Il grande scrittore inglese, Martin Amis, dopo La Freccia del tempo – quell’ incredibile tour de force linguistico nel quale viene raccontata, letteralmente in rewind, la vita di un ex medico nazista, dal momento della sua morte in incognita in America, passando per i suoi esperimenti medici ad Auschwitz, fino al momento del suo concepimento -, ritorna, quindici anni dopo, con La Zona di Interesse nel luogo più oscuro del nostro secolo breve, il campo di concentramento.
La Zona di interesse è un romanzo che esplicitamente vuole raccontare quella banalità del male che Hannah Arendt aveva così acutamente dissezionato nel suo reportage sul processo di Adolf Eichmann a Norimberga. Ma lo fa scegliendo il più insidioso e pericoloso dei registri: quello del grottesco. Il grottesco per raccontare l’orrore.
Si, perché nella zona d’interesse due realtà agli antipodi entrano in contatto ed in conflitto, una è la realtà del campo di sterminio, l’altra quella della vita nel placido paesino polacco accanto che ospita i gerarchi nazisti. È attraverso questa tensione che è anche attrito che Amis mette in scena il grottesco e l’orrore.
Così mentre si consuma il più drammatico degli eventi cui la storia abbia assistito, ai confini del campo nel paesino sulle montagne la vita scorre calma e perfino monotona: le madri portano a passeggio i propri bambini, lauti pasti sono consumati in ristoranti caldi e accoglienti e il tedioso lavoro della burocrazia continua.
A tre monologhi è affidato l’incedere del romanzo.
L’arianissimo Golo Thomasen (la prima delle tre voci narranti), ufficiale di collegamento tra l’industria bellica e il Reich, nonché nipote del potente gerarca nazista Martin Boorman, più interessato a collezionare donne che a seguire il credo nazionalsocialista, si invaghisce e tenta invano di sedurre Hannah Doll, la formosa e ambigua moglie del terribile comandante Paul Doll.
Paul Doll ( la seconda voce narrante) lo spietato Kommandant del campo, forse la più terribile e grottesca delle maschere che Amis abbia mai consegnato ai suoi lettori, mentre continua a ripetere a sé stesso <<sono una persona normale, sono una persona assolutamente normale>>, passa il suo tempo ad ubriacarsi, mentre nel frattempo fa pedinare sua moglie che ha smesso di concedersi a lui.
In questa prima parte sembra quasi che si assista ad una banale commedia degli equivoci, che ha casualmente per protagonisti due ufficiali nazisti.
È però quando entra in scena il personaggio di Szuml ( terza voce narrante del romanzo), che la tensione letteralmente esplode.
È alla voce di Szmul, il capo dei Sonderkommando, gli uomini più tristi del campo perché deputati all’uccisione dei loro stessi compagni di cella, che viene affidata tutta la tragedia dell’Olocausto. Così si apre il terribile monologo di Szmul: <<C’era una volta un re e questo re incaricò il suo mago prediletto di fabbricare uno specchio magico. Questo specchio non ti mostrava il suo riflesso – ti mostrava la tua anima. Il mago non riusciva a guardarlo senza distogliere gli occhi. Il re neppure riusciva a guardarlo. Né nessuno dei cortigiani. Fu messo in palio un forziere pieno d’oro per gli abitanti di quella tranquilla contrada che fossero riusciti a guardarlo per più di sessanta secondi, nessuno ci riuscì. Trovo che il KZ, sia quello specchio. Il KZ è quello specchio, ma con una differenza. Non puoi distogliere gli occhi>>. Szmul, svolge il suo lavoro tra i morti, con forbici pesanti, pinze e mazzuole, scava tra i cadaveri alla ricerca di oggetti di valore senza nemmeno la <<consolazione dell’innocenza>>.
È attraverso questo stridente contrasto, dove si alternano momenti da commedia degli equivoci e momenti di pura brutalità che Martin Amis riesce a mettere in scena la banalità dell’orrore.
La narrazione inizia nel 1943 e si conclude con la sconfitta dei tedeschi nella battaglia di Stalingrado, quando le sorti del Terzo Reich sono oramai compromesse.
