Solstizio d’estate

Sotto l’ombra di un gazebo, dove la temperatura stazionava intorno ai 27 gradi, Luciano stava raccontando a Giordano che  aveva affittato una stanza a Berlino    ( quartiere Kreutzberg) per tutto il mese di agosto, perché aveva bisogno di un po’ di tempo da passare solo con sé stesso,  un po’ di tempo per riflettere, perché  Antonella, dopo cinque anni passati assieme, dopo cinque anni di faticosi alti e bassi, dopo cinque anni di litigi e riappacificazioni, dopo cinque anni di sacrifici e poi promesse di amore eterno, di punto in bianco l’aveva mollato per un avvocato penalista – un avvocato, ma ci pensi,  cosa c’è di più noioso e tediante di un avvocato, aveva detto-,    avvocato che aveva conosciuto durante un corso di cucina macrobiotica che per di più era stato lui, Luciano, a regalarle  per festeggiare il quinto anniversario della loro unione.

Luciano aveva studiato recitazione quando non calcava le scene poteva comunicarti con lo stesso tono di voce monocorde e annoiato la notizia della morte di qualcuno così come l’entusiasmo per un evento importante. Aveva sempre lo sguardo rivolto verso il basso mentre ti parlava, come se su di lui gravasse una eterna vergogna e se per caso incrociavi i suoi occhi lui subito distoglieva lo sguardo.

 Giordano si sorbiva l’intera lagna e annuiva, riuscendo a malapena a mascherare la sua totale indifferenza alla faccenda, pensava che lui la vacanza a Berlino manco se la poteva permettere  perché, a differenza di Luciano, la sua famiglia non aveva un becco di un quattrino e se lui non lavorava, come adesso, come da un anno a questa parte, nessuno gli avrebbe mai finanziato un viaggio per superare lo stress post- traumatico da separazione, nell’eventualità poi piuttosto remota  che ci fosse mai stata una separazione  visto che lui, Giordano, in materia di relazioni non c’aveva mai capito un bel niente  e  il massimo cui si era spinto con una donna era stato appena quattro mesi. Per di più la ragazza in questione che si chiamava Lucia, che era mora e davvero molto carina, che  aveva una bella casetta sulla collina di San Martino proprio adiacente alla vigna dove si trovavano adesso, era intenta, qui ed ora, in una tenera operazione di sbaciucchiamento con Marco, altro figurino che proprio non gli andava giù. Che strano poi, si chiedeva, mentre Luciano continuava tenace e implacabile nella sua lagna infinita, ma come aveva fatto a sedurre Lucia? Era passato già un anno  e perché era finita poi? Per colpa delle sue solite insicurezze, perché non si sentiva all’altezza, perché una donna così non credeva manco di meritarsela e allora che aveva pensato, meglio che la lasci io per primo, prima che lei mi scopra. 

Da quando Giordano aveva cominciato a prendere farmaci a base serotoninergica  la sua faccia  si era incredibilmente ispessita e gonfiata e con la sua barba folta e quell’espressione sempre un po’ mogia  dava proprio l’impressione di un orsacchiotto triste. Annuiva, con un bicchiere di vino bianco nella mano sinistra ed una sigaretta di tabacco nella mano destra, ancora una volta giurando a sé stesso che non si sarebbe più presentato ad una di queste feste, perché tutti i presenti avevano gran facce di culo, erano degli ipocriti e dei cazzo di snob. Ma tanto, mentre formulava questi giudizi, sapeva che ci sarebbe cascato di nuovo.

La festa si stava lentamente  scaricando come la molla di un orologio, un bossanova malinconica e suadente si diffondeva dagli altoparlanti e la gente era piuttosto  ubriaca. Quel vinello bianco prodotto della vigna dopo tre bicchieri ti dava subito alla testa e il sole di giugno in una giornata senza nuvole e senza un alito di vento, anche lui faceva la sua benedetta parte.

 La festa era cominciata alle 11 del mattino e adesso  erano almeno le 7 di sera, ma infondo chi aveva davvero voglia di andarsene?   

