False Utopie

<<Oggi ho comprato un quadernone nero a righe e sono venuto a Piazza Bellini. Non ho portato nessun libro con me, perché sapevo che in sua presenza non avrei fatto altro che leggere. Non ho inventiva senza un libro tra le mani, quello che penso lasciato solo a me stesso mi annoia profondamente, non si può fuggire da una gabbia illimitata, solo il confronto con le sbarre di un’altra gabbia riesce a liberarmi. Ma oggi ho deciso di confrontarmi solo con la mia.

La piazza è piena di gente, nonostante sia un normale lunedì mattina, in cui si presume tutti stiano a lavorare. La rimozione è la pratica più diffusa, l’elefante è nella stanza ma nessuno che riesca a vederlo. Io mi conformo, non potendo fare altrimenti: il mio quadernone nero, la mia biro blu e le mie sigarette marca francese.

È passata appena una settimana da quando tu te ne sei andato.

 Una settimana intera che ho riempito guardando serie televisive idiote, falsificando nei più svariati modi il mio curriculum, meditando fughe da fermo – Roma, Londra, Parigi, Berlino,  ma poi partire da me per arrivare a me?-, dandomi ai più sofisticati e complessi riti onanistici, inventando camminate nuove, leggendo meravigliosi romanzi distopici, dormendo, si, soprattutto dormendo; ho  provato a imprecare, a urlare, a prendermela con oggetti inanimati, prima – la stampante che non si decideva a cacciare inchiostro, il telecomando inceppato, la sedia al posto sbagliato -, con oggetti animati, poi – mia madre che non la smette di essere se stessa, il mio gatto perché continua a dispensare  amore , infine me stesso; ho meditato sull’eventualità di metter su famiglia, ho raggiunto l’età giusta oramai, ho desiderato scomparire in un crepuscolo artificiale e perciò bellissimo in GTA; ho  preso seriamente in considerazione l’ipotesi di convertirmi al cristianesimo per poter odiare  lucidamente e legittimamente dio.

Ma niente, non ha funzionato

Allora il quaderno: pagina bianca e inchiostro a palate, con la stessa foga compulsiva di un grafomane ( quale a tutti gli effetti io sono), darò fondo a tutta la mia rabbia.

Niente trame però per carità di dio, solo inchiostro che cola e verità, nuda e pura, lo giuro, nient’altro che verità.

Sono venuto qui in metropolitana, la gente del sottosuolo  mi guarda sempre un po’ storta ultimamente  e allora mi vien voglia di giustificarmi : “ Guardate che io di solito non sono così,  le mie occhiaie, i capelli scompigliati, le unghie sporche, le mie  camice sdrucite, la fronte sempre imperlata di sudore, una fase di passaggio, ho un lutto sulle spalle io ”; o ancor meglio  mi viene lo spontaneo e sacrosanto desiderio di sequestrare un illustre sconosciuto ( quelli sono i migliori), legarlo ad una sedia e raccontargli daccapo tutta la mia vita, perché mi sembra di aver tralasciato i particolari più importanti  e l’ultima versione di me che ho raccontato (a chi  poi?) mi sembrava davvero scadente. Potrei cominciare dalla teoria del gene materno guasto, quella si che non l’ho ancora rifilata a nessuno per intero ( a parte a Te), spiegare come la mia vita sia fondata su questa dialettica imperfetta tra geni materni e geni paterni, se lo sconosciuto è un intellettuale, potrei pure abbellire la mia teoria dicendo che il gene materno è simbolo dello spirito dionisiaco e quello paterno dell’apollineo, che fino ai venti l’equilibrio seppur imperfetto funzionava, la distruzione creatrice del dionisiaco materno si muoveva regolare entro le coordinate stabilite dall’apollineo paterno, l’apollineo era lo stampo, il dionisiaco il ferro ancora allo stato liquido, poi dopo i vent’anni il gene materno ha lentamente ma tenacemente infettato il mio organismo e l’equilibrio imperfetto se n’ è andato a puttane e allora sono cominciati i  guai, grossi guai, una furia cieca  ed eccomi così ridotto, la distruzione ha preso il sopravvento…

Oppure  potrei tenere una conferenza sull’uso che faccio del mio narcisismo, spigare come ho esasperato a tal punto il mio narcisismo, mi ci sono spinto così a fondo a furia di dire sempre e solo io, da farlo diventare praticamente una  forma  di quasi- altruismo, sono diventato così parziale e soggettivo che ho paradossalmente raggiunto una perversa forma di oggettività, ho esplorato così bene tutti gli stadi del mio solipsismo che adesso sono proto  ad abitare qualsiasi identità…

Ma poi non faccio niente, abbandono le mie fantasticherie, sto zitto e mi lascio guardare, perché so che anche loro, i compagni di viaggio del sottosuolo, hanno i loro guai – bambini da recapitare a padri assenti, maratone per arrivare a fine mese, lavori tedianti e noiosi, eiaculazioni precoci, dipendenza da tranquillanti -, e se la mia disturbante presenza può per un attimo, anche solo per un istante, alleviarli dal peso dei loro problemi, allora che sia, redimerli dal loro dolore attraverso l’esposizione letterale del mio. Perché quando si arriva al capolinea, le metafore vanno a farsi fottere e tutto diventa terribilmente letterale.

È di nuovo  aprile,  il più crudele tra i mesi. L’estate è vicina. Dicono, ancora una volta, che sarà l’estate più calda dell’ultima decade, perché i tempi non sono più quelli di una volta, perché le calotte polari si stanno lentamente sciogliendo, perché il buco dell’ ozono si allarga,  il tasso di monossido nell’aria ha raggiunto livelli vertiginosi, il deserto avanza e le foreste spariscono, le città costruite sull’acqua rischiano di inabissarsi e la diossina ( questo privilegio esclusivo dei campani) sta facendo una ecatombe e io non riesco a fare a meno di gioire per l’avvento di una apocalisse, sarà un apocalisse gioiosa, questo lo so: Dissipatio Humani Generis, estinzione totale.

Ti ricordi le lezioni  del nostro professore di filosofia sul tempo storico e sui futuri possibili?

Futuro all’interno del  tempo storico. Escatologia marxista:  redenzione nella storia attraverso lo stato socialista.

Futuro fuori dal tempo storico. Escatologia cristiana:  la resurrezione e l’eternità.

Futuro che pone fine alla storia: Apocalisse.

L’ultima mi sembra oramai la più plausibile.

Era bravo però il nostro prof, chissà che fine avrà fatto quell’altro povero diavolo.

Titolo per un best-seller da un milione di copie: il frocetto che sognava la fine del mondo. Ma credo che l’abbiano già fatto.

C’è una ragazzina rom davvero deliziosa che si aggira per i tavoli, l’avevo già vista altre volte e avevo fantasticato sul suo corpo giovane eppure già così invitante.

 Adesso  è in cinta e penso che se fossi dotato di un minimo di slancio poetico, potrei lanciarmi in una inutile digressione sulla vita che finisce e quella che rinasce, la sua pancia simbolo della terra e il figlio che porta in grembo, il germoglio di quel futuro che verrà, a cui Tu, maledetto idiota, hai scelto di sottrarti. Ma lo slancio poetico mi è sempre mancato, la lirica non l’ho mai apprezzata e quindi mi limito a quello che posseggo: una biro, un foglio bianco e un rancore d’altri tempi che col tempo è andato pian piano perfezionandosi, è diventato un secondo corpo dentro il mio corpo, una entità incandescente, una supernova, un buco nero… ma ne saprò far buon uso te lo prometto.

 Per colpa tua, bastardo, ora mi tocca cedere, contro il mio volere, alle terribili lusinghe   del tempo perduto, strappato di prepotenza dal presente in cui mi trovo scivolo indietro verso i mie  vent’anni, poi i quindici, poi  i dieci, poi i cinque, ritorno persino a prima che io nascessi e mi ritrovo invischiato in quello  stupido  gioco dei se e dei ma:  e se fossi rimasto a Londra invece di ritornare Napoli? certo il rischio di cirrosi epatica era elevato, ma meglio morire  alcolizzato che depresso, non trovi?; oppure un balzo più lungo, a diciotto anni, niente università, unica maestra la vita: vivere di espedienti in giro per l’Europa, fare il barista a Londra, il saltimbanco a Berlino, il facchino e portiere di notte a Barcellona, l’aspirante libertino a Parigi, ribellarmi contro il destino borghese ( oh quanto appare lontana  questa parolina!) entro il quale la famiglia e gli amici mi hanno incarcerato, accoppiarmi con tutte le donne e gli uomini che mi capitano a tiro, perdermi infinite volte per poi ritrovarmi, oh si che avrei cose da raccontare adesso ( ma poi mica vero? La letteratura non la si fa con la vita); o a ancora tornare a dieci anni e impegnarmi davvero nelle lezioni di tennis cui i miei mi avevano iscritto, invece di  aspettare con impazienza  la fine del corso, l’ultima volée sbagliata, per poi correre a casa a   giocare ossessivamente a  Monkey Island – oh quanto l’ho amato questo videogioco -, e diventare un grande tennista; a cinque e rivelarmi un precoce genio del pianoforte; a tre anni incominciare a parlare tedesco invece che italiano, sono la reincarnazione di Franz Kafka; a prima che io venissi concepito e poi  rinascere ebreo e diventare una grande firma di Repubblica ( che dio me ne scampi!).

Ma il gioco non vale la candela, mi sono stancato.

Oggi  ho realizzato che l’ultimo momento in cui sono stato davvero felice,  è stato il 2003: seguivo i corsi all’università e andavo a letto con una ragazza di Latina di nome Giada, camminavo per la città sempre con un sorriso stampato sulla faccia, ascoltavo con piacere la musica con le cuffiette e tutto mi sembrava così perfetto e armonioso.

 Il futuro non ancora un minaccia, il passato solo una storia da lasciarsi alle spalle.

