavano e si guadagnò il plauso di tutte le  giovani generazioni; il suo presunto amico e pupillo, Francesco D., trentatré anni e già due romanzi di successo alle spalle, che aveva accolto a casa sua come fosse il figlio che non aveva mai avuto il coraggio di concepire e poi, senza pensarci due volte, si era scopato sua moglie; la sua solitudine che un tempo era popolata da una moltitudine eterogenea di facce, voci, colori, suoni;  la foga e il suo ardore per lo scrivere  che era sempre venuto prima di tutto. Una volta aveva detto alla sua seconda moglie, ancora una volta inferocita per il fatto che lui stava rinchiuso per giorni nel suo studio, e non le rivolgeva una parola: la letteratura è la mia unica religione, la scrittura l’unico rituale che posseggo. E adesso invece: soltanto suo il cazzo. La sua minchia. Il suo pesce. Il suo pisello. Il suo batacchio.

La ragazza continuava la sua danza che intanto si era fatta più nervosa, più convulsa, faceva improvvisi movimenti rotatori con la testa, alternati a piccoli balzi precisi e cadenzati, mentre lentamente si avvicinava verso di lui.  Nino aveva intanto aperto la sua vestaglia e aveva cominciato a massaggiarsi il pene. Lenti movimenti che partivano dalla sacca dei testicoli fino a risalire al suo prepuzio. Adesso incominciava a sentire gli effetti della pietà chimica e il suo membro si stava lentamente inturgidendo.

L’idea gli si presentò tra capo e collo in una delle sue innumerevoli nottate insonni passate sul web. Ironia della sorte: le affermazioni sul web del grande semiologo bolognese che un tempo aveva pubblicamente condannato (la verità era che aveva sempre avuto un certo complesso di inferiorità nei confronti di Umberto Eco), gli apparivano dolorosamente vere. Aveva preso seriamente in considerazione l’idea di sottoporsi all’intervento di allungamento del pene e stava leggendo in un blog l’ennesima testimonianza ( vera?) di un ragazzo micro dotato, con  scarsa familiarità con l’uso dei congiuntivi e sconfinata passione per i puntini di sospensione, che l’aveva fatto: “ La mia vita è cambiata, diceva,  non c’ho più vergogna, non c’ho più ansia, quando vado aletto con una ragazza … prima ero sempre in imbarazzo quando dovevo cacciare il mio cosino arrizzato … adesso mi spoglio vedono il mio cazzo enorme e vanno in visibilio… io, se dovrei essere sincero, lo consiglierei a tutti quelli che soffrono di questo problema, era una operazione semplice, il medico gentilissimo e comprensivo e poi lo diceva pure Froid scopare è la cosa più importante … poi si può pure pagare a rate, pensate un po’ …  niente più vergogna ragazzi, niente più imbarazzo, pensateci… ne vale la pena “.   Si trovava proprio a questo punto della lettura, sopraffatto da un sentimento che era un misto di vergogna, tristezza e forse anche rassegnazione quando un ricordo, antichissimo ricordo gli balenò nella testa. Era il vecchio Alberto Moravia, alla fine dei suoi anni, prima che la morte lo consegnasse al regno del non essere e alla ferocia dei critici che senza perder tempo, forse per naturale antipatia, forse per ripicca, attraverso un lavoro meticoloso e tenace decisero di relegarlo nell’olimpo degli scrittori minori.  Il vecchio Alberto Moravia seduto a tavola, oramai per metà rimbecillito da tutti i farmaci che si prendeva, guardava il giovanissimo Nino, ancora del tutto sconosciuto, ma già inserito nei circoli letterari più a la page, ed esclamava, senza che nessuno gli avesse chiesto proprio niente (il grande vecchio lo faceva spesso negli ultimi anni della sua vita): “è il rituale che ha salvato l’uomo dalle barbarie, Nino, il rituale”. La paternità di quella frase quanto mai oscura ed enigmatica per il giovane Nino,   non apparteneva all’oramai defunto scrittore, avrebbe scoperto poi, bensì all’antropologo Ernesto De Martino e pronunciata fuori dal contesto originale, non significava proprio un bel niente. Almeno allora, quando il giovane Nino celava la sua beata ignoranza dietro un sapiente e del tutto naturale savoir faire di matrice meridionale e un sorriso che faceva girare la testa a tutte le creature appartenenti al gentil sesso.