La vigna sotto il castello Sant’ Elmo, in cima alla collina del Vomero, era certamente tra i posti più belli dove esserci-ora. Un’isola verde piazzata in cima alla città che si estende per sette ettari e mezzo tra il corso Vittorio Emanuele ed i giardini della Certosa di San Martino.  Dopo essere stata confiscata da Cavour all’ordine dei Certosini al momento dell’unità d’Italia era stata poi separata dalla Certosa di San Martino di cui faceva un unico complesso e infine passando di mano in mano era stata acquistata da un privato.

Natura  vergine  miracolosamente non ancora violata dalle mire espansionistiche dell’uomo e dal saccheggio edilizio degli anni sessanta e settanta. Lontano dal frastuono dei motorini sfreccianti,  lontano dal risentimento dell’uomo medio, lontano dalla diossina di tutte le discariche abusive, lontano dalla morte per cancro.

Altrove.

 Come suona bene questa parolina

 La vigna aveva un suo marchio registrato.  Produceva vini e cibi biologici. D’estate si organizzavano feste, escursioni per ragazzi, corsi di yoga e degustazioni di vario tipo mentre d’inverno diventava palcoscenico per performance  di dubbio valore artistico a tema orfico – dionisiaco con orge, spargimenti di sangue di vacca e altra roba simile.

Il proprietario della Vigna, Alvaro  Russo, con il suo ambiguo molleggiare da checca ricca e velleitaria ( era una specie di mercante d’arte), si aggirava tra i vari gruppi di invitati e scherzava  e intratteneva e si esibiva ma, in verità, l’unica cosa che aveva tatuata nella memoria  era l’immagine tenue del ragazzo inglese di venticinque anni che aveva conosciuto l’estate precedente,  il suo corpo longilineo e senza un filo di grasso, il suo volto androgino e glabro e il suo membro circonciso, quando lo aveva afferrato, così bello. Il ragazzo inglese che gli aveva giurato che   sarebbe ritornato, ma poi vallo a sapere,  il ragazzo inglese che quando veniva  lui non riusciva a fare a meno di riempire di baci, il ragazzo inglese che componeva oscene poesie ma era così dolce e indifeso, il ragazzo inglese che studiava letterature comparate e sognava qualche forma di gloria in terra, il ragazzo inglese che infondo gli piaceva perché gli ricordava un altro inglese, ma di vent’anni prima, un altro amore uguale e pure diverso; ma lui era oramai vecchio e abbastanza  rodato in queste faccende, quindi poteva tranquillamente – o almeno così credeva-, ridere e scherzare con le persone mentre dentro provava una fitta di dolore indicibile, perché alla fine ci si abitua a tutto e se,  quando a vent’anni  era in preda ad un’altra, l’ennesima, crisi sentimentale il suo volto come la sua voce tradivano inevitabilmente le condizioni del suo stato d’animo, adesso a cinquanta e più anni la scissione, pensava, si era consumata e quel che c’era dentro poteva lasciarlo lì, custodito, sepolto, occultato, al riparo dagli sguardi indiscreti ed esibire invece fuori la solita  messa inscena, la solita vecchia checca, colta e sofisticata quanto basta per concedersi anche un po’ di stravaganze.

Poco prima aveva  mostrato  ad una ragazza piuttosto in carne e del tutto priva di mento, come si faceva un buon pompino – questo è il tipo di stravaganze di cui parlo -, e la ragazza visibilmente imbarazzata aveva cacciato un sorriso così falso che si vedeva che avrebbe voluto al più presto darsela a gambe. Poco dopo si era spostato verso un  gruppo di  anziani signori e aveva  tenuto una conferenza non richiesta sul destino dell’arte contemporanea, sul capitalismo finanziario e la fine delle grandi ideologie.

Poi, non pago, aveva attaccato bottone  con l’editore  Ricucci  e tra il serio e il faceto aveva esclamato  che la letteratura era finita, fregata per sempre e l’unica cosa che restava da fare era spassarsela. L’editore aveva cacciato un sorriso di circostanza, visto che si conoscevano da parecchio tempo e lui era abituato alle sue sparate prive di senso e poi aveva ripreso a sorseggiare il suo amaro. Infine si era prodotto in una specie di tip tap alla Fred Aster.