Intanto  sono di nuovo tornato a casa di mia madre. Questo andirivieni avrà inevitabilmente delle gravi conseguenze sulla scissione, già in atto, nella mia personalità. Le mie epistassi sono inspiegabilmente finite, chissà quali nuove e interessanti trovate si inventerà adesso il mio corpo per rendermi la vita infinitamente più ricca e più bella. Le francesi hanno terminato il loro anno sabbatico e sono tornate in Francia. Tu non ha mai avuto modo di conoscerle perché  avevi già trasformato la tua solitudine in una fortezza inespugnabile, peccato, erano personcine davvero a modo. Sarah ha definitivamente voltato le spalle alle passere e dopo di me è stato tutto un susseguirsi di amanti, uno peggio dell’altro: nerboruti e microcefalici, intellettuali dalla montatura spessa e nera, ragazzini ancora vergini, vecchi sporcaccioni. Però mi ha lasciato un dolce ricordino: un infezione all’apparato urinario, curato con un doppio ciclo di antibiotici, ma che ancora tarda a sparire. Marie, no, lei sa di aver scelto bene: niente cazzi per carità di dio!

L’editore nemmeno vale la pena parlarne.

 Eleonora, oh Eleonora, dove diavolo sei finita?

 Ne ho fondamentalmente le scatole piene di me stesso, dei miei sogni da ragazzo vecchio, dei mie raccontini da due soldi e di ogni cazzo di persona che ho frequentato. La gente vuole troppo da me e io invece non ho  nulla da dare. La gente mi sembra sempre  troppo aggressiva o troppo remissiva, troppo annoiata o troppo ubriaca, troppo depressa o troppo felice, troppo chiassosa o  troppo imbecille.

Dal balcone della mia stanzetta vomerese contemplo ogni notte la vita nell’edificio di fronte. C’è uno strano individuo  che certamente già da tempo deve aver preso congedo dal consorzio dei cosiddetti umani, perché ogni notte si affaccia al suo balcone e ulula verso la luna   “ Chi è stato ?, Chi è stato? Chi è stato?”,  e non si stanca fino a che non ha praticamente perso la voce. È un urlo carico di rancore, suona come una specie di grido di guerra. Chi è stato? Chi è stato? Chi è stato? Chi è stato? Chi è stato? Ripete ogni notte, quando è certo che il silenzio è calato sulla città, e la sua voce potrà riecheggiare in tutto il circondario.

  A volte qualcuno si affaccia alla finestra e gli urla di star zitto, ma lui non ci fa neanche caso. Continua, tenace, in questa missione bellissima proprio perché priva di alcun senso: trovare il presunto colpevole della disfatta della sua vita. O almeno è così che io me la spiego questa situazione.

 Infondo in tutti noi alberga il desiderio recondito di ricondurre la narrazione della nostra vita ad una causa prima- una madre che non ci ha voluto bene, una amore che ci ha fatto a pezzi, un lavoro che non sopportiamo più -, perché sarebbe più facile, più comodo, ma poi ovviamente gettiamo la spugna perché sappiamo che una ricerca di tale natura altro non è che  il definitivo lascia passare per la follia. Ma questo tizio invece no, continua ed ogni notte dal suo balconcino lancia i suoi strali contro il mondo, ogni volta più forti, alla ricerca  di un colpevole, uno solo, su cui possa riversare la sua rabbia e il suo dolore.

Un giorno o l’altro mi dovrò decidere ad andare a trovarlo. Busso alla sua porta e esclamo con candore “ sono stato io”.

Intanto ho preso la ferma e definitiva decisione di abbandonare il mio stregone junghiano, l’analisi è una faccenda da cui non se n’esce: perpetrare  la malsana convinzione che il tuo dolore come la tua gioia, i tuoi coiti interrotti e le tue maratone per la promozione, abbiano qualcosa di speciale e di unico, quando è proprio questo il guaio. Di speciale e di unico non c’è niente e la tua felicità come la tua infelicità, non vale né più né meno di quella degli altri.

Mia madre  ha cambiato ancora una volta domestico. Ti ricordi come era carina l’ultima polacca che aveva assunto?  non è durata nemmeno tre mesi.  Stavolta è venuto un ragazzo cingalese, non parla nemmeno una parola d’italiano eppure miracolosamente capisce tutto.  A volte ho il sospetto che mi legga nel pensiero. Il giorno in cui ho ricevuto la notizia della Tua dipartita, lui è entrato nella mia stanza e senza che avessi detto niente mi ha abbracciato. Un’altra volta, mentre mi disperavo al computer per le offerte di lavoro è venuto da me e mi ha portato un the caldo con biscotti.

Mi dico: non commettere gli stessi errori di sempre, ma commettine di nuovi e più vitali. E soprattutto in posti diversi.

Mi dico: non hai ancora raggiunto l’età in cui Cristo è finito sulla croce, c’è ancora speranza.

Non funziona più.

Vanno progressivamente riducendosi le possibilità stesse di un lavoro vagamente umano. Quando cerco su internet le offerte sono queste:

Installatore di pannelli solari

Badante

Web editor esperto in linguaggio SEO ( che diavolo vuol dire?)

Mediatore creditizio

Essere senza lavoro, in un paese dove il lavoro è tutto, implica che io mi iscriva immediatamente  ad un qualche albo che mi fornisca una  nuova identità,  altrimenti non vado da nessuna parte. Una mia cara zietta che oramai già da tempo ha smesso di uscire con la gente ma frequenta solo i loro biglietti da visita –  dice sempre: ieri sono uscita con l’avvocato Ruggieri, oggi prendo un caffè con l’ingegnere Rossi, domani a teatro con il presidente Gonorrea –, questa dolce zietta mi ha insegnato che senza un lavoro qui non si è proprio nessuno. Rivestirsi di una nuova identità o  essere nessuno? Ma poi nessuno non è mica male. A me piace essere nessuno, i vantaggi sono più degli svantaggi. Nessuno si aggira per la città, Nessuno si accoppia con  donne di tutte le razze, Nessuno è un artista concettuale, Nessuno espone le sue opere concettuali in tutte le più importanti gallerie italiane, Nessuno ha successo, nessuno ha un esaurimento nervoso, Nessuno viene dimenticato, nessuno  si sposa, Nessuno muore a quarant’anni proprio quando era riuscito a diventare sé stesso, Nessuno viene riscoperto,  a Nessuno viene intestata una strada a suo nome.

E poi ci sono i risvegli la mattina – perfetto sismografo del tuo stato d’animo. Oh cosa sono  i risvegli, apro gli occhi e la realtà mi sbatte in faccia come un muro di cemento, la realtà del fatto che ho l’età che ho, che ho dato fondo a tutte le mie energie, ho bruciato l’unica relazione che mi sembrava importante, a e allora cosa faccio ? prendo un sedativo dalla borsetta di mia madre, lo ingollo con un bel bicchier d’acqua e mi rimetto a dormire e il risveglio si fa più lieve.

 oh potenza della chimica!

Ma in fondo poi mi dico che c’è gente che sta peggio di me e tiro avanti. A differenza tua, io non ho mai creduto che ci fosse nulla di naturale nella natura umana.

Vivere significa essere in pericolo.

E tu, invece? Hai detto no.  Perché?

 Lo so io perché,  perché il tuoi ideale di io  era troppo elevato per noi comuni mortali, perché  non riuscivi ad accettare il fatto di non essere diventato quello che credevi fosse un tuo diritto inalienabile, essere un eroe, un grande artista, forse addirittura  un santo  e allora hai creduto, non potendo essere speciale nella vita, sarò almeno speciale nella morte e così ti sei autoincoronato l’eletto del dolore, il primo della classe in materia di depressione, generale in capo di un plotone di aspiranti bipolari.

 E hai vinto, lasciandomi ancora più solo. Bravo Luigi, come ha detto il prete: ora hai conquistato la vita eterna. Più tardi, tu eterno e io mortale, potremmo andare a fare un aperitivo dal sapore mitologico, non trovi?

Infondo si ricorda solo ciò che non si è mai posseduto, perché ciò che si è posseduto davvero lo si è vissuto troppo, lo si è consumato sino all’ultima scintilla, giorno dopo giorno e poi non è rimato più niente, perché le cose belle e felici non lasciano nessuna scia alle loro spalle. Ecco perché alla fine ogni ricordo è sempre un rimpianto.

Ed io della mia adolescenza ricordo tutto, ogni minimo particolare e ogni insignificante dettaglio: le bagnine bionde di Baywatch sulle quali ho consumato i miei feroci riti onanistici, mio padre all’ottavo ciclo di chemio e ben presto all’altro mondo, gli esordi dei Radiohead, mio fratello ancora piccolo e incosciente, mia madre e le sue benedizioni dell’altro mondo, la famosa discesa in campo del grande beniamino degli italiani, le mie camice a quadri che dovevano sembrare grunge ma non lo erano affatto, i primi osceni cellulari, le sale giochi che già cantavano il proprio epicedio, le sigarette di contrabbando che potevi acquistare fuori scuola( una sigaretta duecento Lire), l’anacronistica coda di cavallo che mi sono lasciato crescere per semplice indolenza, gli zaini Invicta,  le mie  allergie psicosomatiche prima dei compiti in classe di matematica, il primo mandato di Bassolino e la tanto decantata rinascita partenopea, le disturbanti immagini della prima  guerra del golfo, l’inizio di una nuova fine e Tu che fai ingresso nella mia vita.

 Perché sei stato Tu, contro la mia volontà , che al liceo mi hai raccolto da terra  e mi hai offerto   la vita quando io pensavo di non volerne più una. Sei stato tu a dirmi, senza aprire bocca, che la vita non va gettata.