Così quella notte lo scrittore pluridecorato Nino C., con cazzo in fase decrescente, un matrimonio fallito alle spalle (La sua prima moglie l’aveva scelta quasi per contrappasso: mentre l’affermazione preferita di sua madre era “No, Nino, no”, quella di sua moglie era sempre e comunque “Si, amore”) e un secondo matrimonio in via di disfacimento (il fatto che la sua seconda moglie si fosse scopata il suo pupillo,  era stato certamente uno dei detonatori che avevano fatto deflagrare, in tutto il suo splendore, la sua magnifica ossessione) partorì la sua idea. Ci voleva una buona drammaturgia! Come aveva fatto a non pensarci prima! Una drammaturgia che fosse anche un rituale di rinascita e di fertilità. Una drammaturgia che fosse anche invocazione ed inno alle divinità della meravigliosa civiltà ellenistica.  Non aveva mai scritto per il teatro, né mai gli era passato per la testa, perché i dialoghi non erano mai stati il suo forte. Gli ci vollero, infatti, almeno quattro giorni per metterla giù, ma alla fine fu pienamente soddisfatto. Quando la consegnò alla ragazza, lei non fu affatto sorpresa dal copione, visto che aveva già visto di tutto, ma proprio di tutto (avrebbe potuto tranquillamente compilare un manuale psichiatrico che includesse tutte le forme più diffuse di parafilie). Quel che più la intimidì fu il monologo finale. C’erano volute un bel po’ di prove, prima che la performance raggiungesse il suo pieno successo, ma alla fine divenne quasi un grande show.

La ragazza mascherata continuava la sua danza, i suoi seni generosi al punto giusto (a Nino non erano mai piaciute le tettone) ballonzolavano, mentre i movimenti felpati delle sue gambe definivano il suo progressivo avanzamento verso lo scrittore che intanto aveva cacciato il suo membro da fuori. Nino la scrutò con disappunto, aveva sbagliato un passo: quel passo era fondamentale, glielo aveva spiegato almeno un centinaio di volte! Stava per sacramentare e fare il segnale dello stop, ma oramai la ragazza era da lui, si era inginocchiata e aveva già impugnato il suo pene.  Faceva su e giù con entrambe le mani cercando di celare il nervosismo che, sempre, a questo punto della drammaturgia, cioè poco prima del monologo finale, arrivava.  Il fatto era che il monologo finale andava declamato esattamente un attimo prima che Nino stesse per venire. La sega più difficile che avesse mai fatto, insomma. Se doveva essere uno spettacolo allora dove erano finiti i suggeritori? La ragazza continuava, mentre Nino cercava di ritrovare quella quiete che era stata violentemente sciupata da quel passo sbagliato. Il momento era sempre più vicino. La tensione alle stelle. Lo scrittore stava per venire. Lei conosceva bene quella espressione. E così iniziò a declamare il suo monologo: “Non avendo antenati, il guerriero venuto su dal nulla, elesse come propri padri l’immenso Dioniso, dio dell’ebbrezza e dell’orgia, Apollo elegante e sinuoso nel suo doppio petto firmato Armani, Afrodite in veste da camera in eterna attesa di un Priapo eternamente arrapato e il grande Dio Pan con le sue zampe caprine e pelose.  Una volta chiamatili a raccolta li invocò tutti all’unisono e fissando il cielo stellato, gridò: è tempo di guerra, rivolte ed epidemie, e io vi invoco, oh eccelsi dei dell’olimpo affinché il potere della mia spada possa crescere, affinché la mia spada possa risplendere sotto il sole lucente di Apollo, affinché la mia spada con forti fendenti faccia soccombere il nemico infedele. Perché i nemici, furfanti e ingordi, a caccia di sottane senza alcun rimorso, eternamente giovani e intatti, sono alle porte, e questa battaglia è quella che designerà le sorti della guerra!”

A questo punto lo scrittore emise uno strano grugnito, eiaculò sulle mani della ragazza e poi la guardò con un’aria di stupore lieve. La ragazza genuflessa al suo cospetto ricambiò il suo sguardo e poi crollò a terra, priva di sensi.

Quando uno scrittore muore

 

Ieri tutti i più grandi quotidiani del mondo annunciavano la triste notizia della morte del grande scrittore ebreo americano Philip Roth. Il più inviso all’accademia svedese, tanto è vero che una volta, con la sua consueta ironia lo scrittore lamentò il fatto che probabilmente se invece di scrivere Lamento di Portnoy avesse scritto, Lamento sul capitalismo avrebbe ottenuto l’ambito premio per cui era stato candidato un numero considerevole di volte.  Lo scrittore si è spento nella sua casa di New York per un arresto cardiaco ha annunciato ieri il suo agente Andrew Wylie. Ma è davvero morto ieri?

Credo di no. Ieri è morto l’uomo Philip Roth e il suo involucro corporeo. La sua morte va datata a cinque anni prima, quando, nel 2012 con la sua consueta ironia annunciava in una intervista al magazine francese Les Inrockuptibles   che avrebbe smesso di scrivere, citando le parole di un pugile diceva “ho fatto il meglio che potevo, con quello che avevo”, ora non ho più niente da raccontare. È stato allora che lo scrittore Philp Roth è morto.