Se la fisiognomica fosse scienza esatta potrei perfino   spingermi a sostenere che il volto di Alvaro fosse una eloquente cartina di tornasole della  sua personalità. Aveva uno di quei visi che consentono tutto e dai quali ci si può aspettare di tutto, qualsiasi trasformazione o qualsiasi distorsione, un momento possono rivelare estrema crudeltà e pietà in quello seguente, l’irrisione subito dopo e ancora dopo la malinconia e poi la collera senza mai mostrarne davvero uno per intero, quei visi che in situazioni normali sono soltanto potenzialità ed enigma. Forse era per via delle sue sopracciglia folte e sempre inarcate, forse per via del suo naso grande e dritto come se fosse soltanto osso dalla radice alla punta, forse per il suo mento affilato come una spada, forse per le sue orecchie a punta, come se fossero perennemente in allerta pronte a recepire quello che  ancora non è stato detto.

Adesso Alvaro era intento a parlare animatamente  con un signore alto e robusto, un docente universitario di qualcosa tipo Sociologia delle Migrazioni o Studi post-coloniali o Antropologia dello sviluppo o qualche altra stronzata simile. Il professore aveva il cranio completamente calvo e ostentava un aria da persona che ce l’aveva fatta. Una volta ci avevo parlato anche io e mi aveva dato il tormento  con citazioni da Foucault, Gramsci, Lacan, Deleuze e non si era placato fino a quando non si era persuaso di avermi completamente seppellito con le sue citazioni.

 Quando una persona ha letto tanti libri, quando una persona sa tante cose,  ci metti molto più tempo a decifrare la temperatura della sua intelligenza,  ma alla fine dietro quell’immenso iceberg di informazioni riesci a vedere quello che c’è sotto e la fregatura viene sempre a galla.  La cultura può essere un abile camuffamento.

Il Professore raccontava con un tono di voce calmo e neutro un aneddoto relativo al suo anno sabbatico trascorso negli Stati Uniti, nell’università di Bloomington, Indiana – un  aneddoto che aveva per protagonisti un maldestro aspirante  suicida e una guardia giurata e che vedeva il maldestro suicida  lanciarsi  dalla finestra del quarto piano dell’aula di scienze sociali per poi centrare in pieno la guardia giurata, uccidendola sul colpo -, mentre Alvaro cercava   di partecipare alla conversazione con tutto le sue energie e con tutto il suo corpo – gesticolando, ridendo, annuendo -, perché, con sua grossa sorpresa, riusciva a intravedere il capolinea, proprio così, riusciva a intravedere la possibilità  che quel dentro che aveva occultato, sepolto, represso reclamasse di venir fuori con tutta la  prepotenza possibile e a quel punto,  significava che doveva filarsela in gran stile, inventarsi una meravigliosa balla e andare a rintanarsi a  casa.

Intanto una decina di bambini, più o meno intercambiabili, per via delle vacanze passate assieme, per via delle somiglianze fisiche,  per via dei tempi  che stiamo vivendo che tendono ad omologare verso il basso ogni differenza, per via della possibile promiscuità dei loro genitori, formavano un unico  corpo, caldo e pulsante. Un corpo che scorrazzava all’impazzata tra le vigne, un corpo che si sporcava, un corpo che si dimenava, un corpo che strepitava senza sapere che presto li avrebbe aspettati l’ennesimo litigio dei loro genitori o forse una improvvisa separazione  e dopo quell’estate si sarebbero trovati precocemente a dover varcare quella  linea d’ombra che sancisce l’inevitabile ingresso nella vita adulta. Quella vita dove prendere sonno è una fatica mortale, dove un erezione non è più una cosa certa, quella vita dove i risvegli possono essere atroci, quella vita in cui le relazioni chiamano in causa rancori che si credevano sedati per sempre.