Questo non te l’ho mai detto, ma prima che ci  incontrassimo, pensavo che non ci fosse più nulla al mondo che valesse la pena di essere visto. Quando mi affacciavo alla ringhiera del mio balcone, ogni sera, prima di andare a letto, ero morbosamente attratto da quel vuoto davanti a me. Lo corteggiavo, a volte lo sfidavo, mi dicevo stupidamente, la vita è mia e ne faccio ciò che voglio. Poi una sera, dopo queste  meditazioni, ho preso la boccetta di tranquillanti di mia madre e l’ho ingollata in un sol colpo. Il giorno dopo tutto incazzato mi sono svegliato in un letto di ospedale con un forte mal di capo ed un infermiere al mio fianco, checca come  da copione, che invece di consolarmi, come di dovere, mi guarda e poi mi prende per il culo: “ ti volevi ammazzare con una boccetta di tranquillanti ragazzo, con quella ti fai solo un gran sonno, vuoi sapere davvero come si fa per andare all’altro mondo, prendi le vene dei polsi e ci fai una bella incisione verticale, poi ti piazzi in una bella vasca d’acqua calda e te ne vai all’altro mondo nel modo più dolce e soave possibile, Principiante, coi tranquillanti ti volevi ammazzare!” e giù ancora a prendermi in giro. Dopo quella madornale figura di merda non ci ho più riprovato, perché ho pensato che per quanto si cerchi la tragedia, per quanto  si desideri il melodramma  quel che viene fuori è solo una commedia da due soldi.

Sei stato Tu con il tuo modo di stare al mondo un po’ sbruffone e un po’ teppista, ma sempre vitalista, a spigarmi cosa andava fatto, sei stato Tu con il tuo desiderio sfrenato di possedere ogni cosa, di penetrare ogni cosa perché una vita non vissuta con coraggio non valeva la pena di esser vissuta. Mi hai risollevato e io ho saccheggiato senza ritegno elementi preziosi della tua personalità, per erigere poi la mia, per diventare quasi  me stesso e adesso scopro che quelle fondamenta erano fatte di carta pesta. Adesso scopro che quella persona non c’è mai stata.

Andiamo non è così che si fa, mi hai semplicemente truffato.

Sei stato tu a farmi  ascoltare  i Velvet Underground,  i Talking Heads, i Massive Attack, quando io conoscevo solo i Nirvana, sei stato tu a farmi scoprire  i meravigliosi  universi distopici di Philip Dick e io che conoscevo solo Dylan Dog, sei stato tu a farmi sperimentare gli innumerevoli benefici e poi malefici della marijuana. 

Ti ricordi di quel tipo che importava tutti i mesi dall’Olanda quell’ottima Ganja e noi tutti i fine settimana andavamo da lui a rifornirci? Ti ricordi di quel natale, sarà stato il 96’o il 97’, in cui decidemmo di regalargli un panettone Motta, per i suoi servizi resi, come se non gli avessimo regalato già abbastanza quattrini?

Poi correvamo subito a casa tua, sempre a casa tua, perché da me era impossibile fare qualsiasi cosa, e come due bambini con i loro dolci preferiti, preparavamo tutto l’occorrente per una meritata fumata. E poi restavamo imbambolati per ore con i Massive Attack in eterno sottofondo. Ancora oggi non posso più riascoltare Protection  senza che le lacrime righino i miei occhi. C’erano anche le volte in cui tua sorella si univa a noi e io che sentivo il cuore battere all’impazzata,  perché ero innamorato perso, ma ancora troppo impacciato per trovare il coraggio di buttarmi. 

E poi una città come Napoli di cui io non sapevo assolutamente niente  perché relegato nella mia maledetta collinetta vomerese oltre la quale credevo non ci fosse nient’ altro. E invece tu che mi hai fatto vedere che c’era dell’altro,  una Napoli nuova, una Napoli infinitamente barocca, una Napoli ancora in movimento.  Erano gli anni novanta e ancora non era calata sulla città la sua triste cortina di cemento: i centri sociali erano luoghi di ritrovo e di fermento culturale,  la scena musicale era ancora in pieno fermento – gli Almamegretta, i Novantanove Posse e i Bisca urlavano le loro canzoni da sopra alle barricate -, la politica era ancora una faccenda seria e si discuteva, ci si infuriava, come se il muro non fosse ancora caduto e Marx non ancora sepolto. E io guardavo tutto questo ben di dio da spettatore perché eri tu il vero protagonista. E tu non sapevi, come avresti potuto d’altronde, di essere diventato 

il mio  Don Chisciotte che mi aveva insegnato come disfarmi della realtà, il mio Virgilio pronto a guidarmi in un inferno ( Napoli) che già puzzava di vecchio.

E facendo questo non mi hai solo fatto ritornare a vivere ma mi hai anche offerto una idea, idea di vita che io ho poi fatta mia fino ad oggi.

E tu, per come ti vedevo, eri sul mio personale olimpo dei giusti, i tuo cappelli ricci scompigliati, i tuoi occhi dal taglio vagamente orientale e tutte quelle ragazzine che ti venivano dietro, il tuo costante spirito polemico e io che ti guardavo e pensavo è così che sarò da grande. Ecco perché ce l’ho con te, era una fottuta recita, mi hai semplicemente preso in giro, mi hai truffato.

Ma in fondo le nostre storie non sono così diverse adesso che ci penso, entrambi vittime della stessa sindrome : l’adolescenza.  Entrambi intrappolati nel medesimo tempo, io che volevo lasciarmelo alle spalle a tutti i costi, tu che non passava giorno senza che lo rimpiangessi. Come   quei soldati che sono finiti in un isola sperduta del pacifico durante la seconda guerra mondiale e a guerra finita hanno continuato a vivere come soldati e a cercare i loro nemici  da sconfiggere, così noi abbiamo continuato a portare avanti  la nostra vana crociata  contro il tempo, senza sapere che la battaglia era già finita e noi eravamo già stati sconfitti da un pezzo.

Il tuo  funerale si è celebrato all’ora stabilita, in tua assenza. Elisa era distrutta, tua madre e tuo padre neanche a parlarne, io ero in disparte e un po’ defilato, ma non piangevo, no, questo privilegio non te l’ho voluto concedere, ognuno fa le sue scelte io ho fatto la mia, nemmeno una lacrimuccia fino alla fine dei miei giorni. Avrebbero voluto che dicessi qualcosa, mi sono fermamente opposto, sarebbe stato uno dei peggiori elogi funebri, perché avrei continuato a darti solo e soltanto del bastardo.

 Ho rivisto tua sorella, le lacrime le donano sai, è diventata una donna bellissima. Ha i tuoi stessi occhi ed un corpo da favola, il momento non era quello giusto ma le ho confessato che durante gli anni del liceo ero pazzo di lei. Ha fatto finta di niente.

 Poi tante altre facce alcune familiari, altre un po’ meno. C’erano quasi tutti i nostri compagni di classe. Tutti invecchiati, tutti, come direbbe mia madre, sistemati.

La sola considerazione che mi è venuta da fare è che si sta progressivamente consumando un divorzio tra noi – io e te, adesso solo me – e quell’altra parte dell’umanità: quella che si sforza di guadagnarsi il pane, quella che sottoscrive assicurazioni sulla vita, quella che accende mutui per comprarsi una casa, quella che vuole garantire un futuro ai propri figli.

Mi sono consolato dicendomi che io ho fatto la mia scelta, la sola scelta possibile : la vita, sempre la vita! Ma poi l’altro emisfero del mio cervello quello dove è localizzato il mio super-io pensante e giudicante, mi ha sussurrato che erano solo cazzate.

Al cospetto dei nostri compagni di scuola ho conservato il mio solito atteggiamento ostile e antipatico. Il fatto è che non volevo deluderli, non volevo privarli della solida certezza che io non fossi cambiato di una sola virgola da quando ci eravamo lasciati.

 L’unico   con cui ho parlato è stato Bruno. Ti ricordi come era timido e impacciato al liceo, la faccia piena di acne e quell’afrore che mandava se gli stavi troppo vicino? Adesso fa il dermatologo, come avrebbe detto il mio stregone junghiano, ecco uno che ha saputo investire sulla sua nevrosi: mentre cura tutti gli adolescenti con un acne che gli deturpa la faccia e gli impedisce di infilarsi tra le gambe della più fica della scuola, sta curando il ragazzo  brufoloso e idrofobico che era al liceo. Era davvero dispiaciuto. Ti voleva bene, infondo tutti ti volevano bene al liceo. Eri il nostro eroe.

 Luigi Capuana.

Luciano è arrivato in ritardo, è molto cambiato sai, ha superato la sua fase autistica  e sta incominciando a capire l’ABC della socialità . Infondo  tu e lui non siete mai riusciti a capirvi, credo che lui provasse una certa reverenza nei tuoi confronti, ma credo che fosse dispiaciuto. Marco non si è proprio presentato ma tanto la vostra amicizia non ha mai funzionato.

  Ad un tratto ho visto una vecchina tutta ingobbita con un occhio guercio, che non c’entrava proprio niente e ho pensato che si dovesse essere imbucata. Ha incominciato a guardarmi in cagnesco, le sono andato vicino e le ho offerto un fazzolettino, ha lanciato un urlo clamoroso. Tutti si sono voltati verso di me, io ho cacciato il mio sorriso da ragazzo vecchio e la cosa è finita li.

Poi c’è stata la lenta processione verso le automobili e il resto può essere dimenticato, perché c’era solo strazio.

Pensavo al fatto che ti sei perso un bel funerale, è un peccato morire e perdersi quello che viene dopo. Pensavo al fatto che nessuno può dire io muoio, perché morendo assiste  solo ad una parte del processo, l’altra parte, quella più importante, la dipartita vera e propria, te la perdi inevitabilmente.

L’altra notte ho fatto proprio un sogno strano. Io ero morto, ma tornavo a casa mia e andavo da mio fratello perché dovevo dirgli una cosa importantissima, ma ovviamente non potevo, perché lui non mi vedeva. E allora io facevo in tutti i modi per attirare la sua attenzione, facevo cadere oggetti dalle mensole, spostavo sedie, accendevo la televisione, ma non serviva a nulla, non poteva vedermi,

 Il mio stregone come suo solito ha detto che questo sogno era “un segno eloquente del processo di autoguarigione che il mio io stava compiendo”. Oramai il sospetto si è fatto dolorosa certezza: la laurea che ha appeso alla parete l’ha vinta in un concorso a premi o durante una partita di poker.

