False Utopie

<<Oggi ho comprato un quadernone nero a righe e sono venuto a Piazza Bellini. Non ho portato nessun libro con me, perché sapevo che in sua presenza non avrei fatto altro che leggere. Non ho inventiva senza un libro tra le mani, quello che penso lasciato solo a me stesso mi annoia profondamente, non si può fuggire da una gabbia illimitata, solo il confronto con le sbarre di un’altra gabbia riesce a liberarmi. Ma oggi ho deciso di confrontarmi solo con la mia.

La piazza è piena di gente, nonostante sia un normale lunedì mattina, in cui si presume tutti stiano a lavorare. La rimozione è la pratica più diffusa, l’elefante è nella stanza ma nessuno che riesca a vederlo. Io mi conformo, non potendo fare altrimenti: il mio quadernone nero, la mia biro blu e le mie sigarette marca francese.

È passata appena una settimana da quando tu te ne sei andato.

 Una settimana intera che ho riempito guardando serie televisive idiote, falsificando nei più svariati modi il mio curriculum, meditando fughe da fermo – Roma, Londra, Parigi, Berlino,  ma poi partire da me per arrivare a me?-, dandomi ai più sofisticati e complessi riti onanistici, inventando camminate nuove, leggendo meravigliosi romanzi distopici, dormendo, si, soprattutto dormendo; ho  provato a imprecare, a urlare, a prendermela con oggetti inanimati, prima – la stampante che non si decideva a cacciare inchiostro, il telecomando inceppato, la sedia al posto sbagliato -, con oggetti animati, poi – mia madre che non la smette di essere se stessa, il mio gatto perché continua a dispensare  amore , infine me stesso; ho meditato sull’eventualità di metter su famiglia, ho raggiunto l’età giusta oramai, ho desiderato scomparire in un crepuscolo artificiale e perciò bellissimo in GTA; ho  preso seriamente in considerazione l’ipotesi di convertirmi al cristianesimo per poter odiare  lucidamente e legittimamente dio.

Ma niente, non ha funzionato

Allora il quaderno: pagina bianca e inchiostro a palate, con la stessa foga compulsiva di un grafomane ( quale a tutti gli effetti io sono), darò fondo a tutta la mia rabbia.

Niente trame però per carità di dio, solo inchiostro che cola e verità, nuda e pura, lo giuro, nient’altro che verità.

Sono venuto qui in metropolitana, la gente del sottosuolo  mi guarda sempre un po’ storta ultimamente  e allora mi vien voglia di giustificarmi : “ Guardate che io di solito non sono così,  le mie occhiaie, i capelli scompigliati, le unghie sporche, le mie  camice sdrucite, la fronte sempre imperlata di sudore, una fase di passaggio, ho un lutto sulle spalle io ”; o ancor meglio  mi viene lo spontaneo e sacrosanto desiderio di sequestrare un illustre sconosciuto ( quelli sono i migliori), legarlo ad una sedia e raccontargli daccapo tutta la mia vita, perché mi sembra di aver tralasciato i particolari più importanti  e l’ultima versione di me che ho raccontato (a chi  poi?) mi sembrava davvero scadente. Potrei cominciare dalla teoria del gene materno guasto, quella si che non l’ho ancora rifilata a nessuno per intero ( a parte a Te), spiegare come la mia vita sia fondata su questa dialettica imperfetta tra geni materni e geni paterni, se lo sconosciuto è un intellettuale, potrei pure abbellire la mia teoria dicendo che il gene materno è simbolo dello spirito dionisiaco e quello paterno dell’apollineo, che fino ai venti l’equilibrio seppur imperfetto funzionava, la distruzione creatrice del dionisiaco materno si muoveva regolare entro le coordinate stabilite dall’apollineo paterno, l’apollineo era lo stampo, il dionisiaco il ferro ancora allo stato liquido, poi dopo i vent’anni il gene materno ha lentamente ma tenacemente infettato il mio organismo e l’equilibrio imperfetto se n’ è andato a puttane e allora sono cominciati i  guai, grossi guai, una furia cieca  ed eccomi così ridotto, la distruzione ha preso il sopravvento…

Oppure  potrei tenere una conferenza sull’uso che faccio del mio narcisismo, spigare come ho esasperato a tal punto il mio narcisismo, mi ci sono spinto così a fondo a furia di dire sempre e solo io, da farlo diventare praticamente una  forma  di quasi- altruismo, sono diventato così parziale e soggettivo che ho paradossalmente raggiunto una perversa forma di oggettività, ho esplorato così bene tutti gli stadi del mio solipsismo che adesso sono proto  ad abitare qualsiasi identità…

Ma poi non faccio niente, abbandono le mie fantasticherie, sto zitto e mi lascio guardare, perché so che anche loro, i compagni di viaggio del sottosuolo, hanno i loro guai – bambini da recapitare a padri assenti, maratone per arrivare a fine mese, lavori tedianti e noiosi, eiaculazioni precoci, dipendenza da tranquillanti -, e se la mia disturbante presenza può per un attimo, anche solo per un istante, alleviarli dal peso dei loro problemi, allora che sia, redimerli dal loro dolore attraverso l’esposizione letterale del mio. Perché quando si arriva al capolinea, le metafore vanno a farsi fottere e tutto diventa terribilmente letterale.