Più che alla tesi di Hannah Arendt, l’autore sembra aderire a quelle del sociologo Zyigmunt Bauman secondo il quale la burocrazia è intrinsecamente capace di una azione genocida. È infatti nei passaggi dedicati al comandante Paul Doll dove viene maggiormente mostrato come l’audace follia dell’olocausto sia il risultato della perversa commistione tra la perfetta macchina burocratica tedesca e il folle credo nazionalsocialista. Quando Paull Doll non è ubriaco o non è intento a litigare con la moglie passa il suo tempo a riflettere su come perfezionare il funzionamento del campo di concentramento: <<Sul progetto KL3 ( campo di concentramento n3) prevedo complicazioni e spese a non finire. Dove sono i materiali? La Dobler stanzierà una somma adeguata? A nessuno interessano le difficoltà che comporta, a nessuno interessano le Condizioni oggettive? Il calendario delle deportazioni che mi hanno chiesto di approvare per il prossimo mese è a dir poco stravagante. E poi ciliegina sulla torta chi telefona, a mezzanotte se non Horst Blobel da Berlino? La direttiva cui ha accennato mi genera i sudori freddi>>.
È attraverso i suoi monologhi che l’autore riesce meglio a comunicare al lettore l’assurda eppure così reale vita di un gerarca nazista. È attraverso i tic, le nevrosi e cortocircuiti mentali di questo antieroe grasso, volgare e perennemente ubriaco che Amis riesce davvero a farci entrare nella mente di Paul Doll. Così può accadere che mentre quest’ultimo guarda uno spettacolo teatrale messo in scena per celebrare l’anniversario del Terzo Reich egli pensi a quanto tempo ci vorrebbe per gassare l’intero pubblico: <<…Poco dopo mi chiedevo se avrei mai potuto prender parte ad un assembramento senza che la mia mente iniziasse a farmi brutti scherzi. Non è stato come la volta precedente, quando mi ero fatto progressivamente assorbire dalla sfida logistica di gassare l’intero pubblico. No. Stavolta ho subito immaginato che gli spettatori alle mie spalle fossero già morti>>.
Il monologo di Paul Doll man mano che procede il romanzo si fa sempre più tecnico e burocratico e il campo di concentramento diventa un industria come un’altra da gestire minimizzando i costi e ottimizzando i profitti.
Ma la Zona d’interesse, non è soltanto un romanzo sull’olocausto ma forse anche un romanzo sul maschile in contrapposizione al femminile. Golo dopo tanti anni di insaziabile libertinaggio sessuale, riscopre nuovamente l’amore proprio nel luogo dove sembra impossibile che esso nasca, ma i suoi molteplici tentativi di avvicinamento ad Hannah Doll risultano del tutto vani. Nell’ultima parte del romanzo Golo Thomasen a guerra finita incontra Hannah Doll , oramai vedova, in un bar di Monaco. Sono seduti in un caffè e Golo tenta di riavvicinarsi a lei. Ma l’operazione è del tutto vana. Lei gli dice che non vuole più vederlo. <<Sono stata sposata a uno dei più prolifici assassini della storia. Ed era così rozzo e così brutto e così codardo e così stupido. Il pensiero di stare con un uomo adesso mi è del tutto estraneo. Sono anni che non li guardo neppure. Ho chiuso con loro. Chiuso definitivamente>>.
Se le donne non possono certamente essere assolte dall’immane tragedia che si è consumata sotto il Terzo Reich, è agli uomini che va la definitiva condanna.
Lo scrittore in filigrana infondo vuole dirci che sono stati i maschi a fondare il Terzo Reich, sono stati i maschi a fare la guerra e sono stati i maschi a concepire la soluzione finale.
Al romanzo segue un breve post scritto. In esso Martin Amis oltra a citare il vastissimo archivio di fonti cui ha attinto ci spiega la sua posizione epistemologica sull’olocausto. La famosa tesi di Adorno secondo il quale dopo Auschwitz non si sarebbe potuta più scrivere poesia, non viene soltanto sconfessata ma praticamente ribaltata. Amis, citando direttamente Winfried Sebald, afferma che qualsiasi uomo serio non possa pensare ad altro se non all’olocausto. Dunque alla tesi della indicibilità oppone inequivocabilmente quella della comprensione.
Se, come scriveva George Bataille ne La Letteratura e il Male, la letteratura autentica è sempre prometeica perché mette in discussione le norme delle convenzioni e i principi della prudenza questo romanzo lo è di sicuro.
Molti critici dopo la pubblicazione di Lionel Asbo, consideravano la carriera di questo scrittore, che lo stesso Roberto Bolano aveva definito <<il più grande scrittore di lingua inglese>>, una carriera oramai vicina al suo crepuscolo e invece con questo romanzo probabilmente ritorna alla grandezza dei tempi de L’informazione