Il giorno dopo il Tuo funerale ero seduto allo stesso tavolino dove sono seduto adesso,  in compagnia di Elisa. La tua tenera amichetta ha riversato su di me tutta la colpa che lei non riusciva a sostenere: avresti dovuto fare qualcosa, diceva, tu che lo conoscevi da così tanto tempo, avresti dovuto dirgli qualcosa, qualsiasi cosa, come hai potuto restare imbambolato senza far niente, senza muovere un dito, sei proprio uno stronzo. Poi, con la stessa furia con cui mi ha dato dello stronzo, si è messa a ripensare agli  ultimi giorni trascorsi con te, li sezionava, ad uno ad uno, meticolosamente, pensando che avrebbe potuto cavarvi fuori qualcosa, qualsiasi cosa, pur di capire, pur darsi una ragione: siete andati a pranzo assieme, mi diceva, e tu sembravi sereno, avete parlato dell’insegnamento, poi avete passeggiato a piazza del Plebiscito e tu  le hai anche   scattato una foto,  lei ha fatto una smorfia e  tu hai sorriso;  parlavi di rimetterti in carreggiata, un lavoro, un lavoro qualsiasi, il giorno dopo vi  siete  parlati al telefono, Elisa ti ha aiutato a scrivere il curriculum, tu le hai detto che non potevi scrivere tutte quelle menzogne, proprio non potevi e lei aveva esclamato che è così si ottiene un lavoro.

Perché rifilarle tutte queste balle mi chiedo, quando avevi già deciso? Perché?

Dopo lei  è completamente ammutolita e io sapevo dove si era andata a cacciare con la mente, ma sapevo anche che non potevo fare un bel niente per tirarla fuori da quella situazione, stava cercando di trovare una spiegazione, che è come dire infilarsi di prepotenza in un pozzo senza fondo. Niente ti inguaia di più la vita di un uomo o di una donna che la presunzione di cercare di ricondurre entro un orizzonte di senso qualcosa che di senso non ne ha proprio. La ragione che di fronte all’indicibile ancora non vuole arrendersi. Ecco cosa le hai combinato. Poi Elisa ha messo i soldi sul tavolo per il thè che non ha nemmeno bevuto e se n’è andata e io adesso non riesco a togliermi dalla testa quei suoi occhi vacui e rassegnati.

  Adesso sono qui, mentre lei è chissà dove ancora intenta a cercare come un vecchio alchimista la sua pietra filosofale, quella che riconduca tutto ad uno. Ma tu sai, molto meglio di me, che non la troverà.

Poi è stata la volta di tua madre, mi ha contattato tre giorni fa, voleva che leggessi e catalogassi tutte le cose che avevi scritto, mi ha portato una parte del tuo Zibaldone, (anche tu affetto da una grafomania allo stadio terminale, brutta storia la grafomania, la conosco bene), gli ho dato una rapida occhiata e poi con estrema fermezza le ho rifilato un secco e sonoro no. Sono un bastardo, lo so, ma adesso non m’importa più niente, perché sei stato tu e soltanto tu a ridurmi così.

 Anche lei mi ha mandato al diavolo, ma oramai ci ho fatto l’abitudine e poi tua madre, ad essere sincero, non mi è mai piaciuta, la sua faccia da manga giapponese, il suo passato da sessantottina – potrebbe tingersi quei benedetti capelli, porco dio -, il modo in cui ha colonizzato ogni angolo della casa, così come il tuo cervello.

 Dovevi scappare finché eri in tempo, come ha fatto tua sorella e invece no, ti sei fatto stringere in una morsa mortale. Ti sei fatto espropriare della tua vita e hai accettato placidamente che diventasse quella degli altri: di tua madre che aveva grandi aspettative, di tuo padre dalla cui ombra lunga non sei mai riuscito a sottrarti.

La ragazzina rom adesso se n’è andata. Al tavolo di fianco al mio si sono seduti due stupidi ragazzini,  tracce di acne giovanile e entusiasmo a palate,  una canna pronta per essere accesa e l’ultimo film di Tarantino. Io davanti al solito bivio: spaccargli la faccia seduta stante o demolire a colpi di parole il loro entusiasmo. Un ceffone violento e inaspettato oppure un lungo pistolotto sul come le loro aspettative verranno sistematicamente frustrate, l’amore durerà poco, le loro velleità dovranno essere relegate in un anfratto remoto del loro cervello, prima o poi dovranno trovarsi un lavoro di merda e via di seguito.

 Mica eravamo così a vent’anni noi. No, la nostra generazione – arrogante che sono, io e te, diventiamo la nostra generazione – è nata già privata dell’entusiasmo.  Abbiamo vissuto la nostra esistenza, sin dal principio, come una eterna fase post-coitale, come se il climax sessuale fosse già sopraggiunto e noi un in uno  eterno stato di post.

Troppo da dire, nessuno strumento per dirlo.

L’unico modo, dunque, per rimanere interi è accettare di restare per sempre scissi?

Mi sono accorto di essere l’unico ad essere seduto solo ad un tavolino senza un qualsiasi altro con cui discutere. Solo chi riesce davvero a popolare la propria solitudine, potrà  abitare  la moltitudine, diceva da qualche parte il grande poeta in guanti rosa. Qui a Napoli questa cosa non è possibile, perché la città semplicemente non contempla la possibilità della solitudine. Per quanto tu ti sforzi di crearti uno spazio tutto per te, anche piccolo e infinitesimale, ci sarà sempre un napoletano fastidioso che verrà a bussare. Perché l’unica cosa che regna in questa città è un chiasso diffuso e nient’altro. Ovunque la gente ha paura della solitudine e questo lo riesco persino a capire, ma qui è diverso, qui la gente non ne ha semplicemente paura, ne è terrorizzata a morte, non riesce a star sola neanche un attimo, perché sa che gli basta un solo istante, lasciato solo a se stesso,  per scrutare tutto  quello che ha dentro e allora non uscirne più vivo.

Ricordo l’ultima volta che ci siamo incontrati, sempre a casa tua perché non era più possibile tirarti fuori da lì. Tua madre che mi apre la porta, ma stavolta non riesce a mascherare dietro la sua faccia sorridente, la paura che alberga nel suo animo.

Tu nella tua stanza che mi accogli con la tua solita aria cinica, orgogliosa e sarcastica,  come se io che ti conosco da una vita non sapessi che te la stai passando da cani, che la tua relazione con Elisa sta andando a puttane e che neanche il tuo Kierkegaard riesce a salvarti. Tu che sai meglio di me che l’attacco è la miglior difesa e allora per eludere le imbarazzanti ma semplici domande che avrei voluto farti, parti all’attacco e mi accusi di tutto.

  Mi dici che sono un codardo, perché  ho sempre paura  di buttarmi,  perché invece di prendere una decisione faccio in modo che la decisione si prenda da se, poi  non contento  aggiungi che sono così ossessionato dal bisogno di piacere e accontentare tutti che alla fine quindi non piaccio proprio  a nessuno. Mi hai fatto davvero infuriare e mi sono visto costretto a ripagarti con la stessa moneta.

Ma infondo il  bello in tutta questa faccenda è che nonostante tutto, hai fatto centro. Un lucido bastardo sei, un lucido bastardo per me resterai.

E poi quell’ultima telefonata piena di vaneggiamenti, quell’ultima telefonata per dirmi  che mi dovevi dare una cosa, che era importantissimo che la prendessi io e non qualcun altro e io non capivo che diavolo mi stessi dicendo, perché pretendevi che venissi a casa tua nel cuore della notte a recuperare questa cosa, e poi tu che alla fine ti plachi e dici che non fa niente, sarà per la prossima volta.

Ma tutto questo oramai non conta più perché hai deciso di seppellire ogni cosa, con il tuo dolore da ragazzino viziato, perché non potevi ottenere ciò che volevi e allora hai deciso che era meglio un bel niente. E a me non ci hai pensato?

E adesso sono qui, ancora in questa maledetta piazza e, implacabile, ritorna quell’immagine atroce, insostenibile, che chissà per quanto tempo resterà tatuata nella mia memoria.  Quel gesto a cui resterai inchiodato per sempre, a cui resterò inchiodato per sempre: Sabato notte – potevi scegliere un giorno meno scontato-, sei solo in casa perché i tuoi sono a fare un bel week end romantico sulla costiera amalfitana e la tua sorellina ha già da tempo lasciato il nido, tu che esci sul tuo terrazzo vista mare – terrazzo dove mi hai infinite volte dato il tormento con il tuo Kierkegaard -, tu che cammini verso il destino che chissà da quanto tempo hai già scelto, infischiandotene degli altri, infischiandotene di me; la notte che cala sulla tua mente come un secondo corpo, la mente prigioniera di chissà quali pensieri impensabili, tu che volgi un’ultima volta lo sguardo verso il golfo,  tu  che scavalchi la ringhiera, nessuna esitazione, un bel salto ed è fatta, hai vinto. La tua estrema e finale confessione: non ne valeva la pena.

 E io che adesso penso che darei certamente la mia anima al demonio, se davvero ne esistesse uno, per entrare nella tua capoccia per soli dieci secondi e scrutare dentro il tuo abisso.

Poi tua  madre è tornata da quella che doveva essere  una vacanza ma invece è andato tutto storto – perché tuo padre non ne può più di lei, così come lei non ne può più di lui, ma infondo dopo vent’anni di matrimonio chi ha il coraggio di lasciarsi? -, tua madre che ha varcato la soglia di casa, tua madre che ti ha chiamato sul cellulare perché non ti ha  trovato, tua madre che l’ha sentito squillare nella tua stanza e allora, almeno è così che io riesco a immaginarmelo, tua madre che  ha capito, perché infondo una madre per quanto stronza, possessiva e nevrotica possa essere, è sempre una madre e dopo che il terrore è apparso nei suoi occhi, ha fatto quello che sapeva doveva fare: si è affacciata alla terrazza, ha guardato prima il cielo pieno di stelle, poi il golfo pieno di barche e poi con raccapriccio ha volto lo sguardo in basso e lì in basso in mezzo all’erba non curata, ha visto la tua sagoma, inerme e poi ha cacciato un urlo d’altri tempi.