È di nuovo  aprile,  il più crudele tra i mesi. L’estate è vicina. Dicono, ancora una volta, che sarà l’estate più calda dell’ultima decade, perché i tempi non sono più quelli di una volta, perché le calotte polari si stanno lentamente sciogliendo, perché il buco dell’ ozono si allarga,  il tasso di monossido nell’aria ha raggiunto livelli vertiginosi, il deserto avanza e le foreste spariscono, le città costruite sull’acqua rischiano di inabissarsi e la diossina ( questo privilegio esclusivo dei campani) sta facendo una ecatombe e io non riesco a fare a meno di gioire per l’avvento di una apocalisse, sarà un apocalisse gioiosa, questo lo so: Dissipatio Humani Generis, estinzione totale.

Ti ricordi le lezioni  del nostro professore di filosofia sul tempo storico e sui futuri possibili?

Futuro all’interno del  tempo storico. Escatologia marxista:  redenzione nella storia attraverso lo stato socialista.

Futuro fuori dal tempo storico. Escatologia cristiana:  la resurrezione e l’eternità.

Futuro che pone fine alla storia: Apocalisse.

L’ultima mi sembra oramai la più plausibile.

Era bravo però il nostro prof, chissà che fine avrà fatto quell’altro povero diavolo.

Titolo per un best-seller da un milione di copie: il frocetto che sognava la fine del mondo. Ma credo che l’abbiano già fatto.

C’è una ragazzina rom davvero deliziosa che si aggira per i tavoli, l’avevo già vista altre volte e avevo fantasticato sul suo corpo giovane eppure già così invitante.

 Adesso  è in cinta e penso che se fossi dotato di un minimo di slancio poetico, potrei lanciarmi in una inutile digressione sulla vita che finisce e quella che rinasce, la sua pancia simbolo della terra e il figlio che porta in grembo, il germoglio di quel futuro che verrà, a cui Tu, maledetto idiota, hai scelto di sottrarti. Ma lo slancio poetico mi è sempre mancato, la lirica non l’ho mai apprezzata e quindi mi limito a quello che posseggo: una biro, un foglio bianco e un rancore d’altri tempi che col tempo è andato pian piano perfezionandosi, è diventato un secondo corpo dentro il mio corpo, una entità incandescente, una supernova, un buco nero… ma ne saprò far buon uso te lo prometto.

 Per colpa tua, bastardo, ora mi tocca cedere, contro il mio volere, alle terribili lusinghe   del tempo perduto, strappato di prepotenza dal presente in cui mi trovo scivolo indietro verso i mie  vent’anni, poi i quindici, poi  i dieci, poi i cinque, ritorno persino a prima che io nascessi e mi ritrovo invischiato in quello  stupido  gioco dei se e dei ma:  e se fossi rimasto a Londra invece di ritornare Napoli? certo il rischio di cirrosi epatica era elevato, ma meglio morire  alcolizzato che depresso, non trovi?; oppure un balzo più lungo, a diciotto anni, niente università, unica maestra la vita: vivere di espedienti in giro per l’Europa, fare il barista a Londra, il saltimbanco a Berlino, il facchino e portiere di notte a Barcellona, l’aspirante libertino a Parigi, ribellarmi contro il destino borghese ( oh quanto appare lontana  questa parolina!) entro il quale la famiglia e gli amici mi hanno incarcerato, accoppiarmi con tutte le donne e gli uomini che mi capitano a tiro, perdermi infinite volte per poi ritrovarmi, oh si che avrei cose da raccontare adesso ( ma poi mica vero? La letteratura non la si fa con la vita); o a ancora tornare a dieci anni e impegnarmi davvero nelle lezioni di tennis cui i miei mi avevano iscritto, invece di  aspettare con impazienza  la fine del corso, l’ultima volée sbagliata, per poi correre a casa a   giocare ossessivamente a  Monkey Island – oh quanto l’ho amato questo videogioco -, e diventare un grande tennista; a cinque e rivelarmi un precoce genio del pianoforte; a tre anni incominciare a parlare tedesco invece che italiano, sono la reincarnazione di Franz Kafka; a prima che io venissi concepito e poi  rinascere ebreo e diventare una grande firma di Repubblica ( che dio me ne scampi!).

Ma il gioco non vale la candela, mi sono stancato.

Oggi  ho realizzato che l’ultimo momento in cui sono stato davvero felice,  è stato il 2003: seguivo i corsi all’università e andavo a letto con una ragazza di Latina di nome Giada, camminavo per la città sempre con un sorriso stampato sulla faccia, ascoltavo con piacere la musica con le cuffiette e tutto mi sembrava così perfetto e armonioso.

 Il futuro non ancora un minaccia, il passato solo una storia da lasciarsi alle spalle.

Intanto  sono di nuovo tornato a casa di mia madre. Questo andirivieni avrà inevitabilmente delle gravi conseguenze sulla scissione, già in atto, nella mia personalità. Le mie epistassi sono inspiegabilmente finite, chissà quali nuove e interessanti trovate si inventerà adesso il mio corpo per rendermi la vita infinitamente più ricca e più bella. Le francesi hanno terminato il loro anno sabbatico e sono tornate in Francia. Tu non ha mai avuto modo di conoscerle perché  avevi già trasformato la tua solitudine in una fortezza inespugnabile, peccato, erano personcine davvero a modo. Sarah ha definitivamente voltato le spalle alle passere e dopo di me è stato tutto un susseguirsi di amanti, uno peggio dell’altro: nerboruti e microcefalici, intellettuali dalla montatura spessa e nera, ragazzini ancora vergini, vecchi sporcaccioni. Però mi ha lasciato un dolce ricordino: un infezione all’apparato urinario, curato con un doppio ciclo di antibiotici, ma che ancora tarda a sparire. Marie, no, lei sa di aver scelto bene: niente cazzi per carità di dio!

L’editore nemmeno vale la pena parlarne.

 Eleonora, oh Eleonora, dove diavolo sei finita?