C’era una sola ragazzina, di undici anni, graziosa nel suo corpo ancora acerbo. Lei la linea d’ombra l’aveva appena varcata  perché i suoi genitori si erano appena separati e il padre, un fotografo abbastanza fricchettone e demente con una malsana passione per tutto ciò che fosse folclore e vecchie feste popolari, di punto in bianco aveva lasciato lei e la madre ed era partito per un’ isola greca, alla ricerca dello scatto perfetto.

Quella bambina  vista da lontano ( da dove la vedevo io) aveva qualcosa di incantato nei suoi occhi – due grandi occhi color nocciola -, girava su sé stessa come una trottola poi si fermava e dispensava sorrisi, sorrisi meravigliosi perché ingiustificati. Aveva un ramoscello di legno in mano che usava come fosse una bacchetta magica e ogni tanto lo puntava su qualcuno o qualcosa  fingendo di fare un incantesimo e poi, poco dopo, riprendeva a girare su stessa e  a ridere.

 Presto il suo corpo da bambina avrebbe ceduto il passo ad un corpo da adulta e allora chissà cosa sarebbe successo? La prima mestruazione, i fianchi che si  ispessiscono, la pelle che si  fa lucida, i suoi seni che  reclamano tutta l’attenzione che si meritano.

 Poi una sfilza di fidanzatini e via di seguito. La mia immaginazione non riesce a spingersi oltre.

La madre, che si chiama Eleonora ( ma non ha niente a che vedere con la mia di Eleonora)  aveva trentadue anni ed era insieme al gruppo delle Mamme. Le avresti dato appena venticinque anni, per il suo sguardo indifeso e fragile e per il suo corpo piccolo e praticamente quasi androgino – era del tutto sprovvista di seni -, aveva i capelli molto corti e due grandi occhi a mandorla.  Tra due anni  già si dovrà iscrivere al liceo, stava dicendo , ma ci pensi. E allora l’altra mamma, un po’ più avanti negli anni, con un tatuaggio tribale sul braccio sinistro e dei lunghi capelli ricci che le arrivavano fino alle spalle, diceva che i  suoi due maschietti  erano praticamente già due ometti, il primo nel giro di due anni se lo sarebbe ritrovato all’università, il secondo era al secondo anno di liceo.  Poi Eleonora aveva cominciato a raccontare di quel bastardo di suo marito – storia che non riusciva mai a fare a meno di omettere, perché come tutte le storie ancora calde, essa andava sempre raccontata –, quel bastardo immaturo, narcisista ed egoista che l’aveva lasciata sola ad accudire quella sua unica figlia per partire per un’ isola greca. Ma l’altra  che quel giorno  proprio non  voleva  saperne di storie tristi e deprimenti, perché anche lei aveva i suoi grattacapi e si voleva godere gli ultimi scampoli di questa giornata di giugno che prometteva soltanto bellezza, aveva alzato le spalle, come a voler dire mi dispiace e poi aveva esclamato: però chi avrebbe detto che a Napoli ci fosse un posto bello come questo.

 Poi, dopo un po’  aveva aggiunto: però la vita come va veloce. Si, la vita va proprio veloce, aveva risposto Eleonora   e poi entrambe si erano messe in bocca un pezzo di torta alle mele, marchio registrato della vigna.

Sul tavolo di forma circolare c’erano ancora gli ultimi residui della giornata: una crostata di frutta, una torta di mele, fette di ananas e immancabile un vassoio di pasticceria napoletana, dove si stagliava con la sua prepotente fisionomia un babba solitario. La brace era ormai da tempo già spenta.

 Vicino ad un muretto mezzo diroccato c’era Marco. Marco  che invece aveva fatto di tutto per sfuggire all’età adulta  –  perché  aveva cambiato tre università,  passando con disinvoltura da medicina ( impostagli dal padre) a scienze politiche (suggeritagli dalla madre) per poi infine approdare a lettere; perché ogni volta che era stufo di qualcuno o qualcosa  comprava un biglietto aereo e  partiva per una destinazione esotica; perché era un discreto amatore ed era diventato un maestro nel tenere a bada qualsiasi forma di senso di colpa -, adesso  era avvinghiato al suo nuovo amore passeggero, Lucia, fumava con avidità uno spinello che gli avevano appena passato mentre pensava che le sue erezioni non erano più come quelle di una volta.