  Non oso immaginare cosa deve esserle passato per la testa e penso che forse non lo saprò mai, perché se pure scegliessi di diventar padre, mai sarò madre e una madre che sopravvive alla morte del proprio figlio, è un dolore che non ha ancora trovato una sua lingua per esprimersi. Un figlio che perde i propri genitori resta orfano. Una moglie che perde il marito resta vedova, ma per una madre che perde il proprio figlio non c’è sostantivo che tenga. La lingua che non può dire deve piegarsi all’indicibile.

E poi immagino i telefoni che incominciano a squillare all’impazzata, la polizia e l’ambulanza che arrivano, i curiosi, i morbosi, i voyeristi che si affacciano alle finestre o che accorrono per vedere la morte com’è fatta davvero da vicino, tuo padre che cerca di mantenere la calma, perché tua madre è perduta e poi  via con un vocio diffuso e tutta una sequela di frasi fatte che al solo sentirle mi viene un repentino conato di vomito: “ era così un bel ragazzo”, “ era così intelligente”, “ era sempre stato molto fragile”, “era un ragazzo dolcissimo”.

 Andiamo è così che volevi essere ricordato ? A quel punto non valeva la pena di fare almeno una bella carneficina ? Portati all’altro mondo qualcun altro insieme a te, come quel surrealista che ti piaceva tanto che  ha invitato un amico a casa suo e ha somministrato a lui la stessa dose di veleno che ha poi dato a se stesso, per non morire da solo.

Arriverà la morte e avrà i tuoi occhi e dentro troverà i miei.

Per colpa tua mi sono messo a leggere Kierkegaard. Aut-aut, La malattia mortale, Timore e tremore. Una carrellata di titoli davvero invitanti e una sequela di eteronimi che a leggerli mi vien soltanto da ridere : Victor Eremita, Johannes de Silentio. E una vita passata ad espiare per le colpe di qualcun altro.

Ma oramai il toro l’ho preso per le corna, alla fine riuscirò domarlo il tuo amato  danese bipolare

Il crepuscolo è sopraggiunto sulla piazza un brivido attraversa il mio corpo come una scarica elettrica. Odio i crepuscoli, così come le albe, così come i grandi spazi aperti. Odio le spiagge affollate, odio le luci al neon, odio il mio corpo nudo.

Ecco perché non posso morire. Come faccio a rinunciare? Ad andarmene?  Tutto ciò che odio è proprio  qui, davanti a me.

I due adolescenti sono stati sostituiti da altri due adolescenti identici. Stavolta gli spacco davvero la faccia se si azzardano a parlarmi ancora una volta dell’ultimo film di Tarantino. Un virus si aggira per l’Europa, è peggio della peste, è peggio del capitalismo, è peggio del comunismo, è il tarantinismo. La più eloquente manifestazione del disagio dell’ occidente. Voglio che la violenza recuperi la sua dimensione sacrale, voglio che l’orrore abbia la serietà di un grande profeta, voglio che la morte diventi un atto sublime, voglio che il dolore si faccia un simulacro che promette solo apocalisse. Basta con le chiacchiere da due soldi.

Lo so tu non saresti stato d’accordo, avresti obiettato con la tua solita aria di sufficienza che Tarantino ha fatto col cinema ciò che Borges ha fatto con la letteratura. E con questo? Vadano al diavolo entrambi.

Ho deciso di andar via da Napoli, questa città è abitata da troppi fantasmi, i miei fantasmi. Non so quanto tempo ancora ci metterò per fare in modo che la mia decisione diventi atto concreto, ma ti prometto che lo farò. Se non vado via al più presto la città mi stringerà nella sua morsa mortale e finirò col considerare naturale  –  naturale vivere a casa di mia madre all’età che ho, naturale  non avere un becco di quattrino, a parte quelli che mi dà mia madre, naturale passare l’intera giornata a piazza bellini a leggere romanzi di fantascienza, naturale andare a letto alle quattro del mattino per poi svegliarmi a mezzogiorno -, quel che ben presto si rivelerà soltanto  letale.

È quello il vero problema, alla fine ci si abitua a tutto, ma io non posso concedermi questo lusso, troppe volte ho rimandato, troppe volte ci sono cascato.

Quello che ho scoperto oggi è che come l’eroina, come la cocaina, l’alcol o la marijuana anche la malinconia da dipendenza e  poi non puoi farne più a meno.

Per fortuna oggi mi manca  chiunque. 

Ora anche per me è arrivato il momento di andare.

Ti saluto. >>

Solstizio d’estate

Sotto l’ombra di un gazebo, dove la temperatura stazionava intorno ai 27 gradi, Luciano stava raccontando a Giordano che  aveva affittato una stanza a Berlino    ( quartiere Kreutzberg) per tutto il mese di agosto, perché aveva bisogno di un po’ di tempo da passare solo con sé stesso,  un po’ di tempo per riflettere, perché  Antonella, dopo cinque anni passati assieme, dopo cinque anni di faticosi alti e bassi, dopo cinque anni di litigi e riappacificazioni, dopo cinque anni di sacrifici e poi promesse di amore eterno, di punto in bianco l’aveva mollato per un avvocato penalista – un avvocato, ma ci pensi,  cosa c’è di più noioso e tediante di un avvocato, aveva detto-,    avvocato che aveva conosciuto durante un corso di cucina macrobiotica che per di più era stato lui, Luciano, a regalarle  per festeggiare il quinto anniversario della loro unione.

Luciano aveva studiato recitazione quando non calcava le scene poteva comunicarti con lo stesso tono di voce monocorde e annoiato la notizia della morte di qualcuno così come l’entusiasmo per un evento importante. Aveva sempre lo sguardo rivolto verso il basso mentre ti parlava, come se su di lui gravasse una eterna vergogna e se per caso incrociavi i suoi occhi lui subito distoglieva lo sguardo.

 Giordano si sorbiva l’intera lagna e annuiva, riuscendo a malapena a mascherare la sua totale indifferenza alla faccenda, pensava che lui la vacanza a Berlino manco se la poteva permettere  perché, a differenza di Luciano, la sua famiglia non aveva un becco di un quattrino e se lui non lavorava, come adesso, come da un anno a questa parte, nessuno gli avrebbe mai finanziato un viaggio per superare lo stress post- traumatico da separazione, nell’eventualità poi piuttosto remota  che ci fosse mai stata una separazione  visto che lui, Giordano, in materia di relazioni non c’aveva mai capito un bel niente  e  il massimo cui si era spinto con una donna era stato appena quattro mesi. Per di più la ragazza in questione che si chiamava Lucia, che era mora e davvero molto carina, che  aveva una bella casetta sulla collina di San Martino proprio adiacente alla vigna dove si trovavano adesso, era intenta, qui ed ora, in una tenera operazione di sbaciucchiamento con Marco, altro figurino che proprio non gli andava giù. Che strano poi, si chiedeva, mentre Luciano continuava tenace e implacabile nella sua lagna infinita, ma come aveva fatto a sedurre Lucia? Era passato già un anno  e perché era finita poi? Per colpa delle sue solite insicurezze, perché non si sentiva all’altezza, perché una donna così non credeva manco di meritarsela e allora che aveva pensato, meglio che la lasci io per primo, prima che lei mi scopra. 

Da quando Giordano aveva cominciato a prendere farmaci a base serotoninergica  la sua faccia  si era incredibilmente ispessita e gonfiata e con la sua barba folta e quell’espressione sempre un po’ mogia  dava proprio l’impressione di un orsacchiotto triste. Annuiva, con un bicchiere di vino bianco nella mano sinistra ed una sigaretta di tabacco nella mano destra, ancora una volta giurando a sé stesso che non si sarebbe più presentato ad una di queste feste, perché tutti i presenti avevano gran facce di culo, erano degli ipocriti e dei cazzo di snob. Ma tanto, mentre formulava questi giudizi, sapeva che ci sarebbe cascato di nuovo.

La festa si stava lentamente  scaricando come la molla di un orologio, un bossanova malinconica e suadente si diffondeva dagli altoparlanti e la gente era piuttosto  ubriaca. Quel vinello bianco prodotto della vigna dopo tre bicchieri ti dava subito alla testa e il sole di giugno in una giornata senza nuvole e senza un alito di vento, anche lui faceva la sua benedetta parte.

 La festa era cominciata alle 11 del mattino e adesso  erano almeno le 7 di sera, ma infondo chi aveva davvero voglia di andarsene?   

La vigna sotto il castello Sant’ Elmo, in cima alla collina del Vomero, era certamente tra i posti più belli dove esserci-ora. Un’isola verde piazzata in cima alla città che si estende per sette ettari e mezzo tra il corso Vittorio Emanuele ed i giardini della Certosa di San Martino.  Dopo essere stata confiscata da Cavour all’ordine dei Certosini al momento dell’unità d’Italia era stata poi separata dalla Certosa di San Martino di cui faceva un unico complesso e infine passando di mano in mano era stata acquistata da un privato.

Natura  vergine  miracolosamente non ancora violata dalle mire espansionistiche dell’uomo e dal saccheggio edilizio degli anni sessanta e settanta. Lontano dal frastuono dei motorini sfreccianti,  lontano dal risentimento dell’uomo medio, lontano dalla diossina di tutte le discariche abusive, lontano dalla morte per cancro.

Altrove.

 Come suona bene questa parolina

 La vigna aveva un suo marchio registrato.  Produceva vini e cibi biologici. D’estate si organizzavano feste, escursioni per ragazzi, corsi di yoga e degustazioni di vario tipo mentre d’inverno diventava palcoscenico per performance  di dubbio valore artistico a tema orfico – dionisiaco con orge, spargimenti di sangue di vacca e altra roba simile.