 Ne ho fondamentalmente le scatole piene di me stesso, dei miei sogni da ragazzo vecchio, dei mie raccontini da due soldi e di ogni cazzo di persona che ho frequentato. La gente vuole troppo da me e io invece non ho  nulla da dare. La gente mi sembra sempre  troppo aggressiva o troppo remissiva, troppo annoiata o troppo ubriaca, troppo depressa o troppo felice, troppo chiassosa o  troppo imbecille.

Dal balcone della mia stanzetta vomerese contemplo ogni notte la vita nell’edificio di fronte. C’è uno strano individuo  che certamente già da tempo deve aver preso congedo dal consorzio dei cosiddetti umani, perché ogni notte si affaccia al suo balcone e ulula verso la luna   “ Chi è stato ?, Chi è stato? Chi è stato?”,  e non si stanca fino a che non ha praticamente perso la voce. È un urlo carico di rancore, suona come una specie di grido di guerra. Chi è stato? Chi è stato? Chi è stato? Chi è stato? Chi è stato? Ripete ogni notte, quando è certo che il silenzio è calato sulla città, e la sua voce potrà riecheggiare in tutto il circondario.

  A volte qualcuno si affaccia alla finestra e gli urla di star zitto, ma lui non ci fa neanche caso. Continua, tenace, in questa missione bellissima proprio perché priva di alcun senso: trovare il presunto colpevole della disfatta della sua vita. O almeno è così che io me la spiego questa situazione.

 Infondo in tutti noi alberga il desiderio recondito di ricondurre la narrazione della nostra vita ad una causa prima- una madre che non ci ha voluto bene, una amore che ci ha fatto a pezzi, un lavoro che non sopportiamo più -, perché sarebbe più facile, più comodo, ma poi ovviamente gettiamo la spugna perché sappiamo che una ricerca di tale natura altro non è che  il definitivo lascia passare per la follia. Ma questo tizio invece no, continua ed ogni notte dal suo balconcino lancia i suoi strali contro il mondo, ogni volta più forti, alla ricerca  di un colpevole, uno solo, su cui possa riversare la sua rabbia e il suo dolore.

Un giorno o l’altro mi dovrò decidere ad andare a trovarlo. Busso alla sua porta e esclamo con candore “ sono stato io”.

Intanto ho preso la ferma e definitiva decisione di abbandonare il mio stregone junghiano, l’analisi è una faccenda da cui non se n’esce: perpetrare  la malsana convinzione che il tuo dolore come la tua gioia, i tuoi coiti interrotti e le tue maratone per la promozione, abbiano qualcosa di speciale e di unico, quando è proprio questo il guaio. Di speciale e di unico non c’è niente e la tua felicità come la tua infelicità, non vale né più né meno di quella degli altri.

Mia madre  ha cambiato ancora una volta domestico. Ti ricordi come era carina l’ultima polacca che aveva assunto?  non è durata nemmeno tre mesi.  Stavolta è venuto un ragazzo cingalese, non parla nemmeno una parola d’italiano eppure miracolosamente capisce tutto.  A volte ho il sospetto che mi legga nel pensiero. Il giorno in cui ho ricevuto la notizia della Tua dipartita, lui è entrato nella mia stanza e senza che avessi detto niente mi ha abbracciato. Un’altra volta, mentre mi disperavo al computer per le offerte di lavoro è venuto da me e mi ha portato un the caldo con biscotti.

Mi dico: non commettere gli stessi errori di sempre, ma commettine di nuovi e più vitali. E soprattutto in posti diversi.

Mi dico: non hai ancora raggiunto l’età in cui Cristo è finito sulla croce, c’è ancora speranza.

Non funziona più.

Vanno progressivamente riducendosi le possibilità stesse di un lavoro vagamente umano. Quando cerco su internet le offerte sono queste:

Installatore di pannelli solari

Badante

Web editor esperto in linguaggio SEO ( che diavolo vuol dire?)

Mediatore creditizio

Essere senza lavoro, in un paese dove il lavoro è tutto, implica che io mi iscriva immediatamente  ad un qualche albo che mi fornisca una  nuova identità,  altrimenti non vado da nessuna parte. Una mia cara zietta che oramai già da tempo ha smesso di uscire con la gente ma frequenta solo i loro biglietti da visita –  dice sempre: ieri sono uscita con l’avvocato Ruggieri, oggi prendo un caffè con l’ingegnere Rossi, domani a teatro con il presidente Gonorrea –, questa dolce zietta mi ha insegnato che senza un lavoro qui non si è proprio nessuno. Rivestirsi di una nuova identità o  essere nessuno? Ma poi nessuno non è mica male. A me piace essere nessuno, i vantaggi sono più degli svantaggi. Nessuno si aggira per la città, Nessuno si accoppia con  donne di tutte le razze, Nessuno è un artista concettuale, Nessuno espone le sue opere concettuali in tutte le più importanti gallerie italiane, Nessuno ha successo, nessuno ha un esaurimento nervoso, Nessuno viene dimenticato, nessuno  si sposa, Nessuno muore a quarant’anni proprio quando era riuscito a diventare sé stesso, Nessuno viene riscoperto,  a Nessuno viene intestata una strada a suo nome.

E poi ci sono i risvegli la mattina – perfetto sismografo del tuo stato d’animo. Oh cosa sono  i risvegli, apro gli occhi e la realtà mi sbatte in faccia come un muro di cemento, la realtà del fatto che ho l’età che ho, che ho dato fondo a tutte le mie energie, ho bruciato l’unica relazione che mi sembrava importante, a e allora cosa faccio ? prendo un sedativo dalla borsetta di mia madre, lo ingollo con un bel bicchier d’acqua e mi rimetto a dormire e il risveglio si fa più lieve.

 oh potenza della chimica!