Uno scrittore se ne va all’altro mondo, quando il desiderio di raccontare si spegne e il resto diventa solo musica di sottofondo. Roth diceva di essere felice di essersi affrancato dall’imperativo categorico di scrivere ogni santo giorno, per i suoi malanni alla schiena e ovviamente per l’età. Diceva che così avrebbe avuto più tempo per leggere e per nuotare. Ma si sa che gli scrittori mentono. E lo scrittore Philip Roth se n’è andato davvero quando quella pratica quotidiana di incontrare il foglio bianco e di aspettare che qualcosa arrivi (come diceva lui stesso), o di fare in modo che due aggettivi ed un avverbio siano infilati in un certo modo, secondo un certo ordine, ecco quando davvero uno scrittore muore. Perché la scrittura è una pratica, che può essere il risultato di una ossessione, ma è sempre e soltanto una pratica quotidiana. L’ispirazione è un concetto inventato per il pubblico, per rivestire di una aura metafisica un lavoro, quello dello scrivere, che di metafisico non ha niente, anzi forse quello di scrivere lo si può considerare il più antimetafisico e ateo dei gesti. Guardare ogni santo giorno nel fondo oscuro dell’abisso (il proprio) per cercare di cavarne qualcosa. Lo stesso Philip Roth raccontava quanto faticoso fosse per lui scrivere. Quando uno scrittore come Roth, che ha passato più di trequarti della sua vita a fare questo, decide di smettere, poi cosa gli resta. Quasi più niente. E dunque l’uomo Philip Roth se n’è andato all’altro mondo ieri, pace all’anima sua, lo scrittore se n’era già andato via da un pezzo.

Molta gente resta scettica dinanzi alle coincidenze. Io no. E penso che per un curioso e grottesco scherzo del destino questo poteva essere l’anno giusto, ovvero l’anno in cui lo scrittore Philip Roth, il più inviso all’accademia svedese, avrebbe potuto vincere il Nobel. E invece no. L’accademia travolta dagli scandali quest’anno ha dato forfait, non c’è Nobel in letteratura per nessuno.

Certamente se ne va uno dei più grandi scrittori contemporanei. Inutile e futile, perdersi in esegesi critiche sulla sua opera che è vasta, eclettica, sconfinata. Ci sono i capolavori della sua giovinezza, da Il lamento di Portnoy, alla famosa trilogia (Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato, La lezione di Anatomia) in cui entra in scena il suo più famoso alter ego Nathan Zuckerman che sarà protagonista o semplice voce narrante di molti dei suoi capolavori.  E poi c’è il secondo Roth quello della maturità, quello risorto dalle ceneri come una fenice, quello che, quando sembrava che non avesse più niente da dire, ha sfornato gioielli come Il Teatro di Sabbath (a mio avviso il suo capolavoro assoluto) e poi la seconda trilogia di Zuckerman, che include il libro che forse l’ha reso più celebre al grande pubblico, ovvero Pastorale Americana.

Oggi si parla tanto di auto-fiction: ecco uno scrittore che ha saputo abilmente mescolare le carte, gettando un magnifico ponte tra il privato, la biografia e la finzione lettera. Tra la vita e la sua rappresentazione.

Pace.

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Bernhardiana

Finalmente (per noi lettori Italiani) l’Adelphi pubblica Camminare, testo datato 1971 ma mai apparso in Italia fino ad ora. Così il folgorante incipit del romanzo di Thomas Bernhard: “Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche il lunedì. Poiché Karrer veniva a camminare di lunedì, ora che Karrer non viene più a camminare con me di Lunedì, lei venga a camminare con me anche di Lunedì, dice Oehler, ora che Karrer è impazzito ed è subito finito allo Steinhof”. E subito si viene risucchiati nella vertiginosa e sincopata melodia della prosa Bernhardiana.

La storia è quella comune a molti dei personaggi Bernhardiani. Karrer intellettuale solitario, nevrotico e misantropo, dopo il suicidio dell’amico chimico Hollensteir, letteralmente perde la testa mentre è in una merceria per acquistare un paio di pantaloni e finirà rinchiuso nell’ospedale psichiatrico dello Steinhof. Sarà Oheler il suo migliore amico a raccontare la sua storia mentre passeggia con l’anonimo ascoltatore, nonché voce narrante, ma soprattutto ascoltante.

Sono presenti tutti temi cari allo scrittore di capolavori come Perturbamento o il Soccombente: quella precisa attitudine del pensare contro sé stessi; la ricerca intellettuale vissuta come missione sempre vana e malata; la nevrosi quasi metafisica che impedisce a qualsiasi dei suoi personaggi di vivere una vita integrata e sana; la testarda determinazione di vivere e la lucida consapevolezza della sua assurdità; il suicidio che come più volte l’autore ha messo in bocca ai sui personaggi è forse l’unico vero pensiero che si può pensare.