Il proprietario della Vigna, Alvaro  Russo, con il suo ambiguo molleggiare da checca ricca e velleitaria ( era una specie di mercante d’arte), si aggirava tra i vari gruppi di invitati e scherzava  e intratteneva e si esibiva ma, in verità, l’unica cosa che aveva tatuata nella memoria  era l’immagine tenue del ragazzo inglese di venticinque anni che aveva conosciuto l’estate precedente,  il suo corpo longilineo e senza un filo di grasso, il suo volto androgino e glabro e il suo membro circonciso, quando lo aveva afferrato, così bello. Il ragazzo inglese che gli aveva giurato che   sarebbe ritornato, ma poi vallo a sapere,  il ragazzo inglese che quando veniva  lui non riusciva a fare a meno di riempire di baci, il ragazzo inglese che componeva oscene poesie ma era così dolce e indifeso, il ragazzo inglese che studiava letterature comparate e sognava qualche forma di gloria in terra, il ragazzo inglese che infondo gli piaceva perché gli ricordava un altro inglese, ma di vent’anni prima, un altro amore uguale e pure diverso; ma lui era oramai vecchio e abbastanza  rodato in queste faccende, quindi poteva tranquillamente – o almeno così credeva-, ridere e scherzare con le persone mentre dentro provava una fitta di dolore indicibile, perché alla fine ci si abitua a tutto e se,  quando a vent’anni  era in preda ad un’altra, l’ennesima, crisi sentimentale il suo volto come la sua voce tradivano inevitabilmente le condizioni del suo stato d’animo, adesso a cinquanta e più anni la scissione, pensava, si era consumata e quel che c’era dentro poteva lasciarlo lì, custodito, sepolto, occultato, al riparo dagli sguardi indiscreti ed esibire invece fuori la solita  messa inscena, la solita vecchia checca, colta e sofisticata quanto basta per concedersi anche un po’ di stravaganze.

Poco prima aveva  mostrato  ad una ragazza piuttosto in carne e del tutto priva di mento, come si faceva un buon pompino – questo è il tipo di stravaganze di cui parlo -, e la ragazza visibilmente imbarazzata aveva cacciato un sorriso così falso che si vedeva che avrebbe voluto al più presto darsela a gambe. Poco dopo si era spostato verso un  gruppo di  anziani signori e aveva  tenuto una conferenza non richiesta sul destino dell’arte contemporanea, sul capitalismo finanziario e la fine delle grandi ideologie.

Poi, non pago, aveva attaccato bottone  con l’editore  Ricucci  e tra il serio e il faceto aveva esclamato  che la letteratura era finita, fregata per sempre e l’unica cosa che restava da fare era spassarsela. L’editore aveva cacciato un sorriso di circostanza, visto che si conoscevano da parecchio tempo e lui era abituato alle sue sparate prive di senso e poi aveva ripreso a sorseggiare il suo amaro. Infine si era prodotto in una specie di tip tap alla Fred Aster.

Se la fisiognomica fosse scienza esatta potrei perfino   spingermi a sostenere che il volto di Alvaro fosse una eloquente cartina di tornasole della  sua personalità. Aveva uno di quei visi che consentono tutto e dai quali ci si può aspettare di tutto, qualsiasi trasformazione o qualsiasi distorsione, un momento possono rivelare estrema crudeltà e pietà in quello seguente, l’irrisione subito dopo e ancora dopo la malinconia e poi la collera senza mai mostrarne davvero uno per intero, quei visi che in situazioni normali sono soltanto potenzialità ed enigma. Forse era per via delle sue sopracciglia folte e sempre inarcate, forse per via del suo naso grande e dritto come se fosse soltanto osso dalla radice alla punta, forse per il suo mento affilato come una spada, forse per le sue orecchie a punta, come se fossero perennemente in allerta pronte a recepire quello che  ancora non è stato detto.

Adesso Alvaro era intento a parlare animatamente  con un signore alto e robusto, un docente universitario di qualcosa tipo Sociologia delle Migrazioni o Studi post-coloniali o Antropologia dello sviluppo o qualche altra stronzata simile. Il professore aveva il cranio completamente calvo e ostentava un aria da persona che ce l’aveva fatta. Una volta ci avevo parlato anche io e mi aveva dato il tormento  con citazioni da Foucault, Gramsci, Lacan, Deleuze e non si era placato fino a quando non si era persuaso di avermi completamente seppellito con le sue citazioni.

 Quando una persona ha letto tanti libri, quando una persona sa tante cose,  ci metti molto più tempo a decifrare la temperatura della sua intelligenza,  ma alla fine dietro quell’immenso iceberg di informazioni riesci a vedere quello che c’è sotto e la fregatura viene sempre a galla.  La cultura può essere un abile camuffamento.

Il Professore raccontava con un tono di voce calmo e neutro un aneddoto relativo al suo anno sabbatico trascorso negli Stati Uniti, nell’università di Bloomington, Indiana – un  aneddoto che aveva per protagonisti un maldestro aspirante  suicida e una guardia giurata e che vedeva il maldestro suicida  lanciarsi  dalla finestra del quarto piano dell’aula di scienze sociali per poi centrare in pieno la guardia giurata, uccidendola sul colpo -, mentre Alvaro cercava   di partecipare alla conversazione con tutto le sue energie e con tutto il suo corpo – gesticolando, ridendo, annuendo -, perché, con sua grossa sorpresa, riusciva a intravedere il capolinea, proprio così, riusciva a intravedere la possibilità  che quel dentro che aveva occultato, sepolto, represso reclamasse di venir fuori con tutta la  prepotenza possibile e a quel punto,  significava che doveva filarsela in gran stile, inventarsi una meravigliosa balla e andare a rintanarsi a  casa.

Intanto una decina di bambini, più o meno intercambiabili, per via delle vacanze passate assieme, per via delle somiglianze fisiche,  per via dei tempi  che stiamo vivendo che tendono ad omologare verso il basso ogni differenza, per via della possibile promiscuità dei loro genitori, formavano un unico  corpo, caldo e pulsante. Un corpo che scorrazzava all’impazzata tra le vigne, un corpo che si sporcava, un corpo che si dimenava, un corpo che strepitava senza sapere che presto li avrebbe aspettati l’ennesimo litigio dei loro genitori o forse una improvvisa separazione  e dopo quell’estate si sarebbero trovati precocemente a dover varcare quella  linea d’ombra che sancisce l’inevitabile ingresso nella vita adulta. Quella vita dove prendere sonno è una fatica mortale, dove un erezione non è più una cosa certa, quella vita dove i risvegli possono essere atroci, quella vita in cui le relazioni chiamano in causa rancori che si credevano sedati per sempre.

C’era una sola ragazzina, di undici anni, graziosa nel suo corpo ancora acerbo. Lei la linea d’ombra l’aveva appena varcata  perché i suoi genitori si erano appena separati e il padre, un fotografo abbastanza fricchettone e demente con una malsana passione per tutto ciò che fosse folclore e vecchie feste popolari, di punto in bianco aveva lasciato lei e la madre ed era partito per un’ isola greca, alla ricerca dello scatto perfetto.

Quella bambina  vista da lontano ( da dove la vedevo io) aveva qualcosa di incantato nei suoi occhi – due grandi occhi color nocciola -, girava su sé stessa come una trottola poi si fermava e dispensava sorrisi, sorrisi meravigliosi perché ingiustificati. Aveva un ramoscello di legno in mano che usava come fosse una bacchetta magica e ogni tanto lo puntava su qualcuno o qualcosa  fingendo di fare un incantesimo e poi, poco dopo, riprendeva a girare su stessa e  a ridere.

 Presto il suo corpo da bambina avrebbe ceduto il passo ad un corpo da adulta e allora chissà cosa sarebbe successo? La prima mestruazione, i fianchi che si  ispessiscono, la pelle che si  fa lucida, i suoi seni che  reclamano tutta l’attenzione che si meritano.

 Poi una sfilza di fidanzatini e via di seguito. La mia immaginazione non riesce a spingersi oltre.

La madre, che si chiama Eleonora ( ma non ha niente a che vedere con la mia di Eleonora)  aveva trentadue anni ed era insieme al gruppo delle Mamme. Le avresti dato appena venticinque anni, per il suo sguardo indifeso e fragile e per il suo corpo piccolo e praticamente quasi androgino – era del tutto sprovvista di seni -, aveva i capelli molto corti e due grandi occhi a mandorla.  Tra due anni  già si dovrà iscrivere al liceo, stava dicendo , ma ci pensi. E allora l’altra mamma, un po’ più avanti negli anni, con un tatuaggio tribale sul braccio sinistro e dei lunghi capelli ricci che le arrivavano fino alle spalle, diceva che i  suoi due maschietti  erano praticamente già due ometti, il primo nel giro di due anni se lo sarebbe ritrovato all’università, il secondo era al secondo anno di liceo.  Poi Eleonora aveva cominciato a raccontare di quel bastardo di suo marito – storia che non riusciva mai a fare a meno di omettere, perché come tutte le storie ancora calde, essa andava sempre raccontata –, quel bastardo immaturo, narcisista ed egoista che l’aveva lasciata sola ad accudire quella sua unica figlia per partire per un’ isola greca. Ma l’altra  che quel giorno  proprio non  voleva  saperne di storie tristi e deprimenti, perché anche lei aveva i suoi grattacapi e si voleva godere gli ultimi scampoli di questa giornata di giugno che prometteva soltanto bellezza, aveva alzato le spalle, come a voler dire mi dispiace e poi aveva esclamato: però chi avrebbe detto che a Napoli ci fosse un posto bello come questo.

 Poi, dopo un po’  aveva aggiunto: però la vita come va veloce. Si, la vita va proprio veloce, aveva risposto Eleonora   e poi entrambe si erano messe in bocca un pezzo di torta alle mele, marchio registrato della vigna.

Sul tavolo di forma circolare c’erano ancora gli ultimi residui della giornata: una crostata di frutta, una torta di mele, fette di ananas e immancabile un vassoio di pasticceria napoletana, dove si stagliava con la sua prepotente fisionomia un babba solitario. La brace era ormai da tempo già spenta.

 Vicino ad un muretto mezzo diroccato c’era Marco. Marco  che invece aveva fatto di tutto per sfuggire all’età adulta  –  perché  aveva cambiato tre università,  passando con disinvoltura da medicina ( impostagli dal padre) a scienze politiche (suggeritagli dalla madre) per poi infine approdare a lettere; perché ogni volta che era stufo di qualcuno o qualcosa  comprava un biglietto aereo e  partiva per una destinazione esotica; perché era un discreto amatore ed era diventato un maestro nel tenere a bada qualsiasi forma di senso di colpa -, adesso  era avvinghiato al suo nuovo amore passeggero, Lucia, fumava con avidità uno spinello che gli avevano appena passato mentre pensava che le sue erezioni non erano più come quelle di una volta.