Ma in fondo poi mi dico che c’è gente che sta peggio di me e tiro avanti. A differenza tua, io non ho mai creduto che ci fosse nulla di naturale nella natura umana.

Vivere significa essere in pericolo.

E tu, invece? Hai detto no.  Perché?

 Lo so io perché,  perché il tuoi ideale di io  era troppo elevato per noi comuni mortali, perché  non riuscivi ad accettare il fatto di non essere diventato quello che credevi fosse un tuo diritto inalienabile, essere un eroe, un grande artista, forse addirittura  un santo  e allora hai creduto, non potendo essere speciale nella vita, sarò almeno speciale nella morte e così ti sei autoincoronato l’eletto del dolore, il primo della classe in materia di depressione, generale in capo di un plotone di aspiranti bipolari.

 E hai vinto, lasciandomi ancora più solo. Bravo Luigi, come ha detto il prete: ora hai conquistato la vita eterna. Più tardi, tu eterno e io mortale, potremmo andare a fare un aperitivo dal sapore mitologico, non trovi?

Infondo si ricorda solo ciò che non si è mai posseduto, perché ciò che si è posseduto davvero lo si è vissuto troppo, lo si è consumato sino all’ultima scintilla, giorno dopo giorno e poi non è rimato più niente, perché le cose belle e felici non lasciano nessuna scia alle loro spalle. Ecco perché alla fine ogni ricordo è sempre un rimpianto.

Ed io della mia adolescenza ricordo tutto, ogni minimo particolare e ogni insignificante dettaglio: le bagnine bionde di Baywatch sulle quali ho consumato i miei feroci riti onanistici, mio padre all’ottavo ciclo di chemio e ben presto all’altro mondo, gli esordi dei Radiohead, mio fratello ancora piccolo e incosciente, mia madre e le sue benedizioni dell’altro mondo, la famosa discesa in campo del grande beniamino degli italiani, le mie camice a quadri che dovevano sembrare grunge ma non lo erano affatto, i primi osceni cellulari, le sale giochi che già cantavano il proprio epicedio, le sigarette di contrabbando che potevi acquistare fuori scuola( una sigaretta duecento Lire), l’anacronistica coda di cavallo che mi sono lasciato crescere per semplice indolenza, gli zaini Invicta,  le mie  allergie psicosomatiche prima dei compiti in classe di matematica, il primo mandato di Bassolino e la tanto decantata rinascita partenopea, le disturbanti immagini della prima  guerra del golfo, l’inizio di una nuova fine e Tu che fai ingresso nella mia vita.

 Perché sei stato Tu, contro la mia volontà , che al liceo mi hai raccolto da terra  e mi hai offerto   la vita quando io pensavo di non volerne più una. Sei stato tu a dirmi, senza aprire bocca, che la vita non va gettata.

Questo non te l’ho mai detto, ma prima che ci  incontrassimo, pensavo che non ci fosse più nulla al mondo che valesse la pena di essere visto. Quando mi affacciavo alla ringhiera del mio balcone, ogni sera, prima di andare a letto, ero morbosamente attratto da quel vuoto davanti a me. Lo corteggiavo, a volte lo sfidavo, mi dicevo stupidamente, la vita è mia e ne faccio ciò che voglio. Poi una sera, dopo queste  meditazioni, ho preso la boccetta di tranquillanti di mia madre e l’ho ingollata in un sol colpo. Il giorno dopo tutto incazzato mi sono svegliato in un letto di ospedale con un forte mal di capo ed un infermiere al mio fianco, checca come  da copione, che invece di consolarmi, come di dovere, mi guarda e poi mi prende per il culo: “ ti volevi ammazzare con una boccetta di tranquillanti ragazzo, con quella ti fai solo un gran sonno, vuoi sapere davvero come si fa per andare all’altro mondo, prendi le vene dei polsi e ci fai una bella incisione verticale, poi ti piazzi in una bella vasca d’acqua calda e te ne vai all’altro mondo nel modo più dolce e soave possibile, Principiante, coi tranquillanti ti volevi ammazzare!” e giù ancora a prendermi in giro. Dopo quella madornale figura di merda non ci ho più riprovato, perché ho pensato che per quanto si cerchi la tragedia, per quanto  si desideri il melodramma  quel che viene fuori è solo una commedia da due soldi.

Sei stato Tu con il tuo modo di stare al mondo un po’ sbruffone e un po’ teppista, ma sempre vitalista, a spigarmi cosa andava fatto, sei stato Tu con il tuo desiderio sfrenato di possedere ogni cosa, di penetrare ogni cosa perché una vita non vissuta con coraggio non valeva la pena di esser vissuta. Mi hai risollevato e io ho saccheggiato senza ritegno elementi preziosi della tua personalità, per erigere poi la mia, per diventare quasi  me stesso e adesso scopro che quelle fondamenta erano fatte di carta pesta. Adesso scopro che quella persona non c’è mai stata.

Andiamo non è così che si fa, mi hai semplicemente truffato.

Sei stato tu a farmi  ascoltare  i Velvet Underground,  i Talking Heads, i Massive Attack, quando io conoscevo solo i Nirvana, sei stato tu a farmi scoprire  i meravigliosi  universi distopici di Philip Dick e io che conoscevo solo Dylan Dog, sei stato tu a farmi sperimentare gli innumerevoli benefici e poi malefici della marijuana. 

Ti ricordi di quel tipo che importava tutti i mesi dall’Olanda quell’ottima Ganja e noi tutti i fine settimana andavamo da lui a rifornirci? Ti ricordi di quel natale, sarà stato il 96’o il 97’, in cui decidemmo di regalargli un panettone Motta, per i suoi servizi resi, come se non gli avessimo regalato già abbastanza quattrini?