Presto sarebbe partito per il sud America, un biglietto aperto, poi forse al suo rientro avrebbe cominciato a lavorare col padre, mentre suo fratello più piccolo aveva un nuovo esaurimento nervoso,  perché era stato di nuovo mollato da quella che lui aveva  definito “la donna della sua vita”, perché erano mesi che non dava esami all’università ( medicina) e   perché  se hai troppi soldi puoi   lasciarti cadere nel tuo abisso senza che ci siano freni di alcun tipo. E così aveva fatto.

Marco era un tipo strano, appariva sempre disinvolto e a suo agio in ogni situazione, riscuoteva discreti consensi tra il gentil sesso, perché aveva un portamento  elegante e perché in fondo era quel tipo di persona  che sapeva metterti a tuo agio, il tipo che sapeva calibrare attentamente le battute, il tipo che sapeva quando il momento era quello giusto e quando no, eppure nel suo volto c’era una profonda malinconia, quella  malinconia inconfessabile e inconfessata, quella nostalgia di assoluto, tipica dell’uomo di questo nuovo e disgraziato millennio, l’uomo a cui sono state sottratte tutte le certezze – forse la fede in un qualche forma di dio, forse la lotta di classe, forse l’amore della propria vita. E quindi se lo guardavi attentamente, dietro quell’aria da ragazzo di buona famiglia che ha avuto tutto, ma proprio tutto, c’era qualcosa che mancava, una lieve stonatura.  Mentre Lucia con i suoi occhioni da cerbiatta indifesa guardava i bambini scorrazzare tra gli alberi e diceva che le sarebbe piaciuto avere un bambino, ma presto, perché il suo orologio biologico incominciava a ticchettare insistentemente, Marco era già in America Latina e immaginava una sua forma personale di redenzione: l’incontro con una meravigliosa amazzone che gli avrebbe cambiato la vita, una casa in un luogo sperduto della foresta amazzonica, un giro in bici fino alla fine del mondo.

Ma  la malinconia è solo una delle tante possibili varianti nella storia privata degli uomini sul pianeta terra.

Vicino a una cascina diroccata al centro della vigna c’era anche Tommaso. Era   più raggiante che mai perché  aveva  appena vinto un importante premio fotografico per un reportage sui ragazzini rom alla periferia di Napoli. Si intratteneva a parlare con una ragazza bionda   con la carnagione chiarissima e il volto pieno di lentiggini, di quelle che hanno la casa di vacanze sulla costiera amalfitana e certamente una casa in montagna, di quelle che nonostante siano incredibilmente carine (cioè davvero belle), e molto fortunate (cioè piene di soldi ), come la ragazza in questione, hanno passato  la loro adolescenza a tormentarsi per qualche piccola e insignificante imperfezione del proprio corpo – un naso con una lieve gobbetta, le caviglie non sottili come dovrebbero essere, una impercettibile asimmetria nel loro viso -, e allora a vent’anni hanno scoperto che l’unico modo per placare il loro narcisismo eternamente ferito e fragile è  quello di avere al cospetto del maschio un atteggiamento sempre e comunque seduttivo, di cercare fare perdere la testa ad ogni uomo che le capita a tiro, per poi mettersi con quello che nella competizione la adora di più e poi, inevitabilmente, riempirlo di corna.  Quindi la ragazza si stava producendo in una delle sue tante operazioni di seduzione, attingendo al suo consolidato  repertorio  fatto di sorrisi, allusioni e via di seguito. Tommaso però  è un ragazzo solare e sicuro di sé, un tipico esemplare mediterraneo, moro, riccio, spalle larghe, lui è uno che non ci casca a queste fesserie e sa che se vuole portarsela a letto come certamente farà è trattarla con distacco e con un certo cinismo.