Eppure in questo romanzo, che in una celebre intervista l’autore definiva il suo più riuscito, tutto viene esasperato.  Esasperato è innanzitutto il suo stile che sembra raggiungere qui la sua forma più vertiginosa e espressionista. Sebbene l’uso della ripetizione in Bernhard sia sempre stata funzionale ad un preciso procedimento logico-letterario, in quanto ad ogni ripetizione di una frase, di un pensiero, segue un lento ma costante ampliamento dello spettro del significato, qui se ne fa un uso quasi isterico. Così come l’intrecciarsi dei livelli del discorso è più caotico – Oehler racconta la storia di Karrer, poi racconta il raccontare di Karrer -, e la narrazione ne risulta completamente destrutturata.

Se si fa eccezione per la scena nella merceria dove il vecchio Karrer rimprovera all’indifeso commesso la pessima fattura dei pantaloni che gli mostra – scena che è , come sempre in Bernhard,  al tempo stesso estremamente tragica, perché sarà il luogo dove Karrer perderà definitivamente il lume della ragione, ma anche straordinariamente grottesca e comica -, tutto il romanzo è un monologo feroce e furibondo, contro lo stato austriaco, contro la condizione degli uomini, che vivono in uno stato di totale incoscienza e imbecillità, e come sempre contro la vita stessa.

Forse si potrebbe dire che questo è il vero romanzo Wittgensteiano di Thomas Bernhard. Se nella produzione del grande scrittore  la figura del logico austriaco  aveva già fatto la sua comparsa sia come personaggio principale, in  Correzione, sia come comprimario ne il Nipote Wittgenstein –  non si può evitare qui di menzionare il folgorante aforisma con cui,  come con un preciso colpo d’ascia, Bernhard  liquidava in questo romanzo la filosofia di Wittgenstein : “la differenza tra Wittgenstein nonno e Wittgenstein nipote è il fatto che il primo abbia reso pubblica la sua filosofia e ne abbia fatto un sistema mentre il secondo l’abbia tenuta strettamente privata e ne sia stato sopraffatto” -, sia nel recente Goethe muore, in questo romanzo è come se la  presenza del logico austriaco agisse a monte.

Il più Wittgensteiniano dei suoi romanzi perché quello dove ad essere messa in scena è l’assoluta impossibilità del pensiero. “Tutto il pensare che si pensa è un pensare surrogato, perché un pensare vero è proprio non è possibile, perché un pensare vero e proprio non esiste, perché la natura esclude il pensare vero e proprio, perché deve escludere il pensare vero e proprio “(pag.19).

 

Strange Love – perchè leggere Landolfi e imparare ad amare i lupi mannari.

 

Tommaso Landolfi è il più grande scrittore italiano del primo Novecento. Si, scegliere di cominciare con una affermazione radicale, forse poco condivisibile, ma necessaria. Perché qui non si fa critica letteraria di sapore accademico, bensì critica militante, critica alla maniera in cui Antoni Artaud intendeva la vita: o l’assoluto o niente.  Dunque  critica intesa come atto d’amore dello scrivente nei confronti dell’autore analizzato e al medesimo tempo  tentativo  vano, sempre vano!, di illuminare lo scrittore e la sua  opera magari di una luce nuova e più intensa. Insomma gli intenti dello scrivente  non è quello di ostentare narcisisticamente    ( come troppo spesso accade) la bellezza cristallina della propria prosa o l’innumerevole mole di libri che   dopo aver fagocitato può immediatamente evacuare attraverso citazioni dotte e eloquenti, bensì dar spazio all’opera  dell’autore preso in analisi.

E dunque: Tommaso Landolfi. Scrittore Inattuale da vivo, nostro arcicontemporaneo da morto. Tommaso Landolfi nasce a Pico nel 1908, da una famiglia che lui stesso definisce    ( la citazione non è letterale) eloquente manifestazione dall’antica nobiltà meridionale. Insomma i suoi natali se pur funestati dalla precoce morte della madre ( Landolfi aveva solo due anni e l’episodio avrà larga eco nella sua vita) avvengo  all’insegna di un certo benessere. Studia letteratura russa alla facoltà di Firenze laureandosi sulla  poetessa russa Anna Achmatova. A soli ventiquattro anni pubblica la raccolta di Racconti                “ Dialogo dei Massimi sistemi” e già lì troviamo presenti quasi tutti i temi che saranno cari allo scrittore e che ritorneranno ossessivamente nel resto della sua opera : la lingua intesa e vissuta come problema, la donna oggetto di repulsa e di desiderio, la morte e il grande nulla, il grottesco nelle sue molteplici manifestazioni, dal fantastico al soprannaturale. Da quel momento in poi produrrà una mole considerevole di libri che però non avranno larga eco tra i suoi contemporanei, sia per la sua complessità stilistica, sia per il suo temperamento schivo e un po’ borderline ( da non dimenticare un elemento importante se non fondamentale nella sua biografia: Landolfi era un giocatore compulsivo e ai salotti letterari preferiva i grandi spazi dei casinò), sia per quella sua propensione che il critico Giovanni Maccari definisce di autosabotaggio. Questo atteggiamento reiterato lo spingerà verso un disinteresse prossimo all’indifferenza per le sue opere, al punto tale che nel 1966 quando pubblica i Racconti Impossibili impone al suo editore storico, Vallecchi, una copertina tutta bianca, senza risvolti, senza quarta di copertina, come già aveva fatto nel precedente libro Se non la realtà. Ecco cosa scrive : <<L’autore, stanco di sentirsi attribuire dai critici … la paternità o l’ispirazione degli scritti per consuetudine stampati in questa sede, ha pregato l’editore di sostituirli d’ora in avanti con la seguente dicitura: RISVOLTO BIANCO PER DESIDERIO DELL’AUTORE>>.  Questo modo di rapportarsi alla società letteraria dell’epoca che pur lo insignì di importanti premi e elogi ( da Montale a Bassani, fino a Calvino), sommato al suo conservatorismo e al suo scetticismo di matrice Leopardiana per le Magnifiche sorti e progressive – da non dimenticare che in quel tempo il marxismo era ideologia dominante -, lo hanno di fatto reso, da vivo, un autore per certi versi inattuale e forse marginale.  Eppure possiamo dire che oggi, l’autore, si prende la sua rivincita  e ci appare più contemporaneo che mai, per varie ragioni.