Poi correvamo subito a casa tua, sempre a casa tua, perché da me era impossibile fare qualsiasi cosa, e come due bambini con i loro dolci preferiti, preparavamo tutto l’occorrente per una meritata fumata. E poi restavamo imbambolati per ore con i Massive Attack in eterno sottofondo. Ancora oggi non posso più riascoltare Protection  senza che le lacrime righino i miei occhi. C’erano anche le volte in cui tua sorella si univa a noi e io che sentivo il cuore battere all’impazzata,  perché ero innamorato perso, ma ancora troppo impacciato per trovare il coraggio di buttarmi. 

E poi una città come Napoli di cui io non sapevo assolutamente niente  perché relegato nella mia maledetta collinetta vomerese oltre la quale credevo non ci fosse nient’ altro. E invece tu che mi hai fatto vedere che c’era dell’altro,  una Napoli nuova, una Napoli infinitamente barocca, una Napoli ancora in movimento.  Erano gli anni novanta e ancora non era calata sulla città la sua triste cortina di cemento: i centri sociali erano luoghi di ritrovo e di fermento culturale,  la scena musicale era ancora in pieno fermento – gli Almamegretta, i Novantanove Posse e i Bisca urlavano le loro canzoni da sopra alle barricate -, la politica era ancora una faccenda seria e si discuteva, ci si infuriava, come se il muro non fosse ancora caduto e Marx non ancora sepolto. E io guardavo tutto questo ben di dio da spettatore perché eri tu il vero protagonista. E tu non sapevi, come avresti potuto d’altronde, di essere diventato 

il mio  Don Chisciotte che mi aveva insegnato come disfarmi della realtà, il mio Virgilio pronto a guidarmi in un inferno ( Napoli) che già puzzava di vecchio.

E facendo questo non mi hai solo fatto ritornare a vivere ma mi hai anche offerto una idea, idea di vita che io ho poi fatta mia fino ad oggi.

E tu, per come ti vedevo, eri sul mio personale olimpo dei giusti, i tuo cappelli ricci scompigliati, i tuoi occhi dal taglio vagamente orientale e tutte quelle ragazzine che ti venivano dietro, il tuo costante spirito polemico e io che ti guardavo e pensavo è così che sarò da grande. Ecco perché ce l’ho con te, era una fottuta recita, mi hai semplicemente preso in giro, mi hai truffato.

Ma in fondo le nostre storie non sono così diverse adesso che ci penso, entrambi vittime della stessa sindrome : l’adolescenza.  Entrambi intrappolati nel medesimo tempo, io che volevo lasciarmelo alle spalle a tutti i costi, tu che non passava giorno senza che lo rimpiangessi. Come   quei soldati che sono finiti in un isola sperduta del pacifico durante la seconda guerra mondiale e a guerra finita hanno continuato a vivere come soldati e a cercare i loro nemici  da sconfiggere, così noi abbiamo continuato a portare avanti  la nostra vana crociata  contro il tempo, senza sapere che la battaglia era già finita e noi eravamo già stati sconfitti da un pezzo.

Il tuo  funerale si è celebrato all’ora stabilita, in tua assenza. Elisa era distrutta, tua madre e tuo padre neanche a parlarne, io ero in disparte e un po’ defilato, ma non piangevo, no, questo privilegio non te l’ho voluto concedere, ognuno fa le sue scelte io ho fatto la mia, nemmeno una lacrimuccia fino alla fine dei miei giorni. Avrebbero voluto che dicessi qualcosa, mi sono fermamente opposto, sarebbe stato uno dei peggiori elogi funebri, perché avrei continuato a darti solo e soltanto del bastardo.

 Ho rivisto tua sorella, le lacrime le donano sai, è diventata una donna bellissima. Ha i tuoi stessi occhi ed un corpo da favola, il momento non era quello giusto ma le ho confessato che durante gli anni del liceo ero pazzo di lei. Ha fatto finta di niente.

 Poi tante altre facce alcune familiari, altre un po’ meno. C’erano quasi tutti i nostri compagni di classe. Tutti invecchiati, tutti, come direbbe mia madre, sistemati.

La sola considerazione che mi è venuta da fare è che si sta progressivamente consumando un divorzio tra noi – io e te, adesso solo me – e quell’altra parte dell’umanità: quella che si sforza di guadagnarsi il pane, quella che sottoscrive assicurazioni sulla vita, quella che accende mutui per comprarsi una casa, quella che vuole garantire un futuro ai propri figli.

Mi sono consolato dicendomi che io ho fatto la mia scelta, la sola scelta possibile : la vita, sempre la vita! Ma poi l’altro emisfero del mio cervello quello dove è localizzato il mio super-io pensante e giudicante, mi ha sussurrato che erano solo cazzate.

Al cospetto dei nostri compagni di scuola ho conservato il mio solito atteggiamento ostile e antipatico. Il fatto è che non volevo deluderli, non volevo privarli della solida certezza che io non fossi cambiato di una sola virgola da quando ci eravamo lasciati.

 L’unico   con cui ho parlato è stato Bruno. Ti ricordi come era timido e impacciato al liceo, la faccia piena di acne e quell’afrore che mandava se gli stavi troppo vicino? Adesso fa il dermatologo, come avrebbe detto il mio stregone junghiano, ecco uno che ha saputo investire sulla sua nevrosi: mentre cura tutti gli adolescenti con un acne che gli deturpa la faccia e gli impedisce di infilarsi tra le gambe della più fica della scuola, sta curando il ragazzo  brufoloso e idrofobico che era al liceo. Era davvero dispiaciuto. Ti voleva bene, infondo tutti ti volevano bene al liceo. Eri il nostro eroe.

