Tommaso Landolfi è il più grande scrittore italiano del primo Novecento. Si, scegliere di cominciare con una affermazione radicale, forse poco condivisibile, ma necessaria. Perché qui non si fa critica letteraria di sapore accademico, bensì critica militante, critica alla maniera in cui Antoni Artaud intendeva la vita: o l’assoluto o niente. Dunque critica intesa come atto d’amore dello scrivente nei confronti dell’autore analizzato e al medesimo tempo tentativo vano, sempre vano!, di illuminare lo scrittore e la sua opera magari di una luce nuova e più intensa. Insomma gli intenti dello scrivente non è quello di ostentare narcisisticamente ( come troppo spesso accade) la bellezza cristallina della propria prosa o l’innumerevole mole di libri che dopo aver fagocitato può immediatamente evacuare attraverso citazioni dotte e eloquenti, bensì dar spazio all’opera dell’autore preso in analisi.
E dunque: Tommaso Landolfi. Scrittore Inattuale da vivo, nostro arcicontemporaneo da morto. Tommaso Landolfi nasce a Pico nel 1908, da una famiglia che lui stesso definisce ( la citazione non è letterale) eloquente manifestazione dall’antica nobiltà meridionale. Insomma i suoi natali se pur funestati dalla precoce morte della madre ( Landolfi aveva solo due anni e l’episodio avrà larga eco nella sua vita) avvengo all’insegna di un certo benessere. Studia letteratura russa alla facoltà di Firenze laureandosi sulla poetessa russa Anna Achmatova. A soli ventiquattro anni pubblica la raccolta di Racconti “ Dialogo dei Massimi sistemi” e già lì troviamo presenti quasi tutti i temi che saranno cari allo scrittore e che ritorneranno ossessivamente nel resto della sua opera : la lingua intesa e vissuta come problema, la donna oggetto di repulsa e di desiderio, la morte e il grande nulla, il grottesco nelle sue molteplici manifestazioni, dal fantastico al soprannaturale. Da quel momento in poi produrrà una mole considerevole di libri che però non avranno larga eco tra i suoi contemporanei, sia per la sua complessità stilistica, sia per il suo temperamento schivo e un po’ borderline ( da non dimenticare un elemento importante se non fondamentale nella sua biografia: Landolfi era un giocatore compulsivo e ai salotti letterari preferiva i grandi spazi dei casinò), sia per quella sua propensione che il critico Giovanni Maccari definisce di autosabotaggio. Questo atteggiamento reiterato lo spingerà verso un disinteresse prossimo all’indifferenza per le sue opere, al punto tale che nel 1966 quando pubblica i Racconti Impossibili impone al suo editore storico, Vallecchi, una copertina tutta bianca, senza risvolti, senza quarta di copertina, come già aveva fatto nel precedente libro Se non la realtà. Ecco cosa scrive : <<L’autore, stanco di sentirsi attribuire dai critici … la paternità o l’ispirazione degli scritti per consuetudine stampati in questa sede, ha pregato l’editore di sostituirli d’ora in avanti con la seguente dicitura: RISVOLTO BIANCO PER DESIDERIO DELL’AUTORE>>. Questo modo di rapportarsi alla società letteraria dell’epoca che pur lo insignì di importanti premi e elogi ( da Montale a Bassani, fino a Calvino), sommato al suo conservatorismo e al suo scetticismo di matrice Leopardiana per le Magnifiche sorti e progressive – da non dimenticare che in quel tempo il marxismo era ideologia dominante -, lo hanno di fatto reso, da vivo, un autore per certi versi inattuale e forse marginale. Eppure possiamo dire che oggi, l’autore, si prende la sua rivincita e ci appare più contemporaneo che mai, per varie ragioni.