Si potrebbe dire che in qualche modo realizza la perfezione zen: il suo pensiero si risolve nel suo essere e il suo essere nel suo pensiero. Non ha incertezze e non ha dubbi, quando fa una cosa la sta facendo e basta, non è tormentato da insicurezze e complessi di alcun tipo, è un forma di fede. E per di più funziona, perché le cose gli stanno andando sempre bene, oltre al reportage sui Rom ne ha fatto un altro sugli sbarchi a Lampedusa e un altro ancora sul carcere di Volterra.  Sebbene nella sua impresa ci sia più narcisismo che denuncia sociale, sebbene lui documenti i poveri e i diseredati non perché vuole essere un fotografo dei poveri e dei disagiati, ma perché vuole essere il più fico dei fotografi dei poveri e dei diseredati, perché vuole le pacche sulle spalle e tutto l’intero pacchetto, sebbene tutto questo, forse che gli si può dar torto? Si è adeguato a questi tempi. La ragazza biondina – nome: non pervenuto -, intanto aveva cominciato a raccontare del suo dottorato in letteratura francese su di un astruso scrittore francese nato nel 1865 che aveva lasciato ai posteri uno sconfinato manoscritto a metà tra il diario e la riflessione filosofica, pieno di riferimenti alle scienze occulte, all’alchimia e altra roba simile e diceva che malediceva ogni santo giorno di aver cominciato quella ricerca.

Poco lontano da Tommaso c’era  un uomo solo, appartenente all’improbabile gruppo   di uomini soli ( di cui anch’io facevo parte). Era  vestito in giacca e cravatta e parlava al cellulare con voce concitata, come fanno tutti gli uomini soli di questi tempi,  diceva “ così non si può andare avanti, cazzo! … su questo stai dicendo solo stronzate … finiscila con questa recita … adesso mi hai proprio rotto”, e intanto fumava nervosamente una Marlboro Light.

Ad un tratto, in questa giornata di giugno che secondo i calendari annuncia l’inizio dell’estate e dunque come tutti gli inizi ne prefigura già la sua fine, un dirigibile grigio compariva nel cielo, come venuto dal nulla.

Lassù, in quel cielo ancora lontano dal crepuscolo, si stagliava imponente e immobile, quasi come un oscuro presagio. Impossibile capire quanto distante fosse dal luogo dove ci trovavamo. Improvvisamente su di uno schermo  piazzato sulla fiancata visibile del dirigibile compariva la scritta a caratteri  cubitali :

                                                    SPARIRE QUI

La scritta  lampeggiava e il mio occhio, come l’obiettivo sempre aperto di una macchina fotografica, registrava ogni cosa. Marco guardava in cielo e pensava che quella slogan fosse proprio per lui. Lucia sorrideva perché era quello che le riusciva meglio. Tommaso nonostante fosse troppo preso nella sua operazione di seduzione, non riuscì a non volgere lo sguardo verso l’alto.  La ragazza biondina senza nome aveva in mente l’istruttore di nuoto con cui aveva avuto una storia l’estate precedente. Luciano immaginava come sarebbe stato bello avere Antonella vicino a sé.  Giordano per un attimo era pacificato. Alvaro stava per perdere la battaglia contro sé stesso ma adesso  non importava perché aveva smesso di ascoltare il professore ed era pronto per andare.

 Poi tutti questi pensieri lentamente si consumavano ed  svanivano nel semplice atto del guardare. 

 È uno di quegli istanti assoluti in cui il tempo pare congelato, uno di quei momenti in cui tutte le energie sono convogliate in una sola direzione, tutti i pensieri latenti, sono sostituiti da un unico solo pensiero. Un orchestra che suona all’unisono la perfetta sinfonia. Un quadro di Hocknay forse.

Lo slogan lampeggia intermittente fino a quando non compare la  scritta dell’agriturismo che vuole pubblicizzare. Agriturismo la  Veglia, il miglior posto dove sparire. 