 Luigi Capuana.

Luciano è arrivato in ritardo, è molto cambiato sai, ha superato la sua fase autistica  e sta incominciando a capire l’ABC della socialità . Infondo  tu e lui non siete mai riusciti a capirvi, credo che lui provasse una certa reverenza nei tuoi confronti, ma credo che fosse dispiaciuto. Marco non si è proprio presentato ma tanto la vostra amicizia non ha mai funzionato.

  Ad un tratto ho visto una vecchina tutta ingobbita con un occhio guercio, che non c’entrava proprio niente e ho pensato che si dovesse essere imbucata. Ha incominciato a guardarmi in cagnesco, le sono andato vicino e le ho offerto un fazzolettino, ha lanciato un urlo clamoroso. Tutti si sono voltati verso di me, io ho cacciato il mio sorriso da ragazzo vecchio e la cosa è finita li.

Poi c’è stata la lenta processione verso le automobili e il resto può essere dimenticato, perché c’era solo strazio.

Pensavo al fatto che ti sei perso un bel funerale, è un peccato morire e perdersi quello che viene dopo. Pensavo al fatto che nessuno può dire io muoio, perché morendo assiste  solo ad una parte del processo, l’altra parte, quella più importante, la dipartita vera e propria, te la perdi inevitabilmente.

L’altra notte ho fatto proprio un sogno strano. Io ero morto, ma tornavo a casa mia e andavo da mio fratello perché dovevo dirgli una cosa importantissima, ma ovviamente non potevo, perché lui non mi vedeva. E allora io facevo in tutti i modi per attirare la sua attenzione, facevo cadere oggetti dalle mensole, spostavo sedie, accendevo la televisione, ma non serviva a nulla, non poteva vedermi,

 Il mio stregone come suo solito ha detto che questo sogno era “un segno eloquente del processo di autoguarigione che il mio io stava compiendo”. Oramai il sospetto si è fatto dolorosa certezza: la laurea che ha appeso alla parete l’ha vinta in un concorso a premi o durante una partita di poker.

Il giorno dopo il Tuo funerale ero seduto allo stesso tavolino dove sono seduto adesso,  in compagnia di Elisa. La tua tenera amichetta ha riversato su di me tutta la colpa che lei non riusciva a sostenere: avresti dovuto fare qualcosa, diceva, tu che lo conoscevi da così tanto tempo, avresti dovuto dirgli qualcosa, qualsiasi cosa, come hai potuto restare imbambolato senza far niente, senza muovere un dito, sei proprio uno stronzo. Poi, con la stessa furia con cui mi ha dato dello stronzo, si è messa a ripensare agli  ultimi giorni trascorsi con te, li sezionava, ad uno ad uno, meticolosamente, pensando che avrebbe potuto cavarvi fuori qualcosa, qualsiasi cosa, pur di capire, pur darsi una ragione: siete andati a pranzo assieme, mi diceva, e tu sembravi sereno, avete parlato dell’insegnamento, poi avete passeggiato a piazza del Plebiscito e tu  le hai anche   scattato una foto,  lei ha fatto una smorfia e  tu hai sorriso;  parlavi di rimetterti in carreggiata, un lavoro, un lavoro qualsiasi, il giorno dopo vi  siete  parlati al telefono, Elisa ti ha aiutato a scrivere il curriculum, tu le hai detto che non potevi scrivere tutte quelle menzogne, proprio non potevi e lei aveva esclamato che è così si ottiene un lavoro.

Perché rifilarle tutte queste balle mi chiedo, quando avevi già deciso? Perché?

Dopo lei  è completamente ammutolita e io sapevo dove si era andata a cacciare con la mente, ma sapevo anche che non potevo fare un bel niente per tirarla fuori da quella situazione, stava cercando di trovare una spiegazione, che è come dire infilarsi di prepotenza in un pozzo senza fondo. Niente ti inguaia di più la vita di un uomo o di una donna che la presunzione di cercare di ricondurre entro un orizzonte di senso qualcosa che di senso non ne ha proprio. La ragione che di fronte all’indicibile ancora non vuole arrendersi. Ecco cosa le hai combinato. Poi Elisa ha messo i soldi sul tavolo per il thè che non ha nemmeno bevuto e se n’è andata e io adesso non riesco a togliermi dalla testa quei suoi occhi vacui e rassegnati.

  Adesso sono qui, mentre lei è chissà dove ancora intenta a cercare come un vecchio alchimista la sua pietra filosofale, quella che riconduca tutto ad uno. Ma tu sai, molto meglio di me, che non la troverà.

Poi è stata la volta di tua madre, mi ha contattato tre giorni fa, voleva che leggessi e catalogassi tutte le cose che avevi scritto, mi ha portato una parte del tuo Zibaldone, (anche tu affetto da una grafomania allo stadio terminale, brutta storia la grafomania, la conosco bene), gli ho dato una rapida occhiata e poi con estrema fermezza le ho rifilato un secco e sonoro no. Sono un bastardo, lo so, ma adesso non m’importa più niente, perché sei stato tu e soltanto tu a ridurmi così.

 Anche lei mi ha mandato al diavolo, ma oramai ci ho fatto l’abitudine e poi tua madre, ad essere sincero, non mi è mai piaciuta, la sua faccia da manga giapponese, il suo passato da sessantottina – potrebbe tingersi quei benedetti capelli, porco dio -, il modo in cui ha colonizzato ogni angolo della casa, così come il tuo cervello.