Innanzitutto  Landolfi si può considerare già post –moderno, quasi alla maniera di Borges per quel suo stile, quella sua voce, che come osservava sapientemente Calvino, sembra sempre rimandare o mimare la voce di qualcun altro. La categoria di post- moderno va ovviamente qui presa con le pinze, visto che essa è  categoria epistemologica che  a furia di essere ripetuta e usata, quasi fosse un mantra, praticamente dappertutto a partire dall’ultimo quarto dello scorso millennio, ha assunto uno spettro semantico così ampio da poter includere tutto o niente. Eppure Tommaso Landolfi può essere considerato un post- moderno. Da non dimenticare che Landolfi ha cominciato a scrivere pur sempre  negli anni trenta: anni strani, anni confusi ma assai fecondi per le arti. Gli stessi anni in cui compariva L’uomo senza qualità il grande libro monumento  che già preconizza il collasso del moderno e Borges le sue Finzioni. Landolfi è Post – moderno per il fatto di riutilizzare in maniera epigonica  materiali letterari già dati ( Dai russi, a Poe, fino D’Aurevilly ) ma rileggendoli in chiave spesso ironica o grottesca. Post – moderno per il suo gusto per la decostruzione del racconto o perfino per il suo totale snaturamento, fino a farlo diventare oggetto narrativo dai contorni confusi: saggio – racconto, trattatello filosofico, o squarcio autobiografico. Post-moderno per il suo modo di giocare e pasticciare  con la lingua (vedi il racconto La passeggiata). Post – moderno per la sua frequentazione di generi letterari diversi  ( Vedi Cancroregina, caso unico e raro nel panorama letterario Italiano, di racconto di fantascienza). Non a caso quando Calvino curerà il libro postumo su Landolfi, Le più belle pagine, dividerà i racconti in categorie cui corrispondo generi diversi: Racconti grotteschi, racconti fantastici, racconti ossessivi, piccoli trattati, le parole e lo scrivere.

Landolfi post-moderno come Borges per il suo scetticismo nei confronti delle grandi narrazioni. Questo  da intendersi in un duplice senso: metaforico e letterale. Grandi narrazioni come fede nelle magnifiche sorti e progressive (  sia Landolfi che Borges erano dei conservatori con tendenze anarcoidi), sia come scetticismo nei confronti della forma romanzo stessa. Landolfi a differenza di Borges ha scritto alcune opere che possono rientrare nella categoria del romanzesco ( Racconto d’Autunno, La pietra Lunare, Un amore del nostro tempo), ma anche esse per la loro lunghezza e dimensione sono da considerarsi più novelle lunghe che reali costrutti romanzeschi.  Ovviamente le similitudini sono tante quando le differenze. Il retroterra letterario e culturale di Borges è quello della letteratura europea soprattutto di matrice anglosassone, e la sue narrazioni sono pervase spesso da un misticismo di matrice  Neoplatonica ( vedi la sua Storia dell’eternità) mescolato sapientemente con elementi della teologia ebraica. E Poi Borges detto senza eufemismi era un aristocratico  snob, anaffettivo e probabilmente del tutto sprovvisto di una esperienza che non fosse altro libresca.