Innanzitutto Landolfi si può considerare già post –moderno, quasi alla maniera di Borges per quel suo stile, quella sua voce, che come osservava sapientemente Calvino, sembra sempre rimandare o mimare la voce di qualcun altro. La categoria di post- moderno va ovviamente qui presa con le pinze, visto che essa è categoria epistemologica che a furia di essere ripetuta e usata, quasi fosse un mantra, praticamente dappertutto a partire dall’ultimo quarto dello scorso millennio, ha assunto uno spettro semantico così ampio da poter includere tutto o niente. Eppure Tommaso Landolfi può essere considerato un post- moderno. Da non dimenticare che Landolfi ha cominciato a scrivere pur sempre negli anni trenta: anni strani, anni confusi ma assai fecondi per le arti. Gli stessi anni in cui compariva L’uomo senza qualità il grande libro monumento che già preconizza il collasso del moderno e Borges le sue Finzioni. Landolfi è Post – moderno per il fatto di riutilizzare in maniera epigonica materiali letterari già dati ( Dai russi, a Poe, fino D’Aurevilly ) ma rileggendoli in chiave spesso ironica o grottesca. Post – moderno per il suo gusto per la decostruzione del racconto o perfino per il suo totale snaturamento, fino a farlo diventare oggetto narrativo dai contorni confusi: saggio – racconto, trattatello filosofico, o squarcio autobiografico. Post-moderno per il suo modo di giocare e pasticciare con la lingua (vedi il racconto La passeggiata). Post – moderno per la sua frequentazione di generi letterari diversi ( Vedi Cancroregina, caso unico e raro nel panorama letterario Italiano, di racconto di fantascienza). Non a caso quando Calvino curerà il libro postumo su Landolfi, Le più belle pagine, dividerà i racconti in categorie cui corrispondo generi diversi: Racconti grotteschi, racconti fantastici, racconti ossessivi, piccoli trattati, le parole e lo scrivere.
Landolfi post-moderno come Borges per il suo scetticismo nei confronti delle grandi narrazioni. Questo da intendersi in un duplice senso: metaforico e letterale. Grandi narrazioni come fede nelle magnifiche sorti e progressive ( sia Landolfi che Borges erano dei conservatori con tendenze anarcoidi), sia come scetticismo nei confronti della forma romanzo stessa. Landolfi a differenza di Borges ha scritto alcune opere che possono rientrare nella categoria del romanzesco ( Racconto d’Autunno, La pietra Lunare, Un amore del nostro tempo), ma anche esse per la loro lunghezza e dimensione sono da considerarsi più novelle lunghe che reali costrutti romanzeschi. Ovviamente le similitudini sono tante quando le differenze. Il retroterra letterario e culturale di Borges è quello della letteratura europea soprattutto di matrice anglosassone, e la sue narrazioni sono pervase spesso da un misticismo di matrice Neoplatonica ( vedi la sua Storia dell’eternità) mescolato sapientemente con elementi della teologia ebraica. E Poi Borges detto senza eufemismi era un aristocratico snob, anaffettivo e probabilmente del tutto sprovvisto di una esperienza che non fosse altro libresca.
Tutt’altro background e tutt’altra storia per Landolfi che è forse anche la ragione per cui amarlo di passione ardente e ossessiva e ovviamente leggerlo o rileggerlo. Landolfi era un giocatore compulsivo e, sempre ricorrendo alle illuminanti parole di Calvino: << il suo rapporto con la letteratura come con l’esistenza è sempre duplice: è il gesto di chi impegna tutto sé stesso in ciò che fa e nello stesso tempo il gesto di chi butta via>>. E già questo ci basta. Perché la vita è pur sempre una sindrome, come diceva Beckett, e allora forse sarà maglio affrontarla come un giocatore, con gusto per lo sberleffo, e assenza di serietà. E in Landolfi lo scherzo è preso con assoluta serietà e usato con tenace costanza. Pochi sono gli autori che si siano spinti in territori così estremi e ultramondani come Landolfi. Pochi sono gli scrittori che hanno frequentato il grottesco e il surreale in maniera così radicale. Mi vengono in mente Kafka, Beckett, Gombrowicz (e forse Foster – Wallace se si vuole giungere al contemporaneo). L’universo Landolfiano è un universo popolato quasi sempre da uomini del sottosuolo, e da figure grottesche e spaventose. Il suo mondo è un mondo rivoltato come un calzino dove il sopra e il sotto, il cielo e l’inferno sono sempre pericolosamente attigui e prossimi al loro collasso. Il suo universo è un bestiario popolato da mostri di tutti i tipi.