Presto sarebbe partito per il sud America, un biglietto aperto, poi forse al suo rientro avrebbe cominciato a lavorare col padre, mentre suo fratello più piccolo aveva un nuovo esaurimento nervoso,  perché era stato di nuovo mollato da quella che lui aveva  definito “la donna della sua vita”, perché erano mesi che non dava esami all’università ( medicina) e   perché  se hai troppi soldi puoi   lasciarti cadere nel tuo abisso senza che ci siano freni di alcun tipo. E così aveva fatto.

Marco era un tipo strano, appariva sempre disinvolto e a suo agio in ogni situazione, riscuoteva discreti consensi tra il gentil sesso, perché aveva un portamento  elegante e perché in fondo era quel tipo di persona  che sapeva metterti a tuo agio, il tipo che sapeva calibrare attentamente le battute, il tipo che sapeva quando il momento era quello giusto e quando no, eppure nel suo volto c’era una profonda malinconia, quella  malinconia inconfessabile e inconfessata, quella nostalgia di assoluto, tipica dell’uomo di questo nuovo e disgraziato millennio, l’uomo a cui sono state sottratte tutte le certezze – forse la fede in un qualche forma di dio, forse la lotta di classe, forse l’amore della propria vita. E quindi se lo guardavi attentamente, dietro quell’aria da ragazzo di buona famiglia che ha avuto tutto, ma proprio tutto, c’era qualcosa che mancava, una lieve stonatura.  Mentre Lucia con i suoi occhioni da cerbiatta indifesa guardava i bambini scorrazzare tra gli alberi e diceva che le sarebbe piaciuto avere un bambino, ma presto, perché il suo orologio biologico incominciava a ticchettare insistentemente, Marco era già in America Latina e immaginava una sua forma personale di redenzione: l’incontro con una meravigliosa amazzone che gli avrebbe cambiato la vita, una casa in un luogo sperduto della foresta amazzonica, un giro in bici fino alla fine del mondo.

Ma  la malinconia è solo una delle tante possibili varianti nella storia privata degli uomini sul pianeta terra.

Vicino a una cascina diroccata al centro della vigna c’era anche Tommaso. Era   più raggiante che mai perché  aveva  appena vinto un importante premio fotografico per un reportage sui ragazzini rom alla periferia di Napoli. Si intratteneva a parlare con una ragazza bionda   con la carnagione chiarissima e il volto pieno di lentiggini, di quelle che hanno la casa di vacanze sulla costiera amalfitana e certamente una casa in montagna, di quelle che nonostante siano incredibilmente carine (cioè davvero belle), e molto fortunate (cioè piene di soldi ), come la ragazza in questione, hanno passato  la loro adolescenza a tormentarsi per qualche piccola e insignificante imperfezione del proprio corpo – un naso con una lieve gobbetta, le caviglie non sottili come dovrebbero essere, una impercettibile asimmetria nel loro viso -, e allora a vent’anni hanno scoperto che l’unico modo per placare il loro narcisismo eternamente ferito e fragile è  quello di avere al cospetto del maschio un atteggiamento sempre e comunque seduttivo, di cercare fare perdere la testa ad ogni uomo che le capita a tiro, per poi mettersi con quello che nella competizione la adora di più e poi, inevitabilmente, riempirlo di corna.  Quindi la ragazza si stava producendo in una delle sue tante operazioni di seduzione, attingendo al suo consolidato  repertorio  fatto di sorrisi, allusioni e via di seguito. Tommaso però  è un ragazzo solare e sicuro di sé, un tipico esemplare mediterraneo, moro, riccio, spalle larghe, lui è uno che non ci casca a queste fesserie e sa che se vuole portarsela a letto come certamente farà è trattarla con distacco e con un certo cinismo.

Si potrebbe dire che in qualche modo realizza la perfezione zen: il suo pensiero si risolve nel suo essere e il suo essere nel suo pensiero. Non ha incertezze e non ha dubbi, quando fa una cosa la sta facendo e basta, non è tormentato da insicurezze e complessi di alcun tipo, è un forma di fede. E per di più funziona, perché le cose gli stanno andando sempre bene, oltre al reportage sui Rom ne ha fatto un altro sugli sbarchi a Lampedusa e un altro ancora sul carcere di Volterra.  Sebbene nella sua impresa ci sia più narcisismo che denuncia sociale, sebbene lui documenti i poveri e i diseredati non perché vuole essere un fotografo dei poveri e dei disagiati, ma perché vuole essere il più fico dei fotografi dei poveri e dei diseredati, perché vuole le pacche sulle spalle e tutto l’intero pacchetto, sebbene tutto questo, forse che gli si può dar torto? Si è adeguato a questi tempi. La ragazza biondina – nome: non pervenuto -, intanto aveva cominciato a raccontare del suo dottorato in letteratura francese su di un astruso scrittore francese nato nel 1865 che aveva lasciato ai posteri uno sconfinato manoscritto a metà tra il diario e la riflessione filosofica, pieno di riferimenti alle scienze occulte, all’alchimia e altra roba simile e diceva che malediceva ogni santo giorno di aver cominciato quella ricerca.

Poco lontano da Tommaso c’era  un uomo solo, appartenente all’improbabile gruppo   di uomini soli ( di cui anch’io facevo parte). Era  vestito in giacca e cravatta e parlava al cellulare con voce concitata, come fanno tutti gli uomini soli di questi tempi,  diceva “ così non si può andare avanti, cazzo! … su questo stai dicendo solo stronzate … finiscila con questa recita … adesso mi hai proprio rotto”, e intanto fumava nervosamente una Marlboro Light.

Ad un tratto, in questa giornata di giugno che secondo i calendari annuncia l’inizio dell’estate e dunque come tutti gli inizi ne prefigura già la sua fine, un dirigibile grigio compariva nel cielo, come venuto dal nulla.

Lassù, in quel cielo ancora lontano dal crepuscolo, si stagliava imponente e immobile, quasi come un oscuro presagio. Impossibile capire quanto distante fosse dal luogo dove ci trovavamo. Improvvisamente su di uno schermo  piazzato sulla fiancata visibile del dirigibile compariva la scritta a caratteri  cubitali :

                                                    SPARIRE QUI

La scritta  lampeggiava e il mio occhio, come l’obiettivo sempre aperto di una macchina fotografica, registrava ogni cosa. Marco guardava in cielo e pensava che quella slogan fosse proprio per lui. Lucia sorrideva perché era quello che le riusciva meglio. Tommaso nonostante fosse troppo preso nella sua operazione di seduzione, non riuscì a non volgere lo sguardo verso l’alto.  La ragazza biondina senza nome aveva in mente l’istruttore di nuoto con cui aveva avuto una storia l’estate precedente. Luciano immaginava come sarebbe stato bello avere Antonella vicino a sé.  Giordano per un attimo era pacificato. Alvaro stava per perdere la battaglia contro sé stesso ma adesso  non importava perché aveva smesso di ascoltare il professore ed era pronto per andare.

 Poi tutti questi pensieri lentamente si consumavano ed  svanivano nel semplice atto del guardare. 

 È uno di quegli istanti assoluti in cui il tempo pare congelato, uno di quei momenti in cui tutte le energie sono convogliate in una sola direzione, tutti i pensieri latenti, sono sostituiti da un unico solo pensiero. Un orchestra che suona all’unisono la perfetta sinfonia. Un quadro di Hocknay forse.

Lo slogan lampeggia intermittente fino a quando non compare la  scritta dell’agriturismo che vuole pubblicizzare. Agriturismo la  Veglia, il miglior posto dove sparire. 

È solo un istante però, denso ma brevissimo,  poi ognuno ritorna nel privato dei propri pensieri, nella fortezza della propria solitudine :“la farò finita con la caffeina e pure con la nicotina … non importa quando ma lo devo lasciare … le tendine della cucina ho fatto proprio un buon affare … mi sento la persona più sola al mondo se non ci fosse mia figlia … Alvaro è proprio un tipo strano … chissà come sono i tramonti in Cile… riuscirò a scopamerla…”

 La bambina che volteggia era la sola rimasta che continuava ad avere lo sguardo rivolto verso l’alto.  Guardava con attenzione l’oggetto volante e poi dirigeva la sua bacchetta di legno verso il dirigibile in cielo e faceva il suo incantesimo. Chiude gli occhi e quando li riapre il dirigibile è sparito davvero.

C’è qualcosa di meraviglioso e al tempo stesso atroce nel guardare i cieli d’estate. I cieli d’estate non sono umani.

Con  l’avvicinarsi del crepuscolo   arrivano i primi congedi.  Si è fatto tardi, è il momento di andare.

Giordano non ha salutato nessuno e se n’è andato ancora più infuriato di prima perché ha passato quasi l’intera giornata a sorbirsi la lagna infinita di Luciano, senza riuscire ad opporre una minima resistenza. Lui è fatto così, non riesce a dire di no, perché non vuol dar mai dispiacere al suo interlocutore. Quando stava con Lucia era sempre lei a parlare e lui ad ascoltare. La gente crede che lui sia un ascoltatore nato e quindi finisce sempre col diventare testimone involontario delle altrui disgrazie, quando è lui a sentirsi il più disgraziato di tutti.

Mentre abbandonava la festa e guardava quella stronza di Lucia che si sbaciucchiava con Marco, sognava la sua  bella carneficina, come quella del ragazzo americano alla prima del film Batman. Entrare munito di tutto l’arsenale necessario, far fuori ad uno ad uno tutti i partecipanti e poi come degna conclusione un bell’articolo di Michele Serra su di lui e sul disagio giovanile. No, proprio per questo, non si poteva fare. Luciano, sempre con il suo tono di voce monocorde, si era avvicinato a Marco e Lucia e aveva ricominciato daccapo con la sua insopportabile storia. Storia che ormai tutti conoscevano nei minimi dettagli ma da cui era impossibile sottrarsi. Luciano era stato un adolescente timido ed estremamente  introverso che ad un certo punto della sua vita –  più o meno dopo una lunga frequentazione con una psicologa cognitivista, che alla fine aveva pure mandato affanculo -,  si era persuaso dell’idea che l’ unico antidoto possibile alla sua patologica tendenza all’introversione era  quello di cacciare tutto fuori, esternare sempre e comunque le proprie emozioni, far partecipare gli altri del proprio dolore e quindi, in breve, dare il tormento ad ogni persona che gli capitava a tiro. Da una forma di solipsismo all’altra.