Tutt’altro background e tutt’altra storia  per Landolfi che è forse anche la ragione per cui amarlo di passione ardente e ossessiva e ovviamente leggerlo o rileggerlo. Landolfi era un giocatore compulsivo e, sempre ricorrendo alle illuminanti parole di Calvino: << il suo  rapporto con la letteratura come con l’esistenza è sempre duplice: è il gesto di chi impegna tutto sé stesso in ciò che fa e nello stesso tempo il gesto di chi butta via>>. E già questo ci basta. Perché la vita è pur sempre una sindrome, come diceva Beckett, e allora forse sarà maglio affrontarla come un giocatore, con gusto per lo sberleffo, e assenza di serietà. E in Landolfi lo scherzo è preso con assoluta serietà e usato con  tenace costanza.  Pochi sono gli autori  che si siano spinti in territori così estremi e ultramondani come Landolfi. Pochi sono gli scrittori che hanno frequentato il grottesco e il surreale in maniera così radicale. Mi vengono in mente Kafka, Beckett, Gombrowicz (e forse Foster – Wallace se si vuole giungere al  contemporaneo). L’universo Landolfiano è un universo popolato quasi sempre da uomini del sottosuolo, e da figure grottesche e spaventose. Il suo mondo è un mondo rivoltato  come un calzino dove il sopra e il sotto, il cielo e l’inferno  sono sempre pericolosamente  attigui e prossimi al loro collasso. Il suo universo è un bestiario popolato da mostri di tutti i tipi.

Tra i tanti testi che si potrebbero prendere in esame scelgo Cancroregina pubblicato per la prima volta nel 1950. Ma la scelta è dettata dal puro gusto personale in quanto sebbene la novella   a metà tra la Fantascienza e il fantastico, sia una tra le novelle più allucinate e visionarie dell’autore, non è certo l’unica o forse la più paradigmatica del suo repertorio. In ogni caso ci offre sicuramente una istantanea importante  del cervello e dell’universo di Landolfi che come diceva Manganelli: sembra nato all’interno di un universo autonomo, e malamente abitabile, un universo che è insieme grandioso, losco torbido e stupefacente. Vi accadono miracoli, ma intrisi di una potenza sordida, segni appaiono, non meno minacciosi che enigmatici.

 Cancroregina si presenta sotto la forma del finto  diario. Un uomo solo e disperato, dentro una strana navicella spaziale, Cancroregina, gravita attorno il pianeta terra e da lontano mentre osserva il continente Europa pensa a quanto malumore gli abbia generato la vita tra gli umani e a quanto al tempo stesso nella situazione in cui si trova adesso   persino quella vita che prima aveva odiato o maledetto, gli manchi. Dopo questa  incipit verremo a sapere che l’uomo solo sulla navicella spaziale, in una notte in cui era in preda alla disperazione più totale e prossimo al suicidio solo nella sua casa viene visitato da un uomo che è scappato dal manicomio. L’uomo  gli parla della macchina che ha costruito per riuscire finalmente a viaggiare nello spazio e che al medesimo tempo è stata la ragione per cui è stato internato. Allo scetticismo iniziale del protagonista, dopo una lunga e meditata catena di ragionamenti, si trova pur sempre al cospetto di un pazzo, segue la decisione di credere al pazzo. Tra dubbi e immense incertezze decide di seguire il pazzo e verificare l’esistenza di questa fantomatica navicella Cancroregina. Essa esiste. E loro partono. Ma tutto va a rotoli. Perché l’uomo pazzo e senza nome che si trova con lui nella navicella lentamente ma tenacemente sprofonda nella follia e il protagonista si trova costretto ad ucciderlo. Terminato questo lungo flash back ritorniamo al diario di bordo e le parole del protagonista, così come le sue riflessioni si fanno sempre più farneticanti e disturbanti. Il protagonista che prima di partire voleva suicidarsi e accetta il viaggio come possibilità di un cambiamento, di un movimento esteriore e forse interiore per approdare  al nuovo  ( quel che infondo tutti cerchiamo al fondo del nostro abisso) si ritrova di nuovo alla situazione di partenza ma stavolta elevata al cubo. Perché adesso è davvero completamente solo e lontano dagli umani, si è macchiato di un omicidio e non fa altro che meditare sul suicidio e sul come procurarselo senza procurarsi dolore. E poi la morte arriva. E qui giungono le pagine più struggenti e allucinate del libro che  fanno pensare al Beckett della cosiddetta trilogia ( Molloy, Malone Muore e L’innominabile) pubblicate più o meno negli stessi anni:<< Non ho detto che me lo sentivo? Son morto da due giorni. Però niente è cambiato, aveva ragione lei. Eh se l’avessi saputo prima che era così facile e che niente doveva cambiare sarei morto prima. Ma per fare che, se niente doveva cambiare? Beh non so, ma mi pare che sia, in tutte le maniere, meglio esser morti che vivi… Ora comunque  che sono morto, sento il bisogno di raccontarla questa storia, di raccontarla dal principio. Io ero solo e senza speranze… Macché al diavolo la storia! Perché mi dovrei dar da fare? Per quale mai, per quale motivo torto, la dovrei raccontare? >>.