 Dovevi scappare finché eri in tempo, come ha fatto tua sorella e invece no, ti sei fatto stringere in una morsa mortale. Ti sei fatto espropriare della tua vita e hai accettato placidamente che diventasse quella degli altri: di tua madre che aveva grandi aspettative, di tuo padre dalla cui ombra lunga non sei mai riuscito a sottrarti.

La ragazzina rom adesso se n’è andata. Al tavolo di fianco al mio si sono seduti due stupidi ragazzini,  tracce di acne giovanile e entusiasmo a palate,  una canna pronta per essere accesa e l’ultimo film di Tarantino. Io davanti al solito bivio: spaccargli la faccia seduta stante o demolire a colpi di parole il loro entusiasmo. Un ceffone violento e inaspettato oppure un lungo pistolotto sul come le loro aspettative verranno sistematicamente frustrate, l’amore durerà poco, le loro velleità dovranno essere relegate in un anfratto remoto del loro cervello, prima o poi dovranno trovarsi un lavoro di merda e via di seguito.

 Mica eravamo così a vent’anni noi. No, la nostra generazione – arrogante che sono, io e te, diventiamo la nostra generazione – è nata già privata dell’entusiasmo.  Abbiamo vissuto la nostra esistenza, sin dal principio, come una eterna fase post-coitale, come se il climax sessuale fosse già sopraggiunto e noi un in uno  eterno stato di post.

Troppo da dire, nessuno strumento per dirlo.

L’unico modo, dunque, per rimanere interi è accettare di restare per sempre scissi?

Mi sono accorto di essere l’unico ad essere seduto solo ad un tavolino senza un qualsiasi altro con cui discutere. Solo chi riesce davvero a popolare la propria solitudine, potrà  abitare  la moltitudine, diceva da qualche parte il grande poeta in guanti rosa. Qui a Napoli questa cosa non è possibile, perché la città semplicemente non contempla la possibilità della solitudine. Per quanto tu ti sforzi di crearti uno spazio tutto per te, anche piccolo e infinitesimale, ci sarà sempre un napoletano fastidioso che verrà a bussare. Perché l’unica cosa che regna in questa città è un chiasso diffuso e nient’altro. Ovunque la gente ha paura della solitudine e questo lo riesco persino a capire, ma qui è diverso, qui la gente non ne ha semplicemente paura, ne è terrorizzata a morte, non riesce a star sola neanche un attimo, perché sa che gli basta un solo istante, lasciato solo a se stesso,  per scrutare tutto  quello che ha dentro e allora non uscirne più vivo.

Ricordo l’ultima volta che ci siamo incontrati, sempre a casa tua perché non era più possibile tirarti fuori da lì. Tua madre che mi apre la porta, ma stavolta non riesce a mascherare dietro la sua faccia sorridente, la paura che alberga nel suo animo.

Tu nella tua stanza che mi accogli con la tua solita aria cinica, orgogliosa e sarcastica,  come se io che ti conosco da una vita non sapessi che te la stai passando da cani, che la tua relazione con Elisa sta andando a puttane e che neanche il tuo Kierkegaard riesce a salvarti. Tu che sai meglio di me che l’attacco è la miglior difesa e allora per eludere le imbarazzanti ma semplici domande che avrei voluto farti, parti all’attacco e mi accusi di tutto.

  Mi dici che sono un codardo, perché  ho sempre paura  di buttarmi,  perché invece di prendere una decisione faccio in modo che la decisione si prenda da se, poi  non contento  aggiungi che sono così ossessionato dal bisogno di piacere e accontentare tutti che alla fine quindi non piaccio proprio  a nessuno. Mi hai fatto davvero infuriare e mi sono visto costretto a ripagarti con la stessa moneta.

Ma infondo il  bello in tutta questa faccenda è che nonostante tutto, hai fatto centro. Un lucido bastardo sei, un lucido bastardo per me resterai.

E poi quell’ultima telefonata piena di vaneggiamenti, quell’ultima telefonata per dirmi  che mi dovevi dare una cosa, che era importantissimo che la prendessi io e non qualcun altro e io non capivo che diavolo mi stessi dicendo, perché pretendevi che venissi a casa tua nel cuore della notte a recuperare questa cosa, e poi tu che alla fine ti plachi e dici che non fa niente, sarà per la prossima volta.

Ma tutto questo oramai non conta più perché hai deciso di seppellire ogni cosa, con il tuo dolore da ragazzino viziato, perché non potevi ottenere ciò che volevi e allora hai deciso che era meglio un bel niente. E a me non ci hai pensato?

E adesso sono qui, ancora in questa maledetta piazza e, implacabile, ritorna quell’immagine atroce, insostenibile, che chissà per quanto tempo resterà tatuata nella mia memoria.  Quel gesto a cui resterai inchiodato per sempre, a cui resterò inchiodato per sempre: Sabato notte – potevi scegliere un giorno meno scontato-, sei solo in casa perché i tuoi sono a fare un bel week end romantico sulla costiera amalfitana e la tua sorellina ha già da tempo lasciato il nido, tu che esci sul tuo terrazzo vista mare – terrazzo dove mi hai infinite volte dato il tormento con il tuo Kierkegaard -, tu che cammini verso il destino che chissà da quanto tempo hai già scelto, infischiandotene degli altri, infischiandotene di me; la notte che cala sulla tua mente come un secondo corpo, la mente prigioniera di chissà quali pensieri impensabili, tu che volgi un’ultima volta lo sguardo verso il golfo,  tu  che scavalchi la ringhiera, nessuna esitazione, un bel salto ed è fatta, hai vinto. La tua estrema e finale confessione: non ne valeva la pena.