È solo un istante però, denso ma brevissimo,  poi ognuno ritorna nel privato dei propri pensieri, nella fortezza della propria solitudine :“la farò finita con la caffeina e pure con la nicotina … non importa quando ma lo devo lasciare … le tendine della cucina ho fatto proprio un buon affare … mi sento la persona più sola al mondo se non ci fosse mia figlia … Alvaro è proprio un tipo strano … chissà come sono i tramonti in Cile… riuscirò a scopamerla…”

 La bambina che volteggia era la sola rimasta che continuava ad avere lo sguardo rivolto verso l’alto.  Guardava con attenzione l’oggetto volante e poi dirigeva la sua bacchetta di legno verso il dirigibile in cielo e faceva il suo incantesimo. Chiude gli occhi e quando li riapre il dirigibile è sparito davvero.

C’è qualcosa di meraviglioso e al tempo stesso atroce nel guardare i cieli d’estate. I cieli d’estate non sono umani.

Con  l’avvicinarsi del crepuscolo   arrivano i primi congedi.  Si è fatto tardi, è il momento di andare.

Giordano non ha salutato nessuno e se n’è andato ancora più infuriato di prima perché ha passato quasi l’intera giornata a sorbirsi la lagna infinita di Luciano, senza riuscire ad opporre una minima resistenza. Lui è fatto così, non riesce a dire di no, perché non vuol dar mai dispiacere al suo interlocutore. Quando stava con Lucia era sempre lei a parlare e lui ad ascoltare. La gente crede che lui sia un ascoltatore nato e quindi finisce sempre col diventare testimone involontario delle altrui disgrazie, quando è lui a sentirsi il più disgraziato di tutti.

Mentre abbandonava la festa e guardava quella stronza di Lucia che si sbaciucchiava con Marco, sognava la sua  bella carneficina, come quella del ragazzo americano alla prima del film Batman. Entrare munito di tutto l’arsenale necessario, far fuori ad uno ad uno tutti i partecipanti e poi come degna conclusione un bell’articolo di Michele Serra su di lui e sul disagio giovanile. No, proprio per questo, non si poteva fare. Luciano, sempre con il suo tono di voce monocorde, si era avvicinato a Marco e Lucia e aveva ricominciato daccapo con la sua insopportabile storia. Storia che ormai tutti conoscevano nei minimi dettagli ma da cui era impossibile sottrarsi. Luciano era stato un adolescente timido ed estremamente  introverso che ad un certo punto della sua vita –  più o meno dopo una lunga frequentazione con una psicologa cognitivista, che alla fine aveva pure mandato affanculo -,  si era persuaso dell’idea che l’ unico antidoto possibile alla sua patologica tendenza all’introversione era  quello di cacciare tutto fuori, esternare sempre e comunque le proprie emozioni, far partecipare gli altri del proprio dolore e quindi, in breve, dare il tormento ad ogni persona che gli capitava a tiro. Da una forma di solipsismo all’altra.

 Lucia dopo aver ascoltato il lungo lamento di Luciano aveva   sbadigliato, poi si era soffiata via i capelli dalla fronte e aveva cominciato  a parlare dell’estate precedente, di quando lei era partita per la Bretagna con il suo ex fidanzato – un anno passato assieme, promesse di amore eterno, fidanzamento ufficiale e tutto l’intero pacchetto -,  e di come  fosse bastato soltanto un mese, un mese in macchina in giro per la costa bretone per mandare a puttane ogni cosa, per  scoprire   la vera natura del suo Alberto. Viziato, narcisista ed egoista. Poi aveva parlato di Giordano e aveva detto che per lei quel Alberto avrebbe rappresentato sempre un mistero, così dolce, così premuroso, così innamorato sembrava e poi dopo appena due mesi l’aveva mollata. Così va la vita aveva pensato Luciano, ma poi non aveva detto niente.

 Marco era entrato completamente in stand by, aveva uno spinello ormai spento in mano e se qualcuno  gli avesse chiesto a cosa stesse pensando in quel momento, lui avrebbe potuto sinceramente e serenamente rispondere : un bel niente.