Si diceva: Tommaso Landolfi nostro contemporaneo. Perché? Perché ( e non lo dico senza rimpianto) l’utopia del Progresso – sia nella sua versione liberale sia nelle sua versione marxista – sono andati dritti nello sciacquone. Sebbene alcuni pensatoti, sociologi, antropologi, filosofi negli anni recenti abbiano parlato di un ritorno al realismo, sia in letteratura che in filosofia, e in qualche modo liquidato il post- moderno come qualcosa di definitivamente concluso, non credo che sia corretto e vero.  Il mondo intero si è Landolfizzato. E la condizione di estraneità, di alienazione,  persino mostruosità, non appartiene più solo a Landolfi, ma a tutti noi.  Non siamo forse diventati tutti alieni ? Non siamo forse diventati tutti esuli come il personaggio sulla navicella spaziale, sprovvisti di una reale patria, di un lavoro garantito e di una idea solida, durevole di ciò che chiamiamo realtà?

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Martin Amis e la Zona di interesse

Il grande scrittore inglese, Martin Amis, dopo La Freccia del tempo – quell’ incredibile tour de force linguistico nel quale viene raccontata, letteralmente in rewind, la vita di un ex medico nazista, dal momento della sua morte in incognita in America, passando per i suoi esperimenti medici ad Auschwitz, fino al momento del suo concepimento -, ritorna, quindici anni dopo, con La Zona di Interesse nel luogo più oscuro del nostro secolo breve, il campo di concentramento.

La Zona di interesse è un romanzo che esplicitamente vuole raccontare quella banalità del male che Hannah Arendt aveva così acutamente dissezionato nel suo reportage sul processo di Adolf Eichmann a Norimberga. Ma lo fa scegliendo il più insidioso e pericoloso dei registri: quello del grottesco. Il grottesco per raccontare l’orrore.

Si, perché nella zona d’interesse due realtà agli antipodi entrano in contatto ed in conflitto, una è la realtà del campo di sterminio, l’altra quella della vita nel placido paesino polacco accanto che ospita i gerarchi nazisti. È attraverso questa tensione che è anche attrito che Amis mette in scena il grottesco e l’orrore.

Così mentre si consuma il più drammatico degli eventi cui la storia abbia assistito, ai confini del campo nel paesino sulle montagne la vita scorre calma e perfino monotona: le madri portano a passeggio i propri bambini, lauti pasti sono consumati in ristoranti caldi e accoglienti e il tedioso lavoro della burocrazia continua.

A tre monologhi è affidato l’incedere del romanzo.

L’arianissimo Golo Thomasen (la prima delle tre voci narranti), ufficiale di collegamento tra l’industria bellica e il Reich, nonché nipote del potente  gerarca nazista Martin Boorman, più interessato a collezionare donne che a seguire il credo nazionalsocialista, si invaghisce e tenta invano di sedurre Hannah Doll, la formosa e ambigua moglie del terribile comandante Paul Doll.

Paul Doll ( la seconda voce narrante) lo spietato Kommandant del campo, forse la più terribile e grottesca delle maschere che Amis abbia mai consegnato ai suoi lettori, mentre continua a ripetere a sé stesso <<sono una persona normale, sono una persona assolutamente normale>>, passa il suo tempo ad ubriacarsi, mentre nel frattempo  fa pedinare  sua moglie che ha smesso di concedersi a lui.

In questa prima parte sembra quasi che si assista ad una banale commedia degli equivoci, che ha casualmente per protagonisti due ufficiali nazisti.

È però quando entra in scena il personaggio di Szuml ( terza voce narrante del romanzo), che la tensione letteralmente esplode.

È alla voce di Szmul, il capo dei Sonderkommando, gli uomini più tristi del campo perché deputati all’uccisione dei loro stessi compagni di cella, che viene affidata tutta la tragedia dell’Olocausto. Così si apre il terribile monologo di Szmul: <<C’era una volta un re e questo re incaricò il suo mago prediletto di fabbricare uno specchio magico. Questo specchio non ti mostrava il suo riflesso – ti mostrava la tua anima. Il mago non riusciva a guardarlo senza distogliere gli occhi. Il re neppure riusciva a guardarlo. Né nessuno dei cortigiani. Fu messo in palio un forziere pieno d’oro per gli abitanti di quella tranquilla contrada che fossero riusciti a guardarlo per più di sessanta secondi, nessuno ci riuscì. Trovo che il KZ, sia quello specchio. Il KZ è quello specchio, ma con una differenza. Non puoi distogliere gli occhi>>. Szmul, svolge il suo lavoro tra i morti, con forbici pesanti, pinze e mazzuole, scava tra i cadaveri alla ricerca di oggetti di valore senza nemmeno la <<consolazione dell’innocenza>>.

È attraverso questo stridente contrasto, dove si alternano momenti da commedia degli equivoci e momenti di pura brutalità che Martin Amis riesce a mettere in scena la banalità dell’orrore.

La narrazione inizia nel 1943 e si conclude con la sconfitta dei tedeschi nella battaglia di Stalingrado, quando le sorti del Terzo Reich sono oramai compromesse.