 E io che adesso penso che darei certamente la mia anima al demonio, se davvero ne esistesse uno, per entrare nella tua capoccia per soli dieci secondi e scrutare dentro il tuo abisso.

Poi tua  madre è tornata da quella che doveva essere  una vacanza ma invece è andato tutto storto – perché tuo padre non ne può più di lei, così come lei non ne può più di lui, ma infondo dopo vent’anni di matrimonio chi ha il coraggio di lasciarsi? -, tua madre che ha varcato la soglia di casa, tua madre che ti ha chiamato sul cellulare perché non ti ha  trovato, tua madre che l’ha sentito squillare nella tua stanza e allora, almeno è così che io riesco a immaginarmelo, tua madre che  ha capito, perché infondo una madre per quanto stronza, possessiva e nevrotica possa essere, è sempre una madre e dopo che il terrore è apparso nei suoi occhi, ha fatto quello che sapeva doveva fare: si è affacciata alla terrazza, ha guardato prima il cielo pieno di stelle, poi il golfo pieno di barche e poi con raccapriccio ha volto lo sguardo in basso e lì in basso in mezzo all’erba non curata, ha visto la tua sagoma, inerme e poi ha cacciato un urlo d’altri tempi.

  Non oso immaginare cosa deve esserle passato per la testa e penso che forse non lo saprò mai, perché se pure scegliessi di diventar padre, mai sarò madre e una madre che sopravvive alla morte del proprio figlio, è un dolore che non ha ancora trovato una sua lingua per esprimersi. Un figlio che perde i propri genitori resta orfano. Una moglie che perde il marito resta vedova, ma per una madre che perde il proprio figlio non c’è sostantivo che tenga. La lingua che non può dire deve piegarsi all’indicibile.

E poi immagino i telefoni che incominciano a squillare all’impazzata, la polizia e l’ambulanza che arrivano, i curiosi, i morbosi, i voyeristi che si affacciano alle finestre o che accorrono per vedere la morte com’è fatta davvero da vicino, tuo padre che cerca di mantenere la calma, perché tua madre è perduta e poi  via con un vocio diffuso e tutta una sequela di frasi fatte che al solo sentirle mi viene un repentino conato di vomito: “ era così un bel ragazzo”, “ era così intelligente”, “ era sempre stato molto fragile”, “era un ragazzo dolcissimo”.

 Andiamo è così che volevi essere ricordato ? A quel punto non valeva la pena di fare almeno una bella carneficina ? Portati all’altro mondo qualcun altro insieme a te, come quel surrealista che ti piaceva tanto che  ha invitato un amico a casa suo e ha somministrato a lui la stessa dose di veleno che ha poi dato a se stesso, per non morire da solo.

Arriverà la morte e avrà i tuoi occhi e dentro troverà i miei.

Per colpa tua mi sono messo a leggere Kierkegaard. Aut-aut, La malattia mortale, Timore e tremore. Una carrellata di titoli davvero invitanti e una sequela di eteronimi che a leggerli mi vien soltanto da ridere : Victor Eremita, Johannes de Silentio. E una vita passata ad espiare per le colpe di qualcun altro.

Ma oramai il toro l’ho preso per le corna, alla fine riuscirò domarlo il tuo amato  danese bipolare

Il crepuscolo è sopraggiunto sulla piazza un brivido attraversa il mio corpo come una scarica elettrica. Odio i crepuscoli, così come le albe, così come i grandi spazi aperti. Odio le spiagge affollate, odio le luci al neon, odio il mio corpo nudo.

Ecco perché non posso morire. Come faccio a rinunciare? Ad andarmene?  Tutto ciò che odio è proprio  qui, davanti a me.

I due adolescenti sono stati sostituiti da altri due adolescenti identici. Stavolta gli spacco davvero la faccia se si azzardano a parlarmi ancora una volta dell’ultimo film di Tarantino. Un virus si aggira per l’Europa, è peggio della peste, è peggio del capitalismo, è peggio del comunismo, è il tarantinismo. La più eloquente manifestazione del disagio dell’ occidente. Voglio che la violenza recuperi la sua dimensione sacrale, voglio che l’orrore abbia la serietà di un grande profeta, voglio che la morte diventi un atto sublime, voglio che il dolore si faccia un simulacro che promette solo apocalisse. Basta con le chiacchiere da due soldi.

Lo so tu non saresti stato d’accordo, avresti obiettato con la tua solita aria di sufficienza che Tarantino ha fatto col cinema ciò che Borges ha fatto con la letteratura. E con questo? Vadano al diavolo entrambi.

Ho deciso di andar via da Napoli, questa città è abitata da troppi fantasmi, i miei fantasmi. Non so quanto tempo ancora ci metterò per fare in modo che la mia decisione diventi atto concreto, ma ti prometto che lo farò. Se non vado via al più presto la città mi stringerà nella sua morsa mortale e finirò col considerare naturale  –  naturale vivere a casa di mia madre all’età che ho, naturale  non avere un becco di quattrino, a parte quelli che mi dà mia madre, naturale passare l’intera giornata a piazza bellini a leggere romanzi di fantascienza, naturale andare a letto alle quattro del mattino per poi svegliarmi a mezzogiorno -, quel che ben presto si rivelerà soltanto  letale.

È quello il vero problema, alla fine ci si abitua a tutto, ma io non posso concedermi questo lusso, troppe volte ho rimandato, troppe volte ci sono cascato.

Quello che ho scoperto oggi è che come l’eroina, come la cocaina, l’alcol o la marijuana anche la malinconia da dipendenza e  poi non puoi farne più a meno.

Per fortuna oggi mi manca  chiunque. 

Ora anche per me è arrivato il momento di andare.

Ti saluto. >>