Tra i tanti testi che si potrebbero prendere in esame scelgo Cancroregina pubblicato per la prima volta nel 1950. Ma la scelta è dettata dal puro gusto personale in quanto sebbene la novella a metà tra la Fantascienza e il fantastico, sia una tra le novelle più allucinate e visionarie dell’autore, non è certo l’unica o forse la più paradigmatica del suo repertorio. In ogni caso ci offre sicuramente una istantanea importante del cervello e dell’universo di Landolfi che come diceva Manganelli: sembra nato all’interno di un universo autonomo, e malamente abitabile, un universo che è insieme grandioso, losco torbido e stupefacente. Vi accadono miracoli, ma intrisi di una potenza sordida, segni appaiono, non meno minacciosi che enigmatici.
Cancroregina si presenta sotto la forma del finto diario. Un uomo solo e disperato, dentro una strana navicella spaziale, Cancroregina, gravita attorno il pianeta terra e da lontano mentre osserva il continente Europa pensa a quanto malumore gli abbia generato la vita tra gli umani e a quanto al tempo stesso nella situazione in cui si trova adesso persino quella vita che prima aveva odiato o maledetto, gli manchi. Dopo questa incipit verremo a sapere che l’uomo solo sulla navicella spaziale, in una notte in cui era in preda alla disperazione più totale e prossimo al suicidio solo nella sua casa viene visitato da un uomo che è scappato dal manicomio. L’uomo gli parla della macchina che ha costruito per riuscire finalmente a viaggiare nello spazio e che al medesimo tempo è stata la ragione per cui è stato internato. Allo scetticismo iniziale del protagonista, dopo una lunga e meditata catena di ragionamenti, si trova pur sempre al cospetto di un pazzo, segue la decisione di credere al pazzo. Tra dubbi e immense incertezze decide di seguire il pazzo e verificare l’esistenza di questa fantomatica navicella Cancroregina. Essa esiste. E loro partono. Ma tutto va a rotoli. Perché l’uomo pazzo e senza nome che si trova con lui nella navicella lentamente ma tenacemente sprofonda nella follia e il protagonista si trova costretto ad ucciderlo. Terminato questo lungo flash back ritorniamo al diario di bordo e le parole del protagonista, così come le sue riflessioni si fanno sempre più farneticanti e disturbanti. Il protagonista che prima di partire voleva suicidarsi e accetta il viaggio come possibilità di un cambiamento, di un movimento esteriore e forse interiore per approdare al nuovo ( quel che infondo tutti cerchiamo al fondo del nostro abisso) si ritrova di nuovo alla situazione di partenza ma stavolta elevata al cubo. Perché adesso è davvero completamente solo e lontano dagli umani, si è macchiato di un omicidio e non fa altro che meditare sul suicidio e sul come procurarselo senza procurarsi dolore. E poi la morte arriva. E qui giungono le pagine più struggenti e allucinate del libro che fanno pensare al Beckett della cosiddetta trilogia ( Molloy, Malone Muore e L’innominabile) pubblicate più o meno negli stessi anni:<< Non ho detto che me lo sentivo? Son morto da due giorni. Però niente è cambiato, aveva ragione lei. Eh se l’avessi saputo prima che era così facile e che niente doveva cambiare sarei morto prima. Ma per fare che, se niente doveva cambiare? Beh non so, ma mi pare che sia, in tutte le maniere, meglio esser morti che vivi… Ora comunque che sono morto, sento il bisogno di raccontarla questa storia, di raccontarla dal principio. Io ero solo e senza speranze… Macché al diavolo la storia! Perché mi dovrei dar da fare? Per quale mai, per quale motivo torto, la dovrei raccontare? >>.
Si diceva: Tommaso Landolfi nostro contemporaneo. Perché? Perché ( e non lo dico senza rimpianto) l’utopia del Progresso – sia nella sua versione liberale sia nelle sua versione marxista – sono andati dritti nello sciacquone. Sebbene alcuni pensatoti, sociologi, antropologi, filosofi negli anni recenti abbiano parlato di un ritorno al realismo, sia in letteratura che in filosofia, e in qualche modo liquidato il post- moderno come qualcosa di definitivamente concluso, non credo che sia corretto e vero. Il mondo intero si è Landolfizzato. E la condizione di estraneità, di alienazione, persino mostruosità, non appartiene più solo a Landolfi, ma a tutti noi. Non siamo forse diventati tutti alieni ? Non siamo forse diventati tutti esuli come il personaggio sulla navicella spaziale, sprovvisti di una reale patria, di un lavoro garantito e di una idea solida, durevole di ciò che chiamiamo realtà?
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