Più che alla tesi di Hannah Arendt, l’autore sembra aderire a quelle del sociologo Zyigmunt Bauman secondo il quale la burocrazia è intrinsecamente capace di una azione genocida. È infatti nei passaggi dedicati al comandante Paul Doll dove viene maggiormente mostrato come l’audace follia dell’olocausto sia il risultato della perversa commistione tra la perfetta macchina burocratica tedesca e il folle credo nazionalsocialista. Quando Paull Doll non è ubriaco o non è intento a litigare con la moglie passa il suo tempo a riflettere su come perfezionare il funzionamento del campo di concentramento: <<Sul progetto KL3 ( campo di concentramento n3) prevedo complicazioni e spese a non finire. Dove sono i materiali? La Dobler stanzierà una somma adeguata? A nessuno interessano le difficoltà che comporta, a nessuno interessano le Condizioni oggettive? Il calendario delle deportazioni che mi hanno chiesto di approvare per il prossimo mese è a dir poco stravagante.  E poi ciliegina sulla torta chi telefona, a mezzanotte se non Horst Blobel da Berlino? La direttiva cui ha accennato mi genera i sudori freddi>>.

È attraverso i suoi monologhi che l’autore riesce meglio a comunicare al lettore l’assurda eppure così reale vita di un gerarca nazista. È attraverso i tic, le nevrosi e cortocircuiti mentali di questo antieroe grasso, volgare e perennemente ubriaco che Amis riesce davvero a farci entrare nella mente di Paul Doll. Così può accadere che mentre quest’ultimo guarda uno spettacolo teatrale messo in scena per celebrare l’anniversario del Terzo Reich egli pensi a quanto tempo ci vorrebbe per gassare l’intero pubblico: <<…Poco dopo mi chiedevo se avrei mai potuto prender parte ad un assembramento senza che la mia mente iniziasse a farmi brutti scherzi. Non è stato come la volta precedente, quando mi ero fatto progressivamente assorbire dalla sfida logistica di gassare l’intero pubblico. No. Stavolta ho subito immaginato che gli spettatori alle mie spalle fossero già morti>>.

Il monologo di Paul Doll man mano che procede il romanzo si fa sempre più tecnico e burocratico e il campo di concentramento  diventa un industria come un’altra da gestire minimizzando i costi e ottimizzando i profitti.

 

 

Ma la Zona d’interesse, non è soltanto un romanzo sull’olocausto ma forse anche un romanzo sul maschile in contrapposizione al femminile.  Golo dopo tanti anni di insaziabile libertinaggio sessuale, riscopre nuovamente l’amore proprio nel luogo dove sembra impossibile che esso nasca, ma i suoi molteplici tentativi di avvicinamento ad Hannah Doll risultano del tutto vani. Nell’ultima parte del romanzo Golo Thomasen a guerra finita incontra Hannah Doll , oramai vedova, in un bar di Monaco. Sono seduti in un caffè e Golo tenta di riavvicinarsi a lei. Ma l’operazione è del tutto vana. Lei gli dice che non vuole più vederlo. <<Sono stata sposata a uno dei più prolifici assassini della storia. Ed era così rozzo e così brutto e così codardo e così stupido. Il pensiero di stare con un uomo adesso mi è del tutto estraneo. Sono anni che non li guardo neppure. Ho chiuso con loro. Chiuso definitivamente>>.

Se le donne non possono certamente essere assolte dall’immane tragedia che si è consumata sotto il Terzo Reich, è agli uomini che va la definitiva condanna.

Lo scrittore in filigrana infondo vuole dirci  che sono stati i maschi a fondare il Terzo Reich, sono stati i maschi a fare la guerra e sono stati i maschi a concepire la soluzione finale.

 

Al romanzo segue un breve post scritto. In esso  Martin Amis oltra a citare il vastissimo archivio di fonti cui ha attinto ci spiega la sua posizione epistemologica sull’olocausto. La famosa tesi di Adorno secondo il quale dopo Auschwitz non si sarebbe potuta più scrivere poesia, non viene soltanto sconfessata ma praticamente ribaltata. Amis,  citando direttamente Winfried Sebald, afferma che qualsiasi uomo serio non possa  pensare ad altro se non all’olocausto. Dunque alla tesi della indicibilità oppone inequivocabilmente quella della comprensione.

Se, come scriveva George Bataille ne La Letteratura e il Male, la letteratura autentica è sempre prometeica perché mette in discussione le norme delle convenzioni e i principi della prudenza questo romanzo lo è di sicuro.

Molti critici dopo la pubblicazione di Lionel Asbo, consideravano la carriera di questo scrittore, che lo stesso Roberto Bolano aveva definito <<il più grande scrittore di lingua inglese>>, una carriera oramai vicina al suo crepuscolo e invece con questo romanzo probabilmente ritorna alla grandezza dei tempi de L’informazione