 Lucia dopo aver ascoltato il lungo lamento di Luciano aveva   sbadigliato, poi si era soffiata via i capelli dalla fronte e aveva cominciato  a parlare dell’estate precedente, di quando lei era partita per la Bretagna con il suo ex fidanzato – un anno passato assieme, promesse di amore eterno, fidanzamento ufficiale e tutto l’intero pacchetto -,  e di come  fosse bastato soltanto un mese, un mese in macchina in giro per la costa bretone per mandare a puttane ogni cosa, per  scoprire   la vera natura del suo Alberto. Viziato, narcisista ed egoista. Poi aveva parlato di Giordano e aveva detto che per lei quel Alberto avrebbe rappresentato sempre un mistero, così dolce, così premuroso, così innamorato sembrava e poi dopo appena due mesi l’aveva mollata. Così va la vita aveva pensato Luciano, ma poi non aveva detto niente.

 Marco era entrato completamente in stand by, aveva uno spinello ormai spento in mano e se qualcuno  gli avesse chiesto a cosa stesse pensando in quel momento, lui avrebbe potuto sinceramente e serenamente rispondere : un bel niente.

Il cielo era giunto al crepuscolo   e Alvaro ( con mio grosso dispiacere, è verso di lui che andava tutta la mia simpatia) alla fine   non ce l’aveva fatta: nella sua estenuante battaglia contro sé stesso, nel suo vano tentativo di occultare il suo dentro, aveva perso. Kaput. Dopo essersi sorbito il lungo aneddoto del professore pelato e blasonato, dopo essersi prodotto in una delle sue solite performance del genere épater les burgeois, aveva preso congedo dai pochi  rimasti  ed era tornato a casa. Nella sua cascina persa tra le viti, seduto sulla poltrona in pelle nel soggiorno illuminato  dalla fioca luce arancio del cielo al crepuscolo si era lasciato andare ad un lungo pianto. Un pianto copioso e liberatorio, perché oramai era troppo stanco per le messe in scena e il suo personaggio l’aveva stancato, basta a giocare a fare la checca provocatoria e il vecchio dandy decadente. È  troppo tardi per diventare sé stessi? No, c’è ancora speranza. Deve esserci per forza altrimenti tanto vale la pena farla finita sennò. Come quel ragazzo che lui aveva conosciuto, come si chiamava? Luigi, Giordano, Francesco. Manco se lo ricordava. Continuava a piangere e il sipario  calava su di lui.

È Tommaso ad aggiudicarsi il premio della serata, a differenza di Alvaro lui ha vinto. Sempre che si voglia considerare la vita come una eterna maratona dove solo il primo classificato si aggiudica la coppa e il premio.

Dopo aver salutato Marco, Luciano e Lucia, andava via con al suo seguito il suo bottino di guerra, la ragazza biondina. Dopo aver ascoltato con finto interesse la storia dello scrittore francese depresso e del suo incomprensibile manoscritto, aveva sfoggiato il suo sorriso da bel Albertone mediterraneo e poi aveva offerto la più magnifica delle interpretazioni di sé stesso: il fotografo impegnato, con una vita sentimentale difficile e sempre a corto di soldi.

A casa sua, dopo averle offerto un bicchiere di vino bianco, dopo aver messo un disco di Miles Davis o forse di Bill Evans, Tommaso l’avrebbe probabilmente baciata e poi dolcemente spogliata e infine scopata per poi l’indomani  chiamare subito Marco,  il suo unico confidente in materia di scopate, e raccontargli con dovizia di particolari la dimensione dei suoi capezzoli, la circonferenza dei suoi seni, la deliziosa forma del suo culo … così va la vita. O anche no.

I bambini, quell’unico corpo pulsante, si sono dispersi, forse spariti. L’unica ancora visibile è la ragazzina di undici anni, ha ancora il ramoscello in mano e lo usa come una bacchetta magica. La madre  incominciava ad essere stanca e giù di tono, le è venuta quella forma di malinconia che le prende ogni volta a quest’ora, per di più per lei che è un insegnante sono cominciate le vacanze e sebbene lei detesti la scuola media dove insegna, sebbene sia incapace di fingere un minimo interesse per le mielose storie delle sue colleghe che hanno passato già da una decade la menopausa, sebbene  inculcare qualche nozione di grammatica italiana o leggere qualche brano dall’Iliade o dall’Odissea a ragazzini di undici, dodici o tredici anni non faccia proprio al caso suo, nonostante tutto questo, lei le vacanze proprio non le regge. Vorrebbe richiamare l’attenzione di sua figlia per incitarla ad andare via eppure la vede così felice, così serena e non ci riesce. L’altra mamma del club delle mamme se n’era andata poco fa, si sono scambiati i numeri di telefono, perché  lei, l’altra mamma ci teneva a mantenere buoni rapporti con tutti. Sai com’è, non si sa mai.

La bambina continuava giocare col suo ramoscello – bacchetta magica. Chissà cosa le passava per la testa.  Ad un certo  punto si inerpicava per un lungo  sentiero, riuscendo a sfuggire allo sguardo vigile di sua madre e poi incominciava a  guardare proprio nella mia direzione.  Levava la bacchetta in aria e poi la puntava  verso di me.

Ed io?

 Io già da un pezzo sono via, assente all’ora prestabilita, perso nell’infinito universo della possibilità.

Sono  lo spettatore perfetto.

Non sono qui.

Quando uno scrittore muore

 

Ieri tutti i più grandi quotidiani del mondo annunciavano la triste notizia della morte del grande scrittore ebreo americano Philip Roth. Il più inviso all’accademia svedese, tanto è vero che una volta, con la sua consueta ironia lo scrittore lamentò il fatto che probabilmente se invece di scrivere Lamento di Portnoy avesse scritto, Lamento sul capitalismo avrebbe ottenuto l’ambito premio per cui era stato candidato un numero considerevole di volte.  Lo scrittore si è spento nella sua casa di New York per un arresto cardiaco ha annunciato ieri il suo agente Andrew Wylie. Ma è davvero morto ieri?

Credo di no. Ieri è morto l’uomo Philip Roth e il suo involucro corporeo. La sua morte va datata a cinque anni prima, quando, nel 2012 con la sua consueta ironia annunciava in una intervista al magazine francese Les Inrockuptibles   che avrebbe smesso di scrivere, citando le parole di un pugile diceva “ho fatto il meglio che potevo, con quello che avevo”, ora non ho più niente da raccontare. È stato allora che lo scrittore Philp Roth è morto.

Uno scrittore se ne va all’altro mondo, quando il desiderio di raccontare si spegne e il resto diventa solo musica di sottofondo. Roth diceva di essere felice di essersi affrancato dall’imperativo categorico di scrivere ogni santo giorno, per i suoi malanni alla schiena e ovviamente per l’età. Diceva che così avrebbe avuto più tempo per leggere e per nuotare. Ma si sa che gli scrittori mentono. E lo scrittore Philip Roth se n’è andato davvero quando quella pratica quotidiana di incontrare il foglio bianco e di aspettare che qualcosa arrivi (come diceva lui stesso), o di fare in modo che due aggettivi ed un avverbio siano infilati in un certo modo, secondo un certo ordine, ecco quando davvero uno scrittore muore. Perché la scrittura è una pratica, che può essere il risultato di una ossessione, ma è sempre e soltanto una pratica quotidiana. L’ispirazione è un concetto inventato per il pubblico, per rivestire di una aura metafisica un lavoro, quello dello scrivere, che di metafisico non ha niente, anzi forse quello di scrivere lo si può considerare il più antimetafisico e ateo dei gesti. Guardare ogni santo giorno nel fondo oscuro dell’abisso (il proprio) per cercare di cavarne qualcosa. Lo stesso Philip Roth raccontava quanto faticoso fosse per lui scrivere. Quando uno scrittore come Roth, che ha passato più di trequarti della sua vita a fare questo, decide di smettere, poi cosa gli resta. Quasi più niente. E dunque l’uomo Philip Roth se n’è andato all’altro mondo ieri, pace all’anima sua, lo scrittore se n’era già andato via da un pezzo.

Molta gente resta scettica dinanzi alle coincidenze. Io no. E penso che per un curioso e grottesco scherzo del destino questo poteva essere l’anno giusto, ovvero l’anno in cui lo scrittore Philip Roth, il più inviso all’accademia svedese, avrebbe potuto vincere il Nobel. E invece no. L’accademia travolta dagli scandali quest’anno ha dato forfait, non c’è Nobel in letteratura per nessuno.

Certamente se ne va uno dei più grandi scrittori contemporanei. Inutile e futile, perdersi in esegesi critiche sulla sua opera che è vasta, eclettica, sconfinata. Ci sono i capolavori della sua giovinezza, da Il lamento di Portnoy, alla famosa trilogia (Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato, La lezione di Anatomia) in cui entra in scena il suo più famoso alter ego Nathan Zuckerman che sarà protagonista o semplice voce narrante di molti dei suoi capolavori.  E poi c’è il secondo Roth quello della maturità, quello risorto dalle ceneri come una fenice, quello che, quando sembrava che non avesse più niente da dire, ha sfornato gioielli come Il Teatro di Sabbath (a mio avviso il suo capolavoro assoluto) e poi la seconda trilogia di Zuckerman, che include il libro che forse l’ha reso più celebre al grande pubblico, ovvero Pastorale Americana.

Oggi si parla tanto di auto-fiction: ecco uno scrittore che ha saputo abilmente mescolare le carte, gettando un magnifico ponte tra il privato, la biografia e la finzione lettera. Tra la vita e la sua rappresentazione.

Pace.

Portnoy_s_Complaint