Il cielo era giunto al crepuscolo   e Alvaro ( con mio grosso dispiacere, è verso di lui che andava tutta la mia simpatia) alla fine   non ce l’aveva fatta: nella sua estenuante battaglia contro sé stesso, nel suo vano tentativo di occultare il suo dentro, aveva perso. Kaput. Dopo essersi sorbito il lungo aneddoto del professore pelato e blasonato, dopo essersi prodotto in una delle sue solite performance del genere épater les burgeois, aveva preso congedo dai pochi  rimasti  ed era tornato a casa. Nella sua cascina persa tra le viti, seduto sulla poltrona in pelle nel soggiorno illuminato  dalla fioca luce arancio del cielo al crepuscolo si era lasciato andare ad un lungo pianto. Un pianto copioso e liberatorio, perché oramai era troppo stanco per le messe in scena e il suo personaggio l’aveva stancato, basta a giocare a fare la checca provocatoria e il vecchio dandy decadente. È  troppo tardi per diventare sé stessi? No, c’è ancora speranza. Deve esserci per forza altrimenti tanto vale la pena farla finita sennò. Come quel ragazzo che lui aveva conosciuto, come si chiamava? Luigi, Giordano, Francesco. Manco se lo ricordava. Continuava a piangere e il sipario  calava su di lui.

È Tommaso ad aggiudicarsi il premio della serata, a differenza di Alvaro lui ha vinto. Sempre che si voglia considerare la vita come una eterna maratona dove solo il primo classificato si aggiudica la coppa e il premio.

Dopo aver salutato Marco, Luciano e Lucia, andava via con al suo seguito il suo bottino di guerra, la ragazza biondina. Dopo aver ascoltato con finto interesse la storia dello scrittore francese depresso e del suo incomprensibile manoscritto, aveva sfoggiato il suo sorriso da bel Albertone mediterraneo e poi aveva offerto la più magnifica delle interpretazioni di sé stesso: il fotografo impegnato, con una vita sentimentale difficile e sempre a corto di soldi.

A casa sua, dopo averle offerto un bicchiere di vino bianco, dopo aver messo un disco di Miles Davis o forse di Bill Evans, Tommaso l’avrebbe probabilmente baciata e poi dolcemente spogliata e infine scopata per poi l’indomani  chiamare subito Marco,  il suo unico confidente in materia di scopate, e raccontargli con dovizia di particolari la dimensione dei suoi capezzoli, la circonferenza dei suoi seni, la deliziosa forma del suo culo … così va la vita. O anche no.

I bambini, quell’unico corpo pulsante, si sono dispersi, forse spariti. L’unica ancora visibile è la ragazzina di undici anni, ha ancora il ramoscello in mano e lo usa come una bacchetta magica. La madre  incominciava ad essere stanca e giù di tono, le è venuta quella forma di malinconia che le prende ogni volta a quest’ora, per di più per lei che è un insegnante sono cominciate le vacanze e sebbene lei detesti la scuola media dove insegna, sebbene sia incapace di fingere un minimo interesse per le mielose storie delle sue colleghe che hanno passato già da una decade la menopausa, sebbene  inculcare qualche nozione di grammatica italiana o leggere qualche brano dall’Iliade o dall’Odissea a ragazzini di undici, dodici o tredici anni non faccia proprio al caso suo, nonostante tutto questo, lei le vacanze proprio non le regge. Vorrebbe richiamare l’attenzione di sua figlia per incitarla ad andare via eppure la vede così felice, così serena e non ci riesce. L’altra mamma del club delle mamme se n’era andata poco fa, si sono scambiati i numeri di telefono, perché  lei, l’altra mamma ci teneva a mantenere buoni rapporti con tutti. Sai com’è, non si sa mai.

La bambina continuava giocare col suo ramoscello – bacchetta magica. Chissà cosa le passava per la testa.  Ad un certo  punto si inerpicava per un lungo  sentiero, riuscendo a sfuggire allo sguardo vigile di sua madre e poi incominciava a  guardare proprio nella mia direzione.  Levava la bacchetta in aria e poi la puntava  verso di me.

Ed io?

 Io già da un pezzo sono via, assente all’ora prestabilita, perso nell’infinito universo della possibilità.

Sono  lo spettatore perfetto.

Non